Qualche giorno fa rimbalzavano sui media due notizie: l'esclusione di un bimbo con sindrome di Down dai centri estivi e le violenze sugli ospiti di un grosso istituto del rodigino.
È sempre facile, e ammetto che lo faccio spesso anch'io, stare sul divano a puntare il dito.
Ma oggi mi sono chiesto quale potrebbe essere il nostro ruolo.
E per farla compiuta invece di scriverlo qui l'ho fatto su Genitoricrescono, che ormai è la mia seconda casa sul web.
Lo trovate qui e, se vi va, commentate come se foste tra amici. Lo siete.
giovedì 3 luglio 2014
martedì 1 luglio 2014
Waiting for Summer, his pastures to change
Siamo
tutti un po' giardinieri, nostro malgrado, anche se non sempre
conosciamo di che tipo siano le sementi che si sono state affidate. E
quindi non sappiamo bene quale sia il terreno giusto, se vogliano la
luce o l'ombra, se gradiscano tanta acqua o poca. Andiamo un po' a
tentativi, un po' facendoci aiutare, anche se magari gli altri non
avevano i semi uguali ai nostri.
E
ci viene l'ansia se non cresce in fretta e ancora di più se una
volta cresciuto c'è una foglia secca.
“Li
ho piantati ed ora vediamo cosa viene”, dice mio suocero ogni volta
che non è sicuro del risultato, e poi, con premura ed attenzione,
cerca di trovare le vie di mezzo, fino a quando non ci capisce
qualcosa di più e allora diventa più preciso, più specifico.
Io
credo di non essere un buon giardiniere, nemmeno in senso figurato
(di non esserlo in senso letterale ho la certezza): semino un sacco
ma poi non è che sono sempre bravo a starci dietro.
Prendete
questo post, ad esempio, che son tre giorni che l'ho iniziato e poi
la pausa pranzo finisce e lo lascio lì ed il giorno dopo non mi
piace più e lo cambio quasi tutto.
Ieri
ascoltavo James Taylor e pensavo a due persone care che non ci sono
più e mi veniva da piangere in macchina, come uno scemo. Così ho
preso la Vespa e mi canto la canzone a memoria: “Deep
greens and blues are the colors I choose. Won't you let me go down in
my dreams”,
le lacrime scendevano uguale, ma potevo sempre far finta che fosse
l'aria negli occhi.
E
credo sia quello che mi fa essere un pessimo giardiniere: troppe
cose, troppe emozioni, troppi investimenti affettivi.
Eppure
mio suocero ha tante piante ed un orto che sfamerebbe il Burkina Faso
e riesce a stare dietro a tutto. Eh, ma lui è bravo, c'ha il pollice
verde. Poi lui mica ha tante altre passioni: ne ha coltivata una
(bene, pure quella).
Invece
io pianto tanti semi e poi mi dimentico di dare l'acqua, di togliere
il seccume, di raccogliere quando è ora. E se mi ricordo magari non
c'ho voglia e poi sto andando dietro ad un'altra nuova passione.
Qualche
tempo fa sono passato al cimitero, non ci vado spesso, sebbene non
manchino i motivi per farlo; a tradimento mi ha notato la tomba di
Franco, il mio vecchio maestro di chitarra. Se n'è andato prestino
anche lui, in fretta, pure.
Non
era un vero maestro di musica, ma aveva tanta passione e suonava bene
(ed io non ho ancora capito come riuscisse a far sentire così tanto
la chitarra senza amplificarla mantenendo anche un tocco lieve).
Insomma,
un giorno mio padre o mio zio gli hanno chiesto se avesse avuto
voglia di insegnare a noi ragazzini a suonare la chitarra. Lui ci
portò in un piccolo negozio che non c'è più e comprammo tre
chitarre uguali da pochi soldi. Ci sono ragazzini che cantano nel
coro oggi che neppure sanno come si chiamava, ma è lui che ha
innescato quella reazione a catena, quel pomeriggio di primavera, in
un piccolo negozio di periferia. E non ha mai avuto un euro in
cambio. C'è solo una statuetta di bronzo con un cowboy che suona la
chitarra sopra la sua lapide. Ecco credo che lui per quel seme sia
stato un buon giardiniere.
