I miei figli sono molto creativi, anche nel capire i testi.
L'inverno è una stagione che ti restituisce i figli, soprattutto per noi, che abitiamo praticamente in mezzo ai campi.
D'estate devi litigarci per farli venire a cena, che sarebbero sempre in giro a nascondersi e giocare.
D'inverno invece devi litigarci uguale, ma almeno non devi andarli a cercare.
L'inverno si guardano film e si ascolta musica.
Uno dei conti che tocca fare con la vita di genitore è che non sta scritto da nessuna parte che quello che piace a te piaccia anche a loro. Acqua calda, direte voi. Certo.
La cosa peggiore però è un'altra, che in qualche modo si ricollega ma non è propriamente la stessa cosa, rifletteteci: le cose che piacciono a loro potrebbero fare schifo a voi.
Anzi, è altamente probabile.
Prendiamo qualche film a mo' di esempio: Spiderman 3. Fa cagare, oggettivamente. Trovatemi uno che vi dica che Spiderman 3 è bello o che, peggio ancora, lo preferisca ai primi due. Ecco: Pee e Moe lo adorano.
Normale: il primo capitolo della trilogia, il mio preferito, a loro non piace perché passa un'ora prima di vedere Spiderman in costume. Capito? E poi per una storia servono cattivi: più ce ne sono più è bella.
Il Batman di Tim Burton? Ma volete mettere quell'accozzaglia di luci e suoni ed effetti sintetici proposti da Schumacher in Batman e Robin?
D'altro canto Maria stravedeva per quella lagna inumana de "La Bella addormentata nel bosco" il primo film sineddoche della storia: tu pensi che quello sia il titolo, invece è la descrizione di te che lo guardi.
Allo stesso modo la musica: girano per casa intonando i Kolors.
"oh oh oh oooh"
"Vade retro Satana"
Oppure, appunto, gli 883.
Il bello è che sono delle spugne: sentono la musica alla radio o all'oratorio perché noi di certo non gliele facciamo sentire. Basta una volta e già ne cantano intere strofe. Provateci voi, che io non ci riesco.
Certo, non è che azzeccano sempre tutte le parole, ma spesso gli errori migliorano il prodotto iniziale, per cui non siamo nemmeno sempre troppo solerti nel correggerli.
Insomma, l'inverno è la stagione dei film e della musica ascoltata in casa. Non necessariamente bella.
mercoledì 9 dicembre 2015
lunedì 7 dicembre 2015
Pee mi amplifica
Pee amplifica le emozioni.
Se fosse un X-Man sarebbe questo il suo potere: farti impazzire con emozioni esagerate, più o meno come quel balletto di Giselle, dove gli spiriti delle giovani spose morte per amore costringono i giovani malcapitati a danzare fino alla morte.
Pee è intelligente, furbo, paraculo fino allo sfinimento. Riuscirebbe a far andare Gandhi fuori dai gangheri e poi farlo sentire in colpa. Sarebbe in grado di far bestemmiare San Francesco in chiesa ma anche di portare Re Erode a coccolare un neonato, in barba alla corona.
Pee si alza sempre per ultimo, ci mette una messa cantata in gregoriano a mangiare tre biscotti per colazione, riesce a bere mezzo bicchiere di latte con la cannuccia in mezz'ora pur dandoti l'idea di stare sempre succhiando.
E quando tu sei li che ti stanno prudendo le mani e già ti partirebbe lo scapaccione, lui si volta e ti guarda con quegli occhioni azzurri a metà strada tra il gatto di Shrek e Bambi e ti scioglie e il massimo che riesci a dirgli è: "Paraculo che non sei altro!"
Pee corre veloce; in un manuale sulla corsa alla pagina "Come impostare la corsa perfetta" potreste trovarci la sua foto. Un punto esclamativo leggermente inclinato in avanti. E lui corre, sempre! Dal divano al tavolo? Corre. Da letto al bagno? Corre.
Corre come se non ci fosse un domani. Nemmeno gli ostacoli lo fermano. Qualche volta l'ostacolo è uno dei fratelli e lui ci passa sopra, quasi senza accorgersene.
E salta e fa capriole a ripetizione, l'unica cosa su cui non teme il confronto con i fratelli.
