mercoledì 23 gennaio 2013

Passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore

Capita di accostarci alla morte.
O che essa ci sfiori, in un momento della vita.
Ci sfiora perchè non riguarda noi in prima persona ma colpisce le persone alle quali vogliamo bene e, in parte, la loro perdita è anche nostra.
E questa nostra prossimità ci responsabilizza e ci chiede di essere presenti, se non a consolare, per lo meno a condividere.
E capita di trovarci anche stupiti nel constatare che siamo noi a venire consolati e rassicurati. Dalla serenità, dalla forza, dalla fede altrui.
E tutto acquista un senso ed il senso diventa direzione da seguire. 
E capita invece di trovarci, in un'altra situazione, davanti a cose più grandi di noi, come il suicidio di un padre, ancora giovane, con i figli piccoli.
E questo non trova consolazione, non trova ragione e non trova fede a giustificarlo, combattutti come siamo fra la colpa che ci carichiamo addosso e quella che addossiamo a chi ha deciso di affidare la sua vita a tre righe lasciate sul tavolo e ad una corda appesa al soffitto.
E non ci sono parole
Capita allora la domanda: tu che sei psicologo, come lo spiegheresti ad un bambino?
Ed io risposte non ne ho; consapevole che il problema non sia come riuscire a spigarlo ad un bambino ma trovare le parole per raccontarlo a me stesso. 

Allora sua moglie disse: "Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!". Ma egli le rispose: "Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?". (Giobbe 2, 9-10)



venerdì 18 gennaio 2013

Gae e i gay


Quanti omosessuali conoscete?
Se me lo aveste chiesto qualche anno fa, vi avrei detto uno o due, tirandomela anche un po', come se fosse una nota di merito che gli altri non potevano vantare.
Ora forse direi che non lo so.
Perchè, in fondo, non ho informazioni sulla vita sentimentale di un sacco di persone che incontro durante la giornata, e, in ogni caso, non mi importa un granchè. 
 
È pazzesco come ci siano degli argomenti che ti si parano davanti solo da un certo punto della vita in poi, come se prima non fossero mai esistiti.
L'omosessualità è uno di questi.
Credo di aver iniziato a sentir parlare di omosessualità solo in adolescenza, di solito con parole offensive usate contro chi tutto era meno che omosessuale.
Beh! Nulla di strano, la stessa sorte di “Singano”, “Teròn”, “Mongolo”, “Anticapato” (di solito da chi offendeva in questo modo non ci si aspettava il 7 nel tema di italiano)

Ora, in campagna elettorale, pare impossibile, sembra che si possano scucire alcune centinaia di voti in più parlando di omosessualità in un modo o nell'altro...
Di per sé non c'è nulla di male, ognuno è libero di esprimere le proprie idee...
Fa un po' più incazzare che tutto ciò venga fuori in campagna elettorale quasi che le uniche due cose che contino davvero siano i matrimoni omosessuali e l'IMU così che i poveri amici gay rischiano di non potersi sposare ma, in compenso, possono pagare una follia di tasse sull'abitazione.
Va ben, era una battuta.
Ma quella sulla campagna elettorale, no.
Onestamente non sopporto questa tendenza a tirare giù il livello: vuoi colpire l'elettorato cattolico? Dì che sei contrario ai matrimoni gay. 
Se sei davvero bravo e riesci anche a far percepire questo come una minaccia al modello tradizionale di famiglia anche meglio. 
Perchè è questo che devi riuscire a dire, senza dirlo: che il matrimonio gay dopo l'eventuale approvazione sarà l'unico possibile: 
E forse la legge sarà anche retroattiva, tua moglie dovrà cambiare sesso, pena la separazione coatta. 
 
E nessuno, dico nessuno, nemmeno di quelli a favore, che si sforzi di elevare lo sguardo, di invogliiarci a ragionare, a capire il senso profondo delle cose. 
 
