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lunedì 19 maggio 2014

Fino alla Prossima Fermata


Mio fratello è un tipo particolare. Abbiamo passato la vita a pensare di non assomigliarci invece alla fine esce che siamo molto più uguali di quanto non vogliamo ammettere.
Fisicamente è stato sufficiente che venisse un po' di panza anche a lui e mettessi gli occhiali anche io.
Se in mezzo ci mettete anche mia sorella il gioco è fatto e la doppia elica del DNA si ricompone magicamente.
Anni fa conoscevo un ragazzo con la Sindrome di Down che chiamava il fratello “Alessiopiccolino”. La prima volta che lo vidi Alessiopiccolino era un ragazzo sui quattordici anni piuttosto vivace. Anni dopo li reincontrai entrambi e il maggiore continuava a chiamarlo Alessiopiccolino anche se era un marcantonio di un metro e ottanta e guidava una golf. Lui lo aveva sempre chiamato così, non vedeva la ragione di cambiare.
Il punto è che aveva ragione lui, era come se fosse l'espressione dell'animo di tutti, del mio, anche.
Io i miei fratelli continuo a considerarli i fratellini piccoli anche se hanno oramai superato i trenta tutti e due, sono sposati e vivono la loro vita.

Ma non volevo parlare dei miei fratelli che sono cresciuti. Dicevo mio fratello che alla fine è come me: io lo coinvolgo e lui mi segue. Lui mi coinvolge ed io lo seguo.

Così un mese fa mi ha chiesto se potevo aiutare la Compagnia Teatrale dove recita (piuttosto bene, devo ammettere) e dove recitavo pure io (piuttosto bene, devo ammettere) con l'amplificazione.

Subito ho pensato che me lo avesse chiesto per comodità, per vicinanza. Anche per pigrizia, per non cercarne altri.
Io non sono un tecnico del suono. Il mixer nuovo che si è comprato è una plancia che l'Enterprice in confronto è una Panda 30.
Poi sono sempre incasinato, non riesco ad arrivare in orario, non riesco ad andare alle prove, di solito scappo prima per finire altre cose... insomma, fatico. Se sono uscito dal gruppo un motivo c'è.
Ma se posso dico di si perché io con lui di debiti di questo tipo ne ho parecchi e poi una mano non si nega mai. 
 
Pensavo che sarebbe bello avere tutte queste manopoline e potenziometri anche nella vita: per togliere i sovraccarichi, eliminare i fischi, sentire solo le voci che si vuole. Ma anche ci fosse, poi, non funziona mai: un cavo spellato, una cassa vecchia, un microfono con le pile scariche... basta un niente e nulla è più perfetto e allora è la tonalità dell'accontentarsi che
diventa importante. 


Sono passati anni, ci sono molte fedi alle dita di ragazzi che conoscevo da adolescenti e rughe attorno agli occhi dei più grandi. 
C'è questa aria densa, quasi concentrata, tesa. Non tesa nei rapporti tra le persone, è... come se ci fosse un alone o un peso sul cuore; nella presentazione, nel modo di dire le battute, nel cantare con il freno a mano tirato: più voglia di provarci che di divertirsi, più “andava fatto” che “facciamo”.
Lo sapevamo tutti cos'era, non serviva dirlo, eppure è rimasto lì, dalle prove fino alla fine, fino a quel dito puntato al cielo, fino alle lacrime nel buio del solo finale.
Un urlo silenzioso che andava gridato.
E non so se mio fratello lo avesse pensato ma credo che in quel posto, in quel momento, potessi esserci solo io.
E non erano più loro ad avere bisogno di me. Avevo bisogno io di essere lì e di ripartire per la Prossima Fermata. 

“I'll top the bill
I'll overkill
I have to find the will to carry on
On with the show” (The Show must go on – The Queen)

lunedì 31 marzo 2014

Legale


L'arrivo dell'ora legale è sempre una magia, nonostante siano 40 anni che la vivo. Si dorme un'ora in meno ed io la soffro come fosse un jetleg intercontinentale (che non ho mai provato personalmente perché io, al massimo ho viaggiato in longitudine).
Ci metto un paio di settimane a riprendermi.
Gli unici anni in cui non l'ho sofferta è stato quando i gemelli erano piccoli: non si dormiva comunque un cazzo per cui ora più ora meno non faceva tutta sta differenza.
Ma non è della sofferenza che volevo parlare, che poi avercene di queste sofferenze.