Pee prende le difese dei più fragili a scuola, difende dai bulletti i bambini "piccoli e medi" dice la maestra.E poi a casa nemmeno lo racconta, quasi che si vergogni di questa sua "debolezza".
Pee si accorge se gli altri stanno male, se hanno dei pensieri. Parte dal suo posto e gli si aggrappa addosso, per fargli una coccola, o per farlo ridere facendo l'imitazione di D3BO. Poi esagera, esasperando il consolato.
"Ma io volevo solo farlo ridere!" "Magari non aveva voglia di ridere" "Allora gli faccio un abbraccio"
Così è Pee, il più sensibile dei miei figli. La sensibilità è difficile da maneggiare, vive molto più sereno chi non è sensibile. È ancora più difficile da educare.
Credo di non esserne capace.
Spero che la vita gli renda il ricordo di un padre che almeno ci ha provato.
Se fosse un X-Man sarebbe questo il suo potere: farti impazzire con emozioni esagerate, più o meno come quel balletto di Giselle, dove gli spiriti delle giovani spose morte per amore costringono i giovani malcapitati a danzare fino alla morte.
Pee è intelligente, furbo, paraculo fino allo sfinimento. Riuscirebbe a far andare Gandhi fuori dai gangheri e poi farlo sentire in colpa. Sarebbe in grado di far bestemmiare San Francesco in chiesa ma anche di portare Re Erode a coccolare un neonato, in barba alla corona.
Pee si alza sempre per ultimo, ci mette una messa cantata in gregoriano a mangiare tre biscotti per colazione, riesce a bere mezzo bicchiere di latte con la cannuccia in mezz'ora pur dandoti l'idea di stare sempre succhiando.
E quando tu sei li che ti stanno prudendo le mani e già ti partirebbe lo scapaccione, lui si volta e ti guarda con quegli occhioni azzurri a metà strada tra il gatto di Shrek e Bambi e ti scioglie e il massimo che riesci a dirgli è: "Paraculo che non sei altro!"
Pee corre veloce; in un manuale sulla corsa alla pagina "Come impostare la corsa perfetta" potreste trovarci la sua foto. Un punto esclamativo leggermente inclinato in avanti. E lui corre, sempre! Dal divano al tavolo? Corre. Da letto al bagno? Corre.
Corre come se non ci fosse un domani. Nemmeno gli ostacoli lo fermano. Qualche volta l'ostacolo è uno dei fratelli e lui ci passa sopra, quasi senza accorgersene.
E salta e fa capriole a ripetizione, l'unica cosa su cui non teme il confronto con i fratelli.
Pee prende le difese dei più fragili a scuola, difende dai bulletti i bambini "piccoli e medi" dice la maestra.E poi a casa nemmeno lo racconta, quasi che si vergogni di questa sua "debolezza".
Pee si accorge se gli altri stanno male, se hanno dei pensieri. Parte dal suo posto e gli si aggrappa addosso, per fargli una coccola, o per farlo ridere facendo l'imitazione di D3BO. Poi esagera, esasperando il consolato.
"Ma io volevo solo farlo ridere!" "Magari non aveva voglia di ridere" "Allora gli faccio un abbraccio"
Così è Pee, il più sensibile dei miei figli. La sensibilità è difficile da maneggiare, vive molto più sereno chi non è sensibile. È ancora più difficile da educare.
Credo di non esserne capace.
Spero che la vita gli renda il ricordo di un padre che almeno ci ha provato.
giovedì 3 dicembre 2015
l'America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata
Ieri sera la messa a letto, momento che come fatica che ricorda quello che precede l'alba, più buio e più freddo della notte stessa, è stata più dura del solito.
Chissà perché la Triplice Alleanza ha deciso di entrare in crisi in simultanea, fatto piuttosto raro, anche se con cause svariate: Maria aveva perso tre partite a carte di fila nonostante la proposta di cambiare gioco ogni volta (Uno, Vecia e cava camisa). Segnata nell'animo dal destino cinico e baro (ma decisamente sul pezzo, trattandosi di gioco a carte) la pulzella si è disperata in singhiozzi e urla che manco col morto in casa.
Nei file delle cose da fare ricordarsi di segnare strategie per insegnare a reggere la frustrazione.
Jack invece non aveva ancora elaborato il lutto per la mancata partecipazione al canto della stella con l'Asilo. Rintravamo tardi dal lavoro, la mamma ha un impegno dopo cena e comunque anche sticazzi.