Nessuno che ci inviti a capire le ragioni degli altri, che ci chieda di accoglierne la sofferenza (qualcuno si è mai chiesto quanto difficile è accettare la differenza* di un figlio? E vederla su di se, e sentirsela addosso? 
Queste domande riescono in qualche modo a oltrepassare gli scudi, crociati e non, che fanno bella mostra di sé sui manifesti elettorali? 
 
Faccio mia questa riflessione del teologo Alberto Maggi in risposta a chi pone come unica argomentazione alle proprie convinzioni il vecchio adagio “Da che mondo è mondo”. 
 
"Da che mondo è mondo", è la frase magica usata per difendere un modello di famiglia che si vuole far risalire alle origini dell'umanità. Penso che adoperare questa formula sia molto rischioso, perché il modello di famiglia si è evoluto nel tempo e ancora si evolverà. Da che mondo è mondo vuole richiamarsi forse alla poligamia largamente esercitata dai patriarchi, con tanto di benedizione divina? Speriamo di no! A una famiglia dove i figli, specialmente le femmine, non avevano alcuna dignità e valore? Dove la donna era soltanto la serva del marito, padrone indiscusso dei suoi familiari? Penso proprio di no. Allora bisognerebbe sapere dicendo "da che mondo è mondo" a quale epoca ci si vuole riferire, e forse, con sorpresa, ci ritroveremo in tempi molto vicini ai nostri. Il "da sempre", pertanto, non sembra essere poi così sicuro.

* uso non a caso la parola differenza, che sottende ricchezza, al posto di diversità, che troppo spesso assomiglia a divisione. 

martedì 15 gennaio 2013

Post post

Finite le feste è tempo di bilanci?
naaaaaaa!
Però stanotte, finchè cercavo di riaddormentare Jack (baideuei eravamo già al terzo risveglio), riflettevo sull'utilità di Babbo Natale.
Babbo Natale ha portato il ciuccio ai bambini poveri. Se la sono bevuta e non hanno praticamente più chieto informazioni sul caro (ciuccio) estinto.
Loro chiaramente non sanno che Babbo li ha lasciati nella mensola più alta del pensile più nascosto della cucina più remota.
E fortunatamente ogni reperto archeologico emerso dagli scavi (un paio li abbiamo trovati sotto al materasso o sotto il divano riassettando nei giorni successivi) è stato occultato dal sottoscritto con abilità finemanuale che in confronto Tony Binarelli è un vecchio artritico.
Detto con rispetto, sia chiaro, e pensandolo negli anni d'oro, perchè, per quanto ne so, ora come ora, Tony Binarelli potrebbe essere in effetti un vecchio artritico.

Ma torniamo al Babbo che, in cambio di questo servizio, ci ha riempito casa casa di cianfrusaglie e giochi.
La cosa più bella che ho notato con i bimbi è che i giochi non servono a giocare.
Li spargono in giro.... tutti.
E poi giocano con ramazza e paletta (che però sono fucile e pistola), con l'incarto di nylon delle mutande che mi ha regalato Silver, con l'elastico rotto dei capelli dello zio...
Insomma, giocano con cose che permettono loro di fantasticare, di creare. E noi abbiamo la schiena finita a furia di raccogliere giochi.
Fa eccezione la chitarrina che abbiamo regalato noi (non è proprio vero ma cosa saremmo se non manipolassimo i risultati dei sondaggi?)
La suonano un sacco, hanno perfino esordito "live" alla messa che domenica abbiamo animato al manicomio che c'è qui vicino (adesso si chiama RSA psico-geriatrico, ma qui lo chiamano ancora tutti "il manicomio").

