C'è
questo grande loggione che dà sulla piscina, no?
Io
c'ho passato dieci anni della mia vita, dall'altra parte di quel
vetro, ad insegnare. Che, a dire il vero, non c'era nemmeno il vetro,
quando ho iniziato a lavorarci io. E ne son passati 13 anni, a non
stare ne di qua ne di là.
Va
beh, ma non importa non è degli anni che passano che volevo parlare.
I
bimbi hanno iniziato il corso nuoto, no?
Così,
dopo averli pisciati, cambiati e cuffiati si sale su questo
terrazzone vetrato, al riparo dal caldo e dai rumori e si guarda
dall'alto il mondo sottostante.
Una
volta si facevano dieci minuti di ginnastica iniziale, dopo di che
mandavano via i genitori che potevano andare a sfondarsi di paste
alla crema in Corso Palladio fino a cinque minuti dalla fine della
lezione.
Invece
adesso stanno tutti lì, a fissare il mondo da un oblò di svariati
metri quadri.
Io,
combattuto tra la consapevolezza che si stava meglio quando si stava
peggio e la paura che i miei figli possano crescere traumatizzati che
il loro sia l'unico genitore che non sta lì a guardarli, scelgo
l'insulsa via di mezzo: mi siedo e sbircio di tanto in tanto.
Provo
a leggere ed ascolto i discorsi degli altri. C'è un papà che sta
provolandoci con una giovane mamma. Discreto nell'approccio, a dire
il vero: parla di figli ed impegni genitoriali vari. Ma io sono padre
e so cosa gli passa per la testa, ti ho sgamato vecchio mio.
Poi
c'è un capannello di mamme assortite che sgureggiano alla grande su
acquaticità, didattica sportiva e caratteristiche che un docente
deve avere per essere il miglior motivatore possibile: “Ma secondo
me sono in troppi, con quella maestra”, “Ma non sarà troppo
giovane?” “Ma non sarà troppo vecchia?” “Ma l'acqua sarà
troppo fredda o troppo calda?” “Ma perché hanno messo mia figlia
in quella corsia che lei è abituata a stare nell'altra?” “Ma non
sarà presto per togliere i braccioli?” “Ma sarà vero che se
fanno la pipì in acqua viene fuori una macchia rossa?” “Ma se
guardo il ragazzo che mi piace in piscina, rimango incinta?”
E
ansia a chili. Quasi che il corso sia una misura salvavita, che se
non lo fai fare il bimbo ti muore.
E
pensavo che, in fondo, quello che ci riesce meglio: stare su, dietro
al vetro, al riparo dagli schizzi e dal caldo umido della vasca, a
guardare gli altri lavorare e proiettare sugli altri le nostre
debolezze, le nostre difficoltà.
Senza
risolvere la paura più grande, che è quella di lasciarli là a
divertirsi e di prenderci il tempo che ci serve per andarsi a
sfondare di paste alla crema.