Pee, a quel punto, per nn sentirsi escluso, piangeva per solidarietà, dicendo che il suo cane di peluche aveva paura del buio e che comunque al canto della stella, la settimana prossima, ci dobbiamo portare pure lui. Il cane, logicamente.
Tant'è. Un'oretta a far girare Pachelbel nella tomba a causa della mia ormai cronica imperizia sulle sei corde e accendo la tv: TG - edizione straordinaria.
Oddiosanto! E mo' cos'è successo.
Ammetto con un bel po' di vergogna che quando ho capito che si trattava di uno dei "soliti" fatti tipicamente americani e non di terrorismo ho tirato un sospiro di sollievo.
Si, alla faccia di tutta la mia sciallaggine delle settimane scorse rispetto a non voler sottostare al terrore.
Attacco ad un centro riabilitativo per disabili.
Lì per lì ho cercato conforto nel cinismo: "Cazzo, fosse stata l'ISIS almeno oggi mi avrebbero proibito di andare a lavorare: luogo ad alto rischio".
Ma non volevo parlare di Pachelbel, del pianto dei miei figli e neppure della follia in America. A conti fatti forse era meglio se stavo zitto.
A conti fatti, visto che ogni giorni si potrebbe morire per un motivo qualsiasi, tanto vale non sprecar parole e vivere.
Chissà perché la Triplice Alleanza ha deciso di entrare in crisi in simultanea, fatto piuttosto raro, anche se con cause svariate: Maria aveva perso tre partite a carte di fila nonostante la proposta di cambiare gioco ogni volta (Uno, Vecia e cava camisa). Segnata nell'animo dal destino cinico e baro (ma decisamente sul pezzo, trattandosi di gioco a carte) la pulzella si è disperata in singhiozzi e urla che manco col morto in casa.
Nei file delle cose da fare ricordarsi di segnare strategie per insegnare a reggere la frustrazione.
Jack invece non aveva ancora elaborato il lutto per la mancata partecipazione al canto della stella con l'Asilo. Rintravamo tardi dal lavoro, la mamma ha un impegno dopo cena e comunque anche sticazzi.
Pee, a quel punto, per nn sentirsi escluso, piangeva per solidarietà, dicendo che il suo cane di peluche aveva paura del buio e che comunque al canto della stella, la settimana prossima, ci dobbiamo portare pure lui. Il cane, logicamente.
Tant'è. Un'oretta a far girare Pachelbel nella tomba a causa della mia ormai cronica imperizia sulle sei corde e accendo la tv: TG - edizione straordinaria.
Oddiosanto! E mo' cos'è successo.
Ammetto con un bel po' di vergogna che quando ho capito che si trattava di uno dei "soliti" fatti tipicamente americani e non di terrorismo ho tirato un sospiro di sollievo.
Si, alla faccia di tutta la mia sciallaggine delle settimane scorse rispetto a non voler sottostare al terrore.
Attacco ad un centro riabilitativo per disabili.
Lì per lì ho cercato conforto nel cinismo: "Cazzo, fosse stata l'ISIS almeno oggi mi avrebbero proibito di andare a lavorare: luogo ad alto rischio".
Ma non volevo parlare di Pachelbel, del pianto dei miei figli e neppure della follia in America. A conti fatti forse era meglio se stavo zitto.
A conti fatti, visto che ogni giorni si potrebbe morire per un motivo qualsiasi, tanto vale non sprecar parole e vivere.
mercoledì 25 novembre 2015
Il solito cattivista
Il solito cattivista non è veramente cattivo.
È dentro una parte che gli impone di sembrarlo, per lo meno, in modo assolutamente acritico.
Parliamo di immigrati?
Il cattivista non ha nulla contro gli immigrati ma si impone di dire che bisogna mandarli a casa, che rubano le pensioni a sua nonna, che violentano le nostre figlie, che portano malattie, pestilenze e carestie.
Si parla di zingari?
Sono tutti ladri, cialtroni, fancazzisti.
Parliamo di sicurezza? Di legittima difesa e giustizia personale in caso di furto in casa (fatta salva l'opzione che se i ladri appartengono alle due categorie precedenti non c'è gara)?
Beh, fioccano i "io gli sparo", "cazzi loro se dopo muoino", "giudici di merda che mi condannano" eccetera eccetera.