Da morir dal ridere: "i mati", i volontari e le suore erano "immagà", come si dice dalle nostre parti.
Ed in effetti ho dovuto fare un certo sforzo per tenere al guinzaglio l'orgoglio di padre quando Jack, oltre a grattuggiare freneticamente le corde del suo minuscolo ukulele giallo, si è messo anche a cantare il ritornello del canto finale.

venerdì 11 gennaio 2013

Un Movimento Sexy

Questa settimana sono riuscito a fare attività fisica non una, non due, non tre, bensì quattro volte.
Ad onor del vero la quarta volta dovrebbe essere oggi pomeriggio se riuscirò ad andare a casa ad un orario decente ma mi sono strutturato in modo tale da farcela costi quel che costi.
Il bello è che fino a domenica mi facevo remore a muovermi da casa per non gravare troppo su Silver: la gestione dei tre mostriciattoli non è semplicissima nelle ore calde del mattino presto e della preparazione della cena.
Ma ora è lei che insiste, mi motiva, mi organizza addirittura i momenti.
I casi sono tre:
  1. Ha un amante che vede negli orari in cui io sono fuori di corsa. Lo trovo improbabile. Se non altro è uno "svelto", visto che io si e no che riesca a correre tre quarti d'ora. 
  2. Meglio sola che male accompagnata: mi vive come un carico aggiunto e mandarmi a correre è un parziale sollievo. Non la scarto, come idea. 
  3. L'ipotesi che la mia obesità mi porti alla morte prematura è una costante: meglio rinunciare a me poche ore a settimana che trovarsi vedova con tre pesti da gestire (che riducono notevolmente l'appeal nei confronti di eventuali nuovi pretendenti). 
 Comunque non importa.
Ho scoperto che i podisti fai da te sono tutti comunque bardati in modo abbastanza omologato: leggins da corsa, maglia in tessuto tecnico, berretto in tessuto tecnico, guanti in tessuto tecnico, giubbino kway smanicato (in tessuto tecnico).
Io sfoggio abbiagliamento vintage: pantaloni adidas 1996 blu con le strisce che si scuciono, felpa NYC Marathon originale regalatami da mio fratello nel 2000, scarpe di mio padre gialle (le mie non so che fine hanno fatto), berretto Lee mooolto anni '90, kw da ciclista rosso fasciante leggermente tirato sul davanti.
Si, beh, leggermente: sembro un cotechino. Ma è funzionale.
Qui si corre bene, è pieno di ciclabili non illuminate. Questo mi permette di non essere riconoscibile. Se incorcio qualcuno grugnisco un ciao così non riconoscono nemmeno la voce.
Sono molto motivato, insomma. Un chiletto è già andato giù e non mi ha disturbato neppure la nuova discesa in campo di Berlusconi.
Vuoi vedere che se perdo dieci chili finisco per votarlo anche?
Se aveste sentore di ciò, vi prego: invitatemi a cena ed ingozzatemi.
Buon fine settimana. 


martedì 8 gennaio 2013

SgnaRocky Balboa

Chi di voi, non veneti, sa cos'è uno sgnarocco?
Mi viene da scriverlo con due c, italianizzandolo, ma in realtà la pronuncia veneta solo raramente bate le dopie (cit.)
In realtà è uno di quei termini che fa talmente parte dell'uso comune che non viene mai tradotto e si preferisce infilarlo nel discorso in Italiano come se niente fosse (Si, qualche volta anche noi parliamo in italiano).
Lo sgnaroco è la produzione nasale. non quella consolidata, detta grosta, ma quella molla, che cola. Che finezza, neh? Forse basta dire muco... tant'è, ormai.
Perchè in questa umidissima giornata di inizio anno s'annega il pensier mio in questa immensità?
Beh, non è che ci voglia molta fantasia: a casa si sta letteralmente navigando nella sostanza. Tutti e tre, dico tutti e tre, smoccicano dal naso che io mi chiedo: possibile che dei corpicini di meno di 15 chili possano produrne 16 di sgnaroco al dì?
Da qui il soprannome, condiviso SgnaRocky Balboa, ripetuto ogni volta che con l'ultimo lembo del fazzoletto di carta cerco di asciugare il naso al pargolo di turno rimuovendo drasticamente la necessità di alzarsi per prendere un velino nuovo... snervante.
È comunque meglio questo della vita politica italiana: ieri si diceva con Silver che manca poco alle elezioni ed ancora non è chiaro chi si candida e con chi. Berlusconi ieri si proponeva per l'Economia. Forse perchè è andata a puttane. 
Chi lo sa.
A conti fatti era meglio se oggi non postavo niente.