Ogni anno, immancabile si ripete un teatro in eterna replica, eppure sempre nuovo: la signora del centro, qui dove lavoro, che già ai primi del mese inizia a ricordarti che a marzo si cambia l'orario. Lo dice un centinaio di volte al giorno (non scherzo). Ha la sindrome di Down ed è l'ultimo dei suoi problemi, a dire il vero. Comunque era per dire che è proprio dura che l'ora legale ci prenda alla sprovvista, al contrario del mondo, là fuori, che c'è sempre qualcuno che buca l'appuntamento.
Tipo a messa, col fatto che suono vedo la gente morta che entra e ci sarebbe da farci un video con le facce di quelli che entrano durante la comunione, a messa quasi finita, ed hanno quei due secondi di smarrimento e vedi proprio il volto che passa dal registrare una situazione strana ma non ancora compresa, il rendersi conto che non è il mondo che è impazzito ma che sono loro ad essere non allineati, fino all'espressione “sotterrami” che li porta a sedersi a testa bassa sul banco più vicino chiudendosi in una meditazione autistica.

Per non farci mancare niente io ed i miei pards ci siamo trovati stesso posto stessa ora delle altre domeniche. Un po' meno luce e decisamente più sonno. Il Franz aveva anche fatto casino con gli orologi e si era svegliato alle 4.
Io venerdì ero pure andato a correre in montagna e le gambe erano così dure che Robocop a mio confronto pareva Roberto Bolle.
E qualcuno, vi prego, mi confermi che il gps del telefono non è affidabile perché, sarà stato il cambio dell'ora, sarà quel che sarà (chi la cantava sarà quel che sarà? Mah?!), fatto sta che tutti e tre siamo convinti di aver fatto almeno due, se non tre o quattro chilometri in più dei venti che ci diceva runtastic.
Ma torniamo all'ora legale; c'è tutta la giornata che corre più veloce di te: sono le tre ma tu stai ancora lavando i piatti e ti pare che siano le due, è ora di metter su la cena e ti pare impossibile perché fuori è così caldo e così bello...
Metteresti a letto anche i bimbi ma loro paiono non del tutto convinti della strana teoria che gli hai appena spiegato sul fatto che adesso si cenerà con la luce del sole e poi si va comunque a letto.
Ma poi, rincoglionimento a parte, nel giro di qualche giorno ci sembrerà tutto nuovamente normale. Esclusa mia mamma che da sempre, ancora quando eravamo piccoli, aveva da fare un paio di settimane a ricordarci che prima era già scuro, eccetera eccetera. La prendiamo in giro la mamma, ma forse è da lei che ho preso questa mania di continuare a stupirmi di questa, tutto sommato, facile e sotto sotto artificiale magia di primavera.

lunedì 10 marzo 2014

Il Cìpete salvavita


Alzi la mano chi non sa cosa sia il cìpete?
Perché mi è venuto il dubbio che non sia così internazionale. Mi pare perfino impossibile. Come vive il mondo senza sapere cos'è?
Il cìpete, tra l'altro, non è una cosa ma una categoria di cose. Avete presente quella sfilza di nomi che finiva con Philum, Regno? Si? Forse era Darwin ma non ci giurerei.
Beh, il cìpete è il philum (o phylum?).
No, in realtà non lo so, ma mi sono sempre chiesto cosa fosse il phylum (o philum) e mi piaceva l'idea che qualcosa potesse anche starci dentro in questo misterioso insieme.
In sostanza il cìpete è un aggeggio con una qualche funzione, generalmente elettronico, di piccole dimensioni.
Ah, dite che in italiano si dice chip? Può essere che derivi da quello, in effetti.
Però voi lo sapete che l'inventore del microchip è vicentino, vero? Quindi basta ciance: il vero nome è cìpete, punto.

Silver me ne ha regalato uno per correre. Si mette un cìpete attorno al corpo, con una fascia. E poi c'è un orologio con un altro cìpete dentro che ti dice se stai morendo. Credo che il mondo lo chiami cardiofrequenzimetro.
Noi lo chiamiamo madòno. Il madòno penso sia il “regno” del “phylum” cìpete.
Nel senso che spesso il madòno è un sistema più complesso del cìpete e anche più ingombrante.
Tipo mia madre diceva “Smorsa chel madòno” ogni volta che voleva che spegnessimo il computer e scendessimo ad aiutarla in laboratorio.
Se suonavamo la chitarra invece diceva: “molèghe con chel frin fron”.