Naturalmente ometto le parole più volgari perché il cattivista può essere molto volgare e spesso lo è.
Certo, a meno che non faccia parte della sottocategoria "cattivista bon ton" che si dà un'aria di maggiore compostezza: cita statistiche (di solito reperite online senza aver troppo verificato la fonte o comunque solo da stampa cattivista), espone il pensiero di qualche filosofo (che spesso non conosce, ma quella frase l'ha trovata nello stesso sito delle statistiche), ed è comunque abbastanza coerente con le sue idee il che lo rende pericolosamente a rischio di diventare un vero cattivo (perché di solito il cattivista puro non è coerente).
Il cattivista di solito non ha grandi argomentazioni e scade nell'offesa quando non sa che altro replicare.
Nemmeno il Cristo sceso dalla croce gli farebbe mai ammettere di aver preso una cantonata.
Doubt is not available.
È un po' come il buonista, in fondo in fondo, un po' più arrabbiato, però perché il buonista se la prende solo con il cattivista, mentre il cattivista se la prende un po' con tutti, a parte gli altri cattivisti.
Ecco, il cattivista legittima i buonisti, che in effetti ci sono e sono altrettanto ideologici e acritici, ma perde l'occasione di usare la parola secondo il suo significato etichettando come buonista tutto quello che la pensa in modo diverso la lui.
Li legittima perché se denunciasse il vero buonismo dannoso, acritico e ideologico, metterebbe in risalto la bontà, la lungimiranza, l'assennatezza.
Non lo fa con cattiveria: semplicemente non sa cosa vuol dire. La usa solo perché qualcuno che lui considera fico la usa.
Solo che la persona che il cattivista considera fico è in realtà cattivo e quindi al cattivo la bontà, la lungimiranza e l'assennatezza danno fastidio.
E via di tormentoni: "Buonista", "PiDiota", "Pacifista" (oltretutto bisognerebbe riflettere molto sul fatto che per qualcuno la parola pacifista sia diventata un'offesa) manco fossimo al Drive In. "Lei è un bel... volpinooo" (che la usavano anche quelli che non guardavano Drive In, mamma che nervi!)
Tutto sommato essere cattivisti è più facile che essere buonisti, secondo me. Il buonista non pensa tantissimo ma deve cercare, almeno, di essere coerente. E poi frequenta i buoni e i buoni sono tremendi: non ti perdonano l'incoerenza. Sono tosti, i buoni.
Mentre il cattivista oltre a non pensare non è che deve spendersi troppo per capirne qualche cosa di più e può anche dire qualcosa di completamente diverso se gli gira, se la situazione gli sembra a lui o anche solo perché si è scordato.
Il cattivista ragiona in modo facile facile. Pensa in sistema binario: 0 - 1. Qualche volta semplifica ulteriormente e pensa 0
A me mi sa che per comodità la prossima volta nasco cattivista.
È dentro una parte che gli impone di sembrarlo, per lo meno, in modo assolutamente acritico.
Parliamo di immigrati?
Il cattivista non ha nulla contro gli immigrati ma si impone di dire che bisogna mandarli a casa, che rubano le pensioni a sua nonna, che violentano le nostre figlie, che portano malattie, pestilenze e carestie.
Si parla di zingari?
Sono tutti ladri, cialtroni, fancazzisti.
Parliamo di sicurezza? Di legittima difesa e giustizia personale in caso di furto in casa (fatta salva l'opzione che se i ladri appartengono alle due categorie precedenti non c'è gara)?
Beh, fioccano i "io gli sparo", "cazzi loro se dopo muoino", "giudici di merda che mi condannano" eccetera eccetera.
Naturalmente ometto le parole più volgari perché il cattivista può essere molto volgare e spesso lo è.
Certo, a meno che non faccia parte della sottocategoria "cattivista bon ton" che si dà un'aria di maggiore compostezza: cita statistiche (di solito reperite online senza aver troppo verificato la fonte o comunque solo da stampa cattivista), espone il pensiero di qualche filosofo (che spesso non conosce, ma quella frase l'ha trovata nello stesso sito delle statistiche), ed è comunque abbastanza coerente con le sue idee il che lo rende pericolosamente a rischio di diventare un vero cattivo (perché di solito il cattivista puro non è coerente).