venerdì 4 gennaio 2013

Depenalizziamo la genitorialità


Avere figli è magnifico, che ve lo dico a fa?
Eppure non c'è sera che non si viva con sollievo il momento dell'addormentamento dei piccoli. È l'attimo in cui ti senti in condizione di poter riprenderti, per qualche minuto, se va bene per qualche ora, la tua vita di prima e tornare ad “essere te stesso” e leggere, guardare un film, suonare, nel mio caso.
Che poi è una minchiata sulenne in quanto “te stesso”, non esiste: quello che siamo è connesso a ciò che facciamo e ci fa essere qualcos'altro, magari molto simile, ma comunque modificato. Panta rei, tutto scorre diceva Eraclito all'idraulico che gli sistemò lo sciaquone.
Ma, siccome “after changes upon changes we are more o less the same” come cantavano i grandi bardi prima di litigarsi i diritti d'autore, sentiamo sempre il bisogno di mantenere un aggancio con quello che chiamiamo autonomia, indipendenza, libertà. 
 
Sembra scontato e facile ed invece non lo è. 
 
Andiamo sul pratico e proviamo a fare un sondaggio: quanto vi sentite legittimati a chiedere ai nonni di tenervi i figli una sera per uscire con vostra moglie (o marito/compagno) dopo che la gran parte della giornata la passate al lavoro?
Lo svago deve sempre e comunque essere fatto per e con i figli o anche la vostra salute mentale ha i suoi vantaggi? Solo cartoon e film Disney o anche qualche seratina con aperitivo e poi cinema d'essai (che i vostri due neuroni il massimo che riescono a sostenere è Rambo 2)? 
Per meglio chiarire questo punto citerò una frase di mio fratello (più giovane ma più anziano di paternità): “Vi prego, stasera guardiamo un film in cui si veda almeno una tetta”. 
 
Il fastidioso detto: “Chi se i fa se li governa” che ho sentito non più tardi di sei mesi fa ad opera di un nonno (non dei nostri, che sono splendidi), è ancora valido? Scavando dentro di noi, sinceramente, quanto ci crediamo ancora anche se nessuno ce lo ripete
 
Chiaramente non è facile trovare una risposta e, credo, anche se suona da frase fatta, che una risposta non ci sia. C'è chi i nonni non ce li ha, chi li ha lontani, chi li ha poco disponibili, malati o altro.
Poi dipende dall'età dei bimbi, dalla lora adattabilità... da tante cose insomma. 
 
È facile predicare il “prendetevi i vostri spazi, singoli e di coppia” ma poi la pratica è fatta di complessi incastri di orari, di fatica e sensi di colpa, implicazioni culturali giuste e sbagliate ma, in ogni caso, presenti.
È altrettanto facile dire che i bravi genitori seguono i figli sempre e comunque, arrivando a rinunciare, magari, anche al lavoro o a parte di esso, sbattendotelo in faccia come l'unica scelta responsabile possibile e magari tu, in quel momento lì ti senti pure in colpa perchè non lo hai fatto anche tu. 
 
Poi però ti accorgi che i panni degli altri ti stanno stretti (a me larghi quasi mai) e non sei a tuo agio.
E che un genitore che sta bene è il miglior tesoro che possiamo custodire per i nostri figli. 
Per cui fate come volete. L'importante è che stiate bene.  

mercoledì 2 gennaio 2013

Estivill baciami

Dico dove? 
No, tanto si capisce, vero? 

