Per
la prima volta nella mia vita, giuro, ho capito cosa passa nella
testa di chi, quando muore qualcuno, cambia la propria immagine del
profilo su facebook.
Ieri
sera ho saputo che è morto Carlo Mazzacurati, regista padovano,
forse il mio cineasta preferito per quello che riguarda la produzione
italiana degli ultimi 20 anni.
Che
poi, preferito. Le preferenze dipendono dallo stato d'animo, non dal
regista. Ma io non ho mai trovato nulla nella produzione di
Mazzacurati che mi facesse cambiare canale.
Credo
dipendesse da quella capacità di raccontare il Veneto, con le sue
miserie e i suoi tic, senza però tralasciare anche le cose belle,
quelle che ci fanno comunque rimanere qui, a guardare le montagne ed
anche il mare, nonostante le zone industriali infinite e i vari Porti
Marghera disseminati qua e là.
Il fascino cadente della laguna a Pellestrina, il mesto piattume del Polesine, la Vicenza che c'è sempre meno de "Il prete bello".
E poi i personaggi: gli emarginati perché perdenti, perché incapaci di essere all'altezza di un mondo che cambia senza aspettare nessuno: il timido muratore di "Vesna va veloce", il Cristo obeso de "La Passione", i tristi antieroi Willy e Alain Delon de "La lingua del Santo".
Un
amore per la sua terra che lo aveva spinto a tornarci, lasciando Roma e le sue opportunità.
Mi
sono sempre chiesto se i suoi lavori fossero amati anche altrove.
Oggi
non ha importanza.
Chiaramente
non ho messo la sua foto sul profilo; sono pigro e comunque non credo
che lui avrebbe gradito. Riposa in pace.
Spero che lassù qualcuno apprezzi il tuo
amaro senso dell'umorismo e sennò porta pazienza, qualcuno arriverà.
“Quando
uscirò di prigione andrò da Patrizia, ho un sacco di cose da dirle, se mi vorrà
ascoltare. Sennò pazienza, le dirò a qualcun altra. È così bello
il mondo se lo guardi negli occhi di una donna”.