Il cattivista di solito non ha grandi argomentazioni e scade nell'offesa quando non sa che altro replicare.
Nemmeno il Cristo sceso dalla croce gli farebbe mai ammettere di aver preso una cantonata.
Doubt is not available.
È un po' come il buonista, in fondo in fondo, un po' più arrabbiato, però perché il buonista se la prende solo con il cattivista, mentre il cattivista se la prende un po' con tutti, a parte gli altri cattivisti.
Ecco, il cattivista legittima i buonisti, che in effetti ci sono e sono altrettanto ideologici e acritici, ma perde l'occasione di usare la parola secondo il suo significato etichettando come buonista tutto quello che la pensa in modo diverso la lui.
Li legittima perché se denunciasse il vero buonismo dannoso, acritico e ideologico, metterebbe in risalto la bontà, la lungimiranza, l'assennatezza.
Non lo fa con cattiveria: semplicemente non sa cosa vuol dire. La usa solo perché qualcuno che lui considera fico la usa.
Solo che la persona che il cattivista considera fico è in realtà cattivo e quindi al cattivo la bontà, la lungimiranza e l'assennatezza danno fastidio.
E via di tormentoni: "Buonista", "PiDiota", "Pacifista" (oltretutto bisognerebbe riflettere molto sul fatto che per qualcuno la parola pacifista sia diventata un'offesa) manco fossimo al Drive In. "Lei è un bel... volpinooo" (che la usavano anche quelli che non guardavano Drive In, mamma che nervi!)
Tutto sommato essere cattivisti è più facile che essere buonisti, secondo me. Il buonista non pensa tantissimo ma deve cercare, almeno, di essere coerente. E poi frequenta i buoni e i buoni sono tremendi: non ti perdonano l'incoerenza. Sono tosti, i buoni.
Mentre il cattivista oltre a non pensare non è che deve spendersi troppo per capirne qualche cosa di più e può anche dire qualcosa di completamente diverso se gli gira, se la situazione gli sembra a lui o anche solo perché si è scordato.
Il cattivista ragiona in modo facile facile. Pensa in sistema binario: 0 - 1. Qualche volta semplifica ulteriormente e pensa 0
A me mi sa che per comodità la prossima volta nasco cattivista.
giovedì 19 novembre 2015
Dis-integrati
Si parla di integrazione e anche di bugie.
Lo faccio vestito a festa (più che altro senza parolacce) su genitoricrescono.it
fate come se foste a casa vostra
http://genitoricrescono.com/bugia-integrazione/
Lo faccio vestito a festa (più che altro senza parolacce) su genitoricrescono.it
fate come se foste a casa vostra
http://genitoricrescono.com/bugia-integrazione/
lunedì 16 novembre 2015
Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti
Venerdì sera c'è stato l'attacco a Parigi. Nel mio mondo relativamente isolato fatto di lavoro, a letto presto e corse antelucane l'ho saputo solo sabato mattina verso le 10. Mia suocera non aveva dormito tutta la notte al pensiero. "Il mondo sta andando a rotoli" continuava a ripetere, alternandolo "bisogna aver paura, bisogna aver paura a fare tutto".
Lì per lì mi sono trattenuto da darle contro, solo per il gusto, come spesso mi capita; insomma, lei era preoccupata sul serio e non valeva la pena buttarsi su esercizi di retorica bastiancontraria.
Poi però un po' ci pensavo: ma davvero il mondo sta andando a rotoli?
Si, forse si.
Ma siamo sicuri che sia peggiore di quello che abbiamo trovato?
Sono nato in piena Guerra Fredda. Fino all'arrivo di Gorbačëv quasi non ci si dormiva di notte. Mio padre, sempre molto impegnato politicamente, non si perdeva un telegiornale; la cortina di ferro, il muro di berlino, lo scudo spaziale.
A Vicenza c'è la base Pluto, dell'esercito americano. A noi faceva ridere perché pensavamo che Pluto fosse il cane di Topolino, che minaccia volete che sia? Invece si narrava ci fossero i missili nucleari sotto alla base Pluto e che bastava pigiare un pulsante, anzi due, come ben spiegato dai film americani, e i Colli Berici si sarebbero aperti in due ed un suppostone gigante sarebbe partito in direzione URSS.