E
non so perché tu sia finito in questo post, caro Franco, avrei
voluto avere parole migliori per te ma ultimamente va così. Ed io
spero che ti arrivi almeno la mia voce, mentre cerco invano di
sovrastare il rumore della Vespa e la malinconia cantando con
improbabile accento veneto una canzone di James Taylor che, ora che
ci penso, non ti ho mai neppure chiesto se ti piacesse.
venerdì 27 giugno 2014
Al bidone dell'umido fa meno male che a me
Alla
fine, come ciclicamente mi è capitato, ogni 4-5 anni negli utlimi
15, entro seriamente a dieta.
Vado
dal dottore di dimagrire, come lo chiamano i bambini.
È
sempre un pelino imbarazzante trovarsi in sala d'attesa con gente,
generalmente, molto più grossa di me. In realtà penso che anche
loro pensino lo stesso di me, solo che tutti tendiamo a vederci più
magri di quello che siamo.
Mi
accoglie in uno di quei classici studi medici moderni di adesso, con
le pitture moderne e le statue tribali, comprate probabilmente in
qualche shanti shop, o da Ovvio.
È
un uomo di una bellezza oggettivamente eccessiva, l'ultimo dietologo
che avevo visto era un piccoletto dall'aria trasandata, il mustacchio
da vespista anni 70 e la vespa anni settanta parcheggiata fuori dallo
studio.
Questo
ha il fisico di Buffon, e l'aspetto di un attore di Ozpetec. Non si
fa... avete fatto la Barbie con le gambe più corte e i fianchi più
larghi per non dare canoni fisici irraggiungibili?
E
mettete un dietologo con le maniglie dell'amore, per dio.
Come
sempre ho la sensazione che quando gli racconto che non bevo e non
fumo non mi credano.
Mi
impedenzia ed esce che ho una notevole massa muscolare, pure troppa,
a giudicare dall'aspetto.
Oh,
moro! Come ti permetti?
Guarda
che qua il ragazzo è tonico, sai? Sotto due dita di strutto ho certi
addominali, disse il mio amico Muà al medico che lo visitava durante
la visita militare.
Se
non che, vien fuori, che a parte saltare gli spuntini, devo evitare
di mangiare gli avanzi dei figli.
Buttar
via è un peccato, è vero, ma al bidone dell'umido fa meno male che
a me.
Ripetiamo
tutti insieme:
“Al bidone dell'umido fa meno male che a noi”.
Ma
è di stimolo per i figli: “Il dottore ha detto che il papà, a
volte, non sempre, deve mangiare cose diverse da voi per dimagrire”.
“Ma
non sarai più il nostro papà ciccione?”
“Sarò
il vostro papà ma meno ciccione”
“E
sei stato dal dottore di dimagrire?”
“Si,
ci sono stato oggi, Jack”
“E
adesso sei magrino?”
“Beh,
adesso no, ma piano piano ci arriviamo, ok?”
martedì 24 giugno 2014
Young Fans
Non
mi sono mai contraddistinto per tempisto ed opportunismo. In
generale.
Però
che io abbia scelta, complice la vacanza al mare ed il maxischermo,
Italia – Costarica, come battesimo calcistico per i miei figli, la
dice lunga su quanto io ci tenga che apprezzino il calcio.
Non
ci tendo quasi niente.
Sono
sincero, giusto quel poco che mi permetta di fare massa critica un
domani, in casa, se ci si dovrà litigare la tv fra la finale di
Champions e l'ultima puntata di qualche serial americano.
Perché
ad onor del vero a me il calcio un po' a stufato: mi hanno stufato i
miliardi, le chiacchere, i tatuaggi e le veline.
Però
i mondiali sono i mondiali per cui si guardano e basta.
Perfino
Silver la pensa così per cui, a conti fatti, di fare massa critica,
per il momento, non c'è neppure l'esigenza.
Però
Italia – Costarica è stata davvero una schifezza, al di là del
risultato.