La prima volta che ho sentito parlare di "Fate la Nanna" è stato una decina di anni fa ad opera di una collega. 
Il libro passava di mano in mano che pareva fosse il Santo Graal o la pietra filosofale. Che poi lo so che queste cose non passavano affatto di mano in mano, ma era per dire che pareva uno di quegli oggetti miracolosi che risolvevano tutti i problemi. 
A me non è mai piaciuto! 
Non che ci abbia dedicato uno studio attento e approfondito. L'ho letto e non mi è piaciuto, come è capitato con un sacco di altri libri. E, badate ben, l'ho letto quando ancora non avevo figli per cui non è che in me abbia avuto il sopravvento l'istinto di iperprotezione paterna. 
Semplicemente a me non piacciano i manuali di istruzioni. 
Sono un creativo io. O meglio, mi piace raccontarmela così, in realtà sono un cialtrone sfaticato, ma volete mettere dire: "io sono un creativo, baby". 
Poi non mi piace il comportamentismo, quello dello stimolo risposta, per capirci. A me piacerebbe che i miei figli mi capissero. Non vorrei che pensassero che piangere non serve. Vorrei che capissero che a volte non serve. Vorrei anche che sapessero che, anche se talvolta li lascio piangere, quando fanno un brutto sogno io ci sono, possono contare su di me e, se dico che non si dorme nel lettone con mamma e papà, non vale se si ha la febbre o se hanno appena avuto un incubo.  
C'è un ambiente attorno alla persona. 
Ora, so benissimo che il metodo "Fate la nanna" non preclude tutto ciò. Mi spaventa però più chi lo può leggere che chi lo ha scritto (che era certamente armato delle migliori intenzioni). Se uno è abituato a montare mobili dell'Ikea, il metodo diventa una serie di azioni da seguire scrupolosamente.Troppo scrupolo non va bene. 

Poi, ultima ragione del mio non-amore nei confronti del vecchio Eduard, sono pigro. Lo so che mi ripeto. Ma non avevo palle di cercare altre ragioni; i metodi vanno applicati con cura, precisione, costanza. Io mi stanco. 
Poi per me è facile, i miei si sono sempre addormentati facilmente... si svegliano spesso, ma questa è un'altra storia

Detto questo, a mo' di non doverosa e probabilmente non interessante premessa, devo dire che in queste vacanze di Natale Silver ed io abbiamo attaccato il turbo educativo (attaccare il turbo, cazzarola, fa molto eighties, dirlo, no?). 
In una settimana di ferie simultanee, la scorsa, ci eravamo dati i seguenti obiettivi: 
- Togliere il pannolino notturno ai gemelli
- Eliminare definitivamente il ciuccio
- Far cessare le incursioni nel lettone

Perchè tutto insieme? 
Perchè per riuscirci serve coerenza da parte di tutti gli agenti educativi. Con entrambi i genitori a casa le maggiori fragilità dei nonni (che cedono sempre) venivano messe in secondo piano. 

Metodologia
Togliere il pannolino è stato facile. Si svegliavano asciutti già da qualche tempo. La prima notte senza ha fatto, ovviamente, eccezione e Pee mi ha raggiunto in camera con le mani "a barriera" (chi capisce di calcio mi ha capito) dicendo:"bagnato". 
Di lì in poi tutto liscio. 
Il ciuccio lo ha portato via Babbo Natale in cambio dei regali. Non lo voleva per sé, chiaramente, lo ha portato ai bambini più poveri. Se vi sembra diseducativo usare delle misere bugie come questa, ricordatevi sempre che mia mamma mia aveva detto che il coniglio Bunny, quello carino che avevo vinto alla sagra e che avevo praticamente addomesticato, era fuggito. Invece, anni dopo, ha confessato di averlo fatto cucinare da un'amica perchè lei non se l'era sentita. Farisea. 
Comunque ha funzionato ed il ciuccio non lo chiedono più. 
Ridurre le incursioni nel lettone invece è ancora in progress. Si sono ridotte, questo si. Però richiede spesso di doversi alzare per riaccompagnarli a letto e non sempre ci regge il fisico (pensate quando si alzano tutti e tre un paio di volte a notte). 
Poi non sempre ce ne accorgiamo: Maria si infila sotto il piumone con una tale agilità che la troviamo lì al mattino. 
Però un po' sono migliorati...
Resistiamo.