Ma sto divagando; Silver mi ha regalato il cìpete per il cuore. Cosa cambia? Poco o nulla... solo che se stai per morire mentre corri ti avvisa un attimo prima. Poi con il GPS sanno anche dove venirti a cercare. Secondo me lo ha collegato con il telesoccorso senza dirmelo.
Pensavo che sarebbe bello ci fosse un cìpete così che ci avvisa durante la giornata per i vari sovraccarichi a cui andiamo soggetti: il livello di stress sta andando oltre i limiti di legge? Bip! Il tuo bisogno di ferie è oltre il consentito? Bip! La tensione a casa con i figli ti espone alla denuncia a telefono azzurro? Bip! L'ironia nelle risposte che dai alla gente sta diventando sarcasmo? Bip! Tua moglie ti parla di una faccenda importante e a te scappa di raccntarle un gustoso aneddoto che non centra una mazza? Bip.
Insomma... ce ne sarebbero tanti di cìpete da inventare. E sarebbe anche bello, come quando si corre, sapere quando è il momento di fermarsi, guardare il panorama, ascoltare il vento e riprendere fiato.

lunedì 13 gennaio 2014

Paragulp!


Ieri sera ci si guardava “Il Cammino per Santiago” di Emilio Estevez.
Carino. Direi un'ottima idea di fondo ed una buona partenza, anche se poi si perde un po' da metà in poi diventando un po' troppo scontato e “ammerigano”.
Per noi c'era il valore aggiunto del ricordo, che è sempre un bel ricordare.
Comunque non volevo parlare di ricordi, di film o di Cammini di Santiago.
Volevo parlare di Emilio Estevez che è il figlio del protagonista, Martin Sheen. Io una volta pensavo che fosse il figlio illegittimo avuto con una comparsa messicana di una qualche film girato nei '60. E pensavo che odiasse il padre ed il belloccio fratellastro Charlie.
Invece ti vado a scoprire che l'amato Capitano Willard in realtà si chiama Ramon Estevez e che il suo primogenito ha semplicemente deciso di usare il vero cognome per non dover continuamente confrontarsi o venire associato al percorso artistico del padre che non sarà Nicholson o Hopkins ma è comunque piuttosto noto.
Così lui appare in qualche filmettino qua e là e poi decide di dedicarsi alla regia. Di lui ricordavo Bobby che mi era piaciuto proprio tanto.
Ma arrivato qui mi accorgo che non voglio parlare neppure di Estevez perché in realtà tornavo a riflettere sui figli paraculi.
Io nel mio piccolo sono stato figlio paraculo.
Un secolo fa, a diciassette anni, inziai a fare il bagnino nella piscina dove mio padre faceva la manutenzione. Poi diventai anche istruttore.
Una volta un collega anziano mi disse: “ah, tu sei un paraculo, allora? Nessun problema, finché continui a lavorare bene”.
Cioè, in sostanza: probabilmente Emilio Estevez se fosse stato il figlio di un macellaio di Brookling o di un insegnante di lettere di Boston, non solo non si sarebbe sognato, ma magari gli sarebbero proprio mancate anche le basi economiche per sfondare nel cinema.
Invece era già bello inserito, grazie al padre... così che si è lanciato. Ed è pure passabile come artista.
Sei figlio di medici e farai il medico? Ok, purché tu sia un buon medico ed a patto che tu provi ad essere il miglior medico che io conosca.
Guai, invece, ai figli protetti contro ogni evidenza di inadeguatezza, che vivono su fama e meriti dei genitori.
Di una cosa sono certo: sarà più facile se decideranno di fare un lavoro diverso dal mio.

lunedì 4 novembre 2013

La mia prima (non) corsa in montagna

Mi auto denuncio per appropriazione indebita.
Di titolo di corridore, intanto.
Poi di corridore in salita, anche.
E di barefoot runner, pure.

Perché, non ancora smaltito il lutto per la mancata partecipazione alla Superpippo,  con l'amico Franz si è pensato di scarpinarsela di corsa sul Summano, il monte con due gobbe come un cammello.
Via Crucis, si chiama il sentiero; uno se vuole le risposte alle domande le trova.
Invece no.
Un runner ruba tempo al sonno a alla famiglia. La prima che hai detto.
Si parte alle 6,30.
Il giorno prima "Rosto e poenta onta".
Uno dice: corri usando il Chi (chi?). Non è facile se il Chi è seppellito sotto quattro fette di polenta fritta.
Poi il thé verde dà gastrite. Fastidiosa. Cestinato.
Poi chiacchero troppo.
Poi dovrei perdere almeno altri quattro cinque chili che il Franz, che in pianura gli sto dietro, in salita mi saluta di tanto in tanto e solo perché è un caro amico, sennò mi saluterebbe e basta una volta per tutte.
Che pesa trenta chili in meno, il Franz.