E poi i film:"The day after". Penso che fosse un film tv, comunque c'erano un paio di attori abbastanza famosi; a parte il profilo artistico piuttosto scarso dell'opera, mi fece cacare sotto. C'è una scena in cui i missili partono; gli americani sanno che se partono i loro missili di lì a poco sarebbero arrivati quelli russi. Nemmeno il tempo di vedere l'esplosione: l'onda durto faceva brillare le persone, se ne distinguevano gli scheletri, come in una gigantesca radiografia. Chi non moriva subito perdeva i capelli, si gonfiava, come fossero in chemioterapia.
Poi il più riuscito "Wargames" dove sembrava che il più nerd del liceo, attraverso un telefono di quelli con la rotella e un computer con lo schermo che scrive solo verde, potesse intrufolarsi nel database della NASA e, convinto di giocare ad uno Space Invaders un pelino più evoluto, stava in realtà comandando la terza guerra mondiale.
C'era la paura dei comunisti, degli attacchi. La Lega non si è mica inventata niente, sapete: ricordo benissimo un manifesto dove uno Scudo Crociato difendeva l'Italia da una Falcemartello che voleva trafiggerla.
Insomma, terrore, quasi più fomentato dentro che fuori. E le stragi nelle piazze e alla stazione di Bologna, l'omicidio Moro, l'anonima sequestri, Falcone e Borsellino.
Erano altri tempi, meno inclini alle domande, ma chissà se anche i miei genitori si chiedevano: "Che mondo lasceremo ai nostri figli?"
E i nonni? Che i figli li hanno fatti durante la guerra? Se lo saranno chiesto?
Forse sto semplificando troppo, ma quello che voglio dire è che chi ci ha consegnato un mondo che ci sembrava migliore di questo, lo ha fatto insegnandoci la speranza.
Una speranza inconsapevole ma genuina che l'Uomo ce la potesse fare, nonostante tutto; nonostante invasati religiosi, politici ignoranti e profeti di sventura si divertano da sempre a fare leva sulla miseria (materiale e culturale) per i loro sordidi giochi di morte.
Forse non siamo ancora riusciti a migliorare il mondo che abbiamo trovato ma non dobbiamo permettergli di spegnere quella fiammella di speranza. Che è piccola piccola ma non debole. Io è quarant'anni che la vedo vacillare, eppure è ancora lì.
Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti, e forse quello accolto meglio, il più carezzato (Georges Bernanos)
Lì per lì mi sono trattenuto da darle contro, solo per il gusto, come spesso mi capita; insomma, lei era preoccupata sul serio e non valeva la pena buttarsi su esercizi di retorica bastiancontraria.
Poi però un po' ci pensavo: ma davvero il mondo sta andando a rotoli?
Si, forse si.
Ma siamo sicuri che sia peggiore di quello che abbiamo trovato?
Sono nato in piena Guerra Fredda. Fino all'arrivo di Gorbačëv quasi non ci si dormiva di notte. Mio padre, sempre molto impegnato politicamente, non si perdeva un telegiornale; la cortina di ferro, il muro di berlino, lo scudo spaziale.
A Vicenza c'è la base Pluto, dell'esercito americano. A noi faceva ridere perché pensavamo che Pluto fosse il cane di Topolino, che minaccia volete che sia? Invece si narrava ci fossero i missili nucleari sotto alla base Pluto e che bastava pigiare un pulsante, anzi due, come ben spiegato dai film americani, e i Colli Berici si sarebbero aperti in due ed un suppostone gigante sarebbe partito in direzione URSS.
E poi i film:"The day after". Penso che fosse un film tv, comunque c'erano un paio di attori abbastanza famosi; a parte il profilo artistico piuttosto scarso dell'opera, mi fece cacare sotto. C'è una scena in cui i missili partono; gli americani sanno che se partono i loro missili di lì a poco sarebbero arrivati quelli russi. Nemmeno il tempo di vedere l'esplosione: l'onda durto faceva brillare le persone, se ne distinguevano gli scheletri, come in una gigantesca radiografia. Chi non moriva subito perdeva i capelli, si gonfiava, come fossero in chemioterapia.
Poi il più riuscito "Wargames" dove sembrava che il più nerd del liceo, attraverso un telefono di quelli con la rotella e un computer con lo schermo che scrive solo verde, potesse intrufolarsi nel database della NASA e, convinto di giocare ad uno Space Invaders un pelino più evoluto, stava in realtà comandando la terza guerra mondiale.