Mi
annoio, ha detto Pee ad un certo punto, con Jack che si offriva di
riaccompagnarlo a casa da solo e dopo di tornare in solitaria (tutto
preso dalla nuova abilità di orientarsi in spazi nuovi).
Per
quanto, se anche ci fosse stato, l'assistente sociale del villaggio
sarebbe sicuramente stato davanti alla tv, per cui non correvo il
rischio di denunce, non me la sono sentita e li ho portati a casa a
metà del secondo tempo.
La
guardo in streaming sull'ipad, ho detto.
Ho
capito quante madonne si possono indirizzare ad un aggeggio
elettronico in un quarto d'ora...
Ma
torniamo ai piccoli.
Hanno
capito che gol non se ne segnano tanti. Soprattutto se gioca
l'Italia.
Hanno
capito che il portiere ha i guantoni colorati. Li vogliono.
Hanno
capito che una squadra è bianca e l'altra e azzurra. Mica sempre, al
limite li dirotto sulla pallanuoto.
Hanno
capito che tra il pubblico è pieno di gente colorata come
defiscienti. Tipo: “Mami c'erano due pitturati di blu”.
E
basta, stasera ci riprovo sperando in miglior sorte con tanto di
pizza comunitaria all'oratorio.
Sperando
soprattutto che possiamo avere altre occasioni a breve... sul più
bello che hanno capito che si tifa blu non vorrei confonderli.
venerdì 13 giugno 2014
To Mare
Le settimane senza figli non sono mica male, sapete?
Bella scoperta, direte voi...
Invece è una scoperta sul serio; noi ci abbiamo messo quattro anni prima di imparare.
Dovete sapere che i suoceri vanno da trent'anni in questo villaggio del litorale jesolano (ne parlo anche su GC, con taglio diverso, se vi interessa). Piccolino, a misura di bambino, pericoli zero.
Da circa sedici anni, in un misto di eroismo ed incoscienza (l'eroe è anche incosciente) ci portano i nipoti una settimana, lasciandoli poi, la successiva, ai rispettivi genitori, in questo caso noi.
Sicchè sono quattro anni che le nostre "vacanze" si dividono esattamente in due parti: nella prima si rimane nello stesso posto ma attorno tutto cambia.
Non ci sono più i ritmi serrati in funzione dei bimbi, si può mangiare anche un'ora dopo, si può stare a tavola mezz'ora dopo aver finito, non c'è da riordinare le macerie, si può prendere ed andare al cinema, decidendolo ora, via di corsa, al mattino si dorme perché c'è tempo...
Capite? C'è tempo!
Certo, c'è da domare la nostalgia, ma la nostalgia è un problema nostro, non dei bambini. I bimbi al mare si divertono, hanno le cugine grandi, i nonni che non sanno dire di no, per loro è più vacanza questa settimana che la prossima (con quei rompicoglioni di mamma e papà).
E siamo stati bravi Silver ed io, l'abbiamo domato sul serio la nostalgia. Ieri ci siamo perfino dimenticati di chiamarli. Poco male, ho detto, fra qualche anno saranno loro a non chiamarci più quando saranno in giro; me lo auguro, glielo auguro.
Stasera invece andiamo giù noi e sarà la quotidianità familiare di sempre in un posto completamente diverso per una settimana. E staccheremo il cervello dalla follia del lavoro e riguadagneremo gli abbracci, gli schiamazzi, le chiacchere fra di loro ascoltate di nascosto. Ci saranno tutte le cose che ci sono mancate questa settimana.
Ieri sono iniziati anche i Mondiali di calcio, il cronista ha detto spesso "non è più un giocatore giovanissimo" riferendosi a persone che hanno quasi dieci anni meno di me. Complice la settimana senza figli, ho pensato che se l'Italia vincesse non potremmo certo andare a fare i caroselli in macchina come nel 2006, così, d'impulso, come 8 anni fa.
Ed io di questo sono sinceramente contento: la vita è andata avanti, è cambiato tutto ma non ho rimpianti e non ho rimorsi. Siamo ancora qui a godercela. Oggi non riesco ad immaginare una ricchezza maggiore di questa.