Poi le mie buffe scarpe minimaliste sono modello da strada, a dire il vero, e si scivola di gusto sulle roccie e l'erba umida.Che quando le ho comprate mica lo sapevo che volevo correre in montagna.
Sicchè non è che si sia corso poi tanto.
Camminato forte, quello si. E faticato anche tanto. E divertito anche di più.
In ogni caso non sono l'unico ad essermi appropriato indebitamente di qualcosa.
Leggenda vuole che questo monte Summano sia il simbolo della resistenza pagana alla cristianizzazione del Veneto.
Per non saper né leggere né scrivere il Vescovo di Vicenza ci ha fatto mettere prima un crocione di cemento armato e poi, negli anni novanta, un Cristo di metallo che saluta la valle a mano alzata. Che a me ricorda una versione fascia del Cristo col Colbacco di Stefano Benni che salutava a pugno alzato.
Fascio o no è davvero brutto.

Così, oltre che la montagna ai pagani hanno tolto anche il buon gusto ai cristiani.
Meno male che oggi ho così tanto acido lattico da non pensarci.
Stravolto da freddo e fatica El Gae arrivò in cima in preda a terribili allucinazioni: credeva di essere il subcomandante Marcos alla guida dell'esercito Zapatista.


lunedì 21 ottobre 2013

Non sono più buono a parlare italiano


Xè sempre più dificile, no?
Perché io una volta parlavo anca bene in italiano, par quello.
Accento forte finché te vuoi, ma parlavo proprio pulito.
Invece adesso, quando sono dietro a parlare, l'accento si tira dietro i termini e gli intercalare e anche le frasi intraducibili, che però le traducco istesso, no?
Credo sia parché al lavoro si parla solo dialeto. Credo! I ragazzi qui parlano dialeto. I colleghi parlano dialeto. Le riunioni, anche quele importanti, si fano parlando dialeto.
Non è mica facile sentirsi academici della crusca, se tutto intorno a te, oltre ad Ennio Doris, c'è gente che parla solo dialetto, sa?
Che qui in veneto, avrebbe deto mio nonno, la crusca serve solo par iutarte a 'ndare.
E così, eco, si infila dentro tuti i discorsi, diremo, gli intercalari, tipici, diremo, della parlata vicentina, diremo. E, go dito, tutte quei rafforzativi che di solito, go dito, si usano, go dito.
Par non palrare dele dopie che è proprio dificile sentirsele in testa e ti scapa di farle sbrissiare via, sensa baterle mai. Anche cantando. Anche in chiesa, che l'osana non ha la doppia s, semai la dopia a di Osaana.
E gli sbissioni appunto, su parole dialettali tradotte. Che si dice Sbrixion e lo traduci sbrissione ma mica lo sanno i foresti, che significa scivolone. E anche “amore, strucca il bottone” che sarebbe premi il pulsante, no?
E le zeta che son xeta, e le “a” larghe e le “o” strete.
O i refusi, tipo mi inaccorgo ora che non so più buono a parlare italiano, perché lo devo insegnare giusto ai piccoli, diremo. Ma come la imparano la lingua ste pore stele se il papà continua a svarionare che pare un pensionato che gioca a carte alle Acli di Cesuna nel 1935?
Che stemo qua a guardare i congiuntivi ma sarebe già qualcosa che mancassero solo quelli.
E, niente, dovrò concentrarmi di più, rileggere quelo che scrivo, pensare di più prima di aprire bocca.
Sono dietro a cercare di migliorare.

lunedì 14 ottobre 2013

In un bosco fitto fitto


Ieri abbiamo fatto la prima escursione in montagna con tutti e tre i piccoli semoventi.
Non che noi si fosse degli sherpa nepalesi, prima di filiare, per carità. Però qualche giretto in montagna con gli amici, coronato dall'immancabile scrofolata al rifugio, era un appuntamento che se, sette volte all'anno non mancava.
Poi è venuta Marichan e, nemmeno il tempo di pensare di portarsela nello zaino, la gravidanza a letto e Pee e Jack. Con l'inconfutabile evidenza: ci sono più bimbi che schiene su cui portarli.
Niente, si attende che camminino.