C'era la paura dei comunisti, degli attacchi. La Lega non si è mica inventata niente, sapete: ricordo benissimo un manifesto dove uno Scudo Crociato difendeva l'Italia da una Falcemartello che voleva trafiggerla.
Insomma, terrore, quasi più fomentato dentro che fuori. E le stragi nelle piazze e alla stazione di Bologna, l'omicidio Moro, l'anonima sequestri, Falcone e Borsellino.
Erano altri tempi, meno inclini alle domande, ma chissà se anche i miei genitori si chiedevano: "Che mondo lasceremo ai nostri figli?"
E i nonni? Che i figli li hanno fatti durante la guerra? Se lo saranno chiesto?
Forse sto semplificando troppo, ma quello che voglio dire è che chi ci ha consegnato un mondo che ci sembrava migliore di questo, lo ha fatto insegnandoci la speranza.
Una speranza inconsapevole ma genuina che l'Uomo ce la potesse fare, nonostante tutto; nonostante invasati religiosi, politici ignoranti e profeti di sventura si divertano da sempre a fare leva sulla miseria (materiale e culturale) per i loro sordidi giochi di morte.
Forse non siamo ancora riusciti a migliorare il mondo che abbiamo trovato ma non dobbiamo permettergli di spegnere quella fiammella di speranza. Che è piccola piccola ma non debole. Io è quarant'anni che la vedo vacillare, eppure è ancora lì.
Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti, e forse quello accolto meglio, il più carezzato (Georges Bernanos)
lunedì 2 novembre 2015
Un, due, trail. Un, due, trail - Un valzer nel bosco
C'è qualcosa di primitivo nel tornare a correre nei boschi.
Il fango sotto le scarpe, i rovi che si attaccano alla maglia, i suoni ai bordi del sentiero che mi fanno trasalire.
Il cane da caccia che mi supera velocissimo e nemmeno lo avevo sentito arrivare, lo scoppio di un colpo di fucile. Lo zoccolio del capriolo che mi passa a pochi metri.
E poi il buio, di prima mattina, e l'alba che sale piano piano.
Niente strada, niente gps, solo memoria di sentiero.
Fa l'effetto di essere tornati a casa e mi verrebbe da togliermi le scarpe, che in casa non si portano e vedere cosa si prova. Ad aver due gradi in più ed un fisico decente sarebbe da provare a correre a torso nudo, come quelle pubblicità che fanno i runner ammericani.
Ma siamo ormai degli attempati padri di famiglia e ci teniamo la decenza bella stretta sotto la maglia tecnica e ci accontentiamo del sudore che corre lungo la schiena e di graffiarci giusto le mani ed il viso.
Anche i passi non sono più regolari e monotoni come quelli della corsa su strada: Un, due-tre, un, due-tre. È la mia danza lenta, per me che non sono mai stato capace di ballare. È un piccolo valzer che accompagna il sole che sale e intiepidisce il cuore, nel gelo di questi tempi.
Il fango sotto le scarpe, i rovi che si attaccano alla maglia, i suoni ai bordi del sentiero che mi fanno trasalire.
Il cane da caccia che mi supera velocissimo e nemmeno lo avevo sentito arrivare, lo scoppio di un colpo di fucile. Lo zoccolio del capriolo che mi passa a pochi metri.
E poi il buio, di prima mattina, e l'alba che sale piano piano.
Niente strada, niente gps, solo memoria di sentiero.
Fa l'effetto di essere tornati a casa e mi verrebbe da togliermi le scarpe, che in casa non si portano e vedere cosa si prova. Ad aver due gradi in più ed un fisico decente sarebbe da provare a correre a torso nudo, come quelle pubblicità che fanno i runner ammericani.
Ma siamo ormai degli attempati padri di famiglia e ci teniamo la decenza bella stretta sotto la maglia tecnica e ci accontentiamo del sudore che corre lungo la schiena e di graffiarci giusto le mani ed il viso.
Anche i passi non sono più regolari e monotoni come quelli della corsa su strada: Un, due-tre, un, due-tre. È la mia danza lenta, per me che non sono mai stato capace di ballare. È un piccolo valzer che accompagna il sole che sale e intiepidisce il cuore, nel gelo di questi tempi.
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