Se non ci vediamo la settimana prossimo è perché starò costruendo una "vespa come la tua, papi" di sabbia.
Bella scoperta, direte voi...
Invece è una scoperta sul serio; noi ci abbiamo messo quattro anni prima di imparare.
Dovete sapere che i suoceri vanno da trent'anni in questo villaggio del litorale jesolano (ne parlo anche su GC, con taglio diverso, se vi interessa). Piccolino, a misura di bambino, pericoli zero.
Da circa sedici anni, in un misto di eroismo ed incoscienza (l'eroe è anche incosciente) ci portano i nipoti una settimana, lasciandoli poi, la successiva, ai rispettivi genitori, in questo caso noi.
Sicchè sono quattro anni che le nostre "vacanze" si dividono esattamente in due parti: nella prima si rimane nello stesso posto ma attorno tutto cambia.
Non ci sono più i ritmi serrati in funzione dei bimbi, si può mangiare anche un'ora dopo, si può stare a tavola mezz'ora dopo aver finito, non c'è da riordinare le macerie, si può prendere ed andare al cinema, decidendolo ora, via di corsa, al mattino si dorme perché c'è tempo...
Capite? C'è tempo!
Certo, c'è da domare la nostalgia, ma la nostalgia è un problema nostro, non dei bambini. I bimbi al mare si divertono, hanno le cugine grandi, i nonni che non sanno dire di no, per loro è più vacanza questa settimana che la prossima (con quei rompicoglioni di mamma e papà).
E siamo stati bravi Silver ed io, l'abbiamo domato sul serio la nostalgia. Ieri ci siamo perfino dimenticati di chiamarli. Poco male, ho detto, fra qualche anno saranno loro a non chiamarci più quando saranno in giro; me lo auguro, glielo auguro.
Stasera invece andiamo giù noi e sarà la quotidianità familiare di sempre in un posto completamente diverso per una settimana. E staccheremo il cervello dalla follia del lavoro e riguadagneremo gli abbracci, gli schiamazzi, le chiacchere fra di loro ascoltate di nascosto. Ci saranno tutte le cose che ci sono mancate questa settimana.
Ieri sono iniziati anche i Mondiali di calcio, il cronista ha detto spesso "non è più un giocatore giovanissimo" riferendosi a persone che hanno quasi dieci anni meno di me. Complice la settimana senza figli, ho pensato che se l'Italia vincesse non potremmo certo andare a fare i caroselli in macchina come nel 2006, così, d'impulso, come 8 anni fa.
Ed io di questo sono sinceramente contento: la vita è andata avanti, è cambiato tutto ma non ho rimpianti e non ho rimorsi. Siamo ancora qui a godercela. Oggi non riesco ad immaginare una ricchezza maggiore di questa.
Se non ci vediamo la settimana prossimo è perché starò costruendo una "vespa come la tua, papi" di sabbia.
martedì 10 giugno 2014
It's another Laguna Sunrise
Corro
in Laguna, alle cinque di mattina (con la nebbia nei polmoni,
canterebbe Ivan Graziani).
Abbiamo
accompagnato i bambini al mare, come ogni anno da tre a questa parte,
dove faranno una settimana coi nonni ed una con noi.
Potendo,
e volendo, ogni anno preferiamo non farci l'andata ed il ritorno in
una sola giornata perché, statisticamente, la possibilità di farsi
sei ore in macchina rasenta il 100%.
Quest'anno
invece è andata bene e non abbiamo trovato traffico praticamente
mai, riuscendo ad infilarci perfino un cinemino la domenica una volta
rincasati.
Ma
non volevo parlare di cinema e neppure di traffico.
Ho
cambiato scarpe.
Curiosamente
ho fatto caso che anche lo scorso anno ho cambiato calzatura nello
stesso periodo. I casi sono due: probabilmente ho una compulsione
all'acquisto non grave ma ciclica. O io, dopo la chiusura dei bilanci
al lavoro, ho bisogno di comprarmi un paio di scarpe per completare
il mio maggio.
Mah!?