È strano, no? Ho passato i primi tre anni della vita dei miei figli ad aspettare che crescessero per fare le cose che facevo prima: la camminata in montagna, la pizzeria, il cinema, i pomeriggi sul divano.
Non si tratta di rimpianto, sia chiaro, e nemmeno di voglia di fuga (chi fa la battuta che dio lo beneduca), di desiderio di rifugiarsi in un passato più spensierato. Semplicemente ti mancano delle cose, no?
Allora tu ti aspetti la camminata in montagna ma quando gli amici ti chiamano per andare non puoi mica dire si, a che ora? Come facevi una volta. Devi dire: ma ce la fanno i bimbi?
Poi li devi sbrandare all'alba, e si inrospano, e così una giornata allegra in montagna inizia come il peggior lunedì all'asilo.
Per uno che si decide ad andare in bagno ne hai due che saltano già sul divano, alle sette di mattina. Per uno che riesci a calzare, ne hai due che si tolgono le scarpe e si rifiondano sul divano.
Sono tre e non sono mai tutti e tre d'accordo. A meno che non si tratti di cose che non vuoi fare tu.
C'è sempre almeno uno, a turno, che dice: Io voglio stare a casa.
Invece poi le cose si sistemano e tu ti fai la tua bella escursione, un po' adattata nel percorso, ma è già bello così. Sul sentiero racconti la storia dell'orso, del lupo e di qualsiasi altro essere peloso e loro se la camminano di gusto alla ricerca della casa della nonna di cappuccetto, della capanna del cacciatore o della grotta.
E poi l'immancabile mangiata, dove partecipano, buoni come non mai, e tu dici, ecco, vedi? Tornerà tutto come prima, ci divertiremo assieme, in primavera il Summano e l'anno prossimo le gallerie del Pasubio.
Ed è proprio lì, tornando felice, che ti viene l'illuminazione, capite?
Mentre sei stanco morto e non vedi altro che la doccia, il divano, la copertina, magari una coccola ed un buon film in tv. Che loro sono ancora lì, che sono stanchi morti e probabilmente daranno di matto.
Voglio dire: c'è da gustarsi il momento e nulla più. E lavorare sulla frequenza e non sulla durata.
 "Papi, ma là in fondo c'è il mare?"

lunedì 7 ottobre 2013

Luna


Ho la Luna.
Io non so se si usa solo in Veneto questo modo di dire: “Avere la Luna”.
È tra l'altro intraducibile, per come la intendo io.
Sta ad indicare quel misto tra magone, insofferenza, inizio di depressione e voglia di litigare con qualcuno. Che finisce che non fai niente.
Ieri sera ne parlavamo con Silver e si giungeva alla conclusione che il Lunedì è spesso causa di Lune. Magari è prorpio per questo che si chiama Luna. Anche se è facile che ti venga di Domenica.
Ieri dovevo partecipare alla Superpippo e già sapevo che non potevo farla.
Dovevo però andarci Sabato, anche se in forma “privata”, ma non ho trovato anima che mi accompagnasse. Subito avevo pensato di corrermela da solo ma me lo hanno sconsigliato tutti. Proprio tutti, nessuno escluso.
“Guarda che se ti perdi o cadi e ti rompi qualche cosa ti trovano il giorno dopo quelli della gara”.
E così, in realtà, la Luna ce l'avevo già da Venerdì. Crescente.
Ero così girato che sabato ho fatto una cosa che non avrei mai pensato: sono andato a correre sotto la pioggia.
Correre sotto la pioggia non è male. Il brutto è fermarsi, soprattutto se fa freddo.
I rivoletti d'acqua che ti corrono giù per il corpo sono alquanto sgradevoli. Particolarmente quelli in faccia ed in mezzo alle chiappe. 
 
Al posto della SPippo una gustosissima messa di un'ora e tre quarti dove, almeno, abbiamo suonato e cantato bene. Non si fa per la gloria né per i soldi, oh, ma manco un grazie. 
Sto pensando all'ateismo. Anche per comodità.  
Ormai eravamo ai tre quarti di Luna. 
 
Oltretutto ieri sera finiva la quarta serie di Dexter, a detta di tutti l'ultima degna di nota, i bimbi si sono addormentati tardi ed un pezzo ce lo siamo pure persi.
E poi finisce demmerda. Ma demmerda demmerda. Da restarci secchi proprio. Che ti fa passare la voglia di vedere le prossime, non fosse altro che vuoi vedere quanto schifo fanno, visto che lo dicono tutti.
Così la Luna è aumentata. Ha fatto il colmo, diciamo.
E va beh! Adesso dovrebbe inevitabilmente calare, no?
Ieri sera i bimbi parlavano già di regali di Natale. “Al papà Babbo porta la roba da correre” ha detto Jack.
Runners di tutto il mondo: fatevi pure i vostri personal best!
A me basta questo per sentirmi un corridore.