Se
non che, dicevo, avendo le gambe reiniziato a girare in modo decente
dopo lo strapazzo della maratona ed essendo il resto del fisico
abituato a distanze più lunghe dello scorso anno, mi sono spinto
qualche chilometro in dentro per correre costeggiando la Laguna. È
uno dei miei panorami preferiti, ancora sufficientemente selvaggio da
inquietarmi ed affascinarmi.
Le
scarpe dicevo: ho mollato per un po' le scarpe con le dita, per
motivi di look, più che altro.
Si,
sono un po' volubile.
Però
l'operazione non è indolore: cambia leggermente il modo di correre,
se non sto attendo fanno male le ginocchia ed i polpacci.
Il
piede si scalda, anche. Le scarpe sono ottime ma prima ero
praticamente senza, non c'è paragone. E dopo un po' sento i piedi
bollire ed un leggero crampetto sull'esterno del piede.
Così
dopo una quindicina di chilometri mi sono infilato nella prima via
che riportava verso il mare e ho fatto l'ultimo tratto scalzo con i
piedi in mare.
Perché
è così, non è facile muoversi in scarpe che non sono nostre.
Dobbiamo trovare la nostra misura, la nostra dimensione.
Dobbiamo
anche capire se ci possiamo abituare ai piccoli dolori che ci danno,
se sono piccoli, se dovremmo conviverci o se passeranno. E se
passeranno cosa lasceranno? Una vescica che si rimargina, un'unghia
nera che rimarrà più a lungo o un'infiammazione che ti segnerà per
il futuro?
Di
certo c'è che va fatta una scelta, ad un certo punto: devi decidere
quali sono le tue scarpe e non ci sono date infinite possibilità di
provarne.
Al
limite puoi correre scalzo, ma anche questa è una scelta e come tale
porterà le sue conseguenze, le sue specifiche ferite.
Certo,
ti potrà sembrare che nessuna sia la scelta ottimale ma neppure il
piede in due scarpe si può tenere. A quel punto sarà il tuo piede
stesso a volersi liberare di te.
mercoledì 4 giugno 2014
Io armi non ne ho
Mi
spaventa molto essere l'ultimo a capire le cose.
Avete
presente quella scena di “The Bourne identity” dove Jason e la
sua sventurata compagna di viaggio entrano in una tavola calda e lui,
che ancora non conosce la propria identità, trova che non sia
normale aver già fatto il check up di tutte le auto in parcheggio e
di tutti gli avventori dell'osteria?
Ecco,
a me non capita mai.
Ma
non mi capita neppure nelle relazioni.
Ci
sono persone che penso di conoscere ed invece mi ritrovo, prima o
dopo, qualcuno che mi guarda, sbuffa e mi dice: “Ma come, vuoi
dirmi che tu non sai niente?”.
E
giù coi particolari.
Ed
io mi stupisco ogni volta di quanto io possa essere ancora così
ingenuo...
Dico,
ma come cavolo mi avete educato, mamma, papà?
A
fidarmi della gente? A credere sempre nella genuinità dei
sentimenti, delle realzioni? Delle parole?
Niente,
sbagliato, pericoloso.
E
dire che non sono una persona fragile: io nella tensione ci sguazzo,
non ho paura dei toni alti, li ammorbidisco con la mia pingue ironia.
Ma
forse sono come quei guerrieri, avete presente il colosso amico di
Massimo ne “Il Gladiatore”? Sono talemente convinti della propria
forza che non si proteggono, non usano astuzie tipiche di chi è più
smilzo. Ed alla fine la frecciata arriva, il fendente che ti ferisce
e ti fa cadere a terra.
Eppure
non sento la voglia di cambiare. Certo, mi dico “la prossima volta
starò attento” ma qualche capello grigio mi ha insegnato che io
disattendo sempre queste promesse.
Io
credo in un mondo senza bassezze, senza sotterfugi, con goffaggine ma
senza reale cattiveria. Ci credo a costo di morirci negando
l'evidenza.
“Ma
papi, alla fine i buoni vincono sempre?”
“Si,
Amore mio, alla fine i buoni vincono sempre”.
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