Ah, ma non ci riuncio mica. Alla Superpippo, dico.
Andrò a farmela uno dei prossimi week end, c'ho già dei volontari.

lunedì 30 settembre 2013

Lacrime in Paradiso


Ci sono cose che ti prendono a tradimento, nel bel mezzo di una spolverata al mobile della sala.
Cioè, tu sei lì, straccio alla mano e spruss spruss nell'altra, hai appena controllato che i bimbi in giardino non si stiano sepellendo vivi a vicenda con il badile di ferro che l'amorevole nonno ha confezionato ad hoc, o che non si siano attaccati l'uno con altro per le caviglie al trattore a pedali, per girare trionfalmente attorno alla casa come il pieveloce Achille con il prode Ettore e ti metti un disco nello stereo.
De Andrè, no. Serve roba energetica
I Gang, no. Per oggi niente impegno sociale
I Modena, uhm, i bimbi già te li fanno sciroppare in macchina.
Guccini, per carità.
Testa, Conte, Fossati? No no, stiamo spolverando, non voliamo troppo alti.
Passiamo alla sessione anglosassone:
Pink Floyd, Dire Straits, non c'ho voglia, troppo complicati.
Rolling Stones... quasi quasi
Clapton.
Eric Calpton is God, scrivevano sui muri di Londra negli anni settanta.
Ci sono poche cose che ti fanno vincere la pigrizia e preparti tutto il set Fender come la musica del vecchio Slow hand.
Ma tu stai spolverando e canti a squarciagola (vivere in campagna ha i suoi porci vantaggi).
Finchè, ad un certo punto, finchè ti accanisci su di un alone del microonde.. Would you know my name, if I saw you in heaven? Would you be the same?
Ricordo quand'è uscita, poco tempo dopo la morte del figlio; avevo trovato un po' eccessivo un tale successo legato ad una disgrazia così grande. Ed un po' mi era scaduto, il vecchio Eric, dopo quel bellissimo disco acustico. Eppure il pezzo è così perfetto, così incredibilmente riuscito.
Dice Igor Salomone che la felicità della genitorialità è solo parziale perché ti fa scoprire cos'è il terrore della perdita.
Ha fatto quello che sapeva fare ManoLenta per buttare fuori il più grande dolore che può capitare ad un padre. Ma non ha fatto solo questo.
Non è solo la morte del figlio che ci allontana da lui. Potrebbe essere la nostra morte ed il pensiero, terribile, di cosa accadrà loro dopo, senza di noi.
Ed è anche la paura di sbagliare, di farli scappare da noi.
È la paura che per i nostri figli, un giorno, non saremo nulla o, peggio, un peso o un brutto ricordo.
È la paura che non ci riconoscano, che si voltino dall'altra parte e, quando finalmente avremmo noi bisogno di loro, se ne siano andati.
“È molto bella questa canzone, papy”.
“Si, Mary, è molto bella” le rispondo fissando i miei occhi lucidi sul vetro del forno.
“Gioca fuori con i tuoi fratelli, dopo il papà te la suona con la chitarra” 

 

martedì 29 novembre 2011

Odio quel giorno lì


Odio essere già in ritardo la mattina presto
Odio i bambini che scambiano la mia agitazione per allegria e ne combinano di tutti i colori
Odio il passaggio a livello chiuso, il trattore con il carro di letame che non solo ti rallenta, non solo ti fa assaporare i sani odori di una volta, non solo ti insozza la macchina con la merda ma rompe proprio il cazzo.
Odio i semafori, le rotatroie, gli incroci a wc, le vecchie con la panda, le fighe col suv, quelli che guidano con il cappello.
Odio le maestre dell'asilo che ti dicono sempre quando arrivi chiamaci che ti aiutiamo e poi, quando arrivi assieme a loro, fanno finta di non vederti, zoccole.
Odio la ditta che mi costruisce la casa perchè non risponde alle e.mail e non va avanti con i lavori, stronzi
Odio i problemi futili, inutili, le bassezze della gente, i miseri confronti fra le persone, il mettere in competizione i figli
Odio il perbenismo, il bigottismo, il timordidio
Odio i lunedì.
Ah, oggi è martedì?
Beh, potevate fare finta di niente, vi odio