Il solito cattivista non è veramente cattivo.
È dentro una parte che gli impone di sembrarlo, per lo meno, in modo assolutamente acritico.
Parliamo di immigrati?
Il cattivista non ha nulla contro gli immigrati ma si impone di dire che bisogna mandarli a casa, che rubano le pensioni a sua nonna, che violentano le nostre figlie, che portano malattie, pestilenze e carestie.
Si parla di zingari?
Sono tutti ladri, cialtroni, fancazzisti.
Parliamo di sicurezza? Di legittima difesa e giustizia personale in caso di furto in casa (fatta salva l'opzione che se i ladri appartengono alle due categorie precedenti non c'è gara)?
Beh, fioccano i "io gli sparo", "cazzi loro se dopo muoino", "giudici di merda che mi condannano" eccetera eccetera.
Naturalmente ometto le parole più volgari perché il cattivista può essere molto volgare e spesso lo è.
Certo, a meno che non faccia parte della sottocategoria "cattivista bon ton" che si dà un'aria di maggiore compostezza: cita statistiche (di solito reperite online senza aver troppo verificato la fonte o comunque solo da stampa cattivista), espone il pensiero di qualche filosofo (che spesso non conosce, ma quella frase l'ha trovata nello stesso sito delle statistiche), ed è comunque abbastanza coerente con le sue idee il che lo rende pericolosamente a rischio di diventare un vero cattivo (perché di solito il cattivista puro non è coerente).
Il cattivista di solito non ha grandi argomentazioni e scade nell'offesa quando non sa che altro replicare.
Nemmeno il Cristo sceso dalla croce gli farebbe mai ammettere di aver preso una cantonata.
Doubt is not available.
È un po' come il buonista, in fondo in fondo, un po' più arrabbiato, però perché il buonista se la prende solo con il cattivista, mentre il cattivista se la prende un po' con tutti, a parte gli altri cattivisti.
Ecco, il cattivista legittima i buonisti, che in effetti ci sono e sono altrettanto ideologici e acritici, ma perde l'occasione di usare la parola secondo il suo significato etichettando come buonista tutto quello che la pensa in modo diverso la lui.
Li legittima perché se denunciasse il vero buonismo dannoso, acritico e ideologico, metterebbe in risalto la bontà, la lungimiranza, l'assennatezza.
Non lo fa con cattiveria: semplicemente non sa cosa vuol dire. La usa solo perché qualcuno che lui considera fico la usa.
Solo che la persona che il cattivista considera fico è in realtà cattivo
e quindi al cattivo la bontà, la lungimiranza e l'assennatezza danno
fastidio.
E via di tormentoni: "Buonista", "PiDiota", "Pacifista" (oltretutto bisognerebbe riflettere molto sul fatto che per qualcuno la parola pacifista sia diventata un'offesa) manco fossimo al Drive In. "Lei è un bel... volpinooo" (che la usavano anche quelli che non guardavano Drive In, mamma che nervi!)
Tutto sommato essere cattivisti è più facile che essere buonisti, secondo me. Il buonista non pensa tantissimo ma deve cercare, almeno, di essere coerente. E poi frequenta i buoni e i buoni sono tremendi: non ti perdonano l'incoerenza. Sono tosti, i buoni.
Mentre il cattivista oltre a non pensare non è che deve spendersi troppo per capirne qualche cosa di più e può anche dire qualcosa di completamente diverso se gli gira, se la situazione gli sembra a lui o anche solo perché si è scordato.
Il cattivista ragiona in modo facile facile. Pensa in sistema binario: 0 - 1. Qualche volta semplifica ulteriormente e pensa 0
A me mi sa che per comodità la prossima volta nasco cattivista.
mercoledì 25 novembre 2015
giovedì 19 novembre 2015
Dis-integrati
Si parla di integrazione e anche di bugie.
Lo faccio vestito a festa (più che altro senza parolacce) su genitoricrescono.it
fate come se foste a casa vostra
http://genitoricrescono.com/bugia-integrazione/
Lo faccio vestito a festa (più che altro senza parolacce) su genitoricrescono.it
fate come se foste a casa vostra
http://genitoricrescono.com/bugia-integrazione/
lunedì 16 novembre 2015
Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti
Venerdì sera c'è stato l'attacco a Parigi. Nel mio mondo relativamente isolato fatto di lavoro, a letto presto e corse antelucane l'ho saputo solo sabato mattina verso le 10. Mia suocera non aveva dormito tutta la notte al pensiero. "Il mondo sta andando a rotoli" continuava a ripetere, alternandolo "bisogna aver paura, bisogna aver paura a fare tutto".
Lì per lì mi sono trattenuto da darle contro, solo per il gusto, come spesso mi capita; insomma, lei era preoccupata sul serio e non valeva la pena buttarsi su esercizi di retorica bastiancontraria.
Poi però un po' ci pensavo: ma davvero il mondo sta andando a rotoli?
Si, forse si.
Ma siamo sicuri che sia peggiore di quello che abbiamo trovato?
Sono nato in piena Guerra Fredda. Fino all'arrivo di Gorbačëv quasi non ci si dormiva di notte. Mio padre, sempre molto impegnato politicamente, non si perdeva un telegiornale; la cortina di ferro, il muro di berlino, lo scudo spaziale.
A Vicenza c'è la base Pluto, dell'esercito americano. A noi faceva ridere perché pensavamo che Pluto fosse il cane di Topolino, che minaccia volete che sia? Invece si narrava ci fossero i missili nucleari sotto alla base Pluto e che bastava pigiare un pulsante, anzi due, come ben spiegato dai film americani, e i Colli Berici si sarebbero aperti in due ed un suppostone gigante sarebbe partito in direzione URSS.
E poi i film:"The day after". Penso che fosse un film tv, comunque c'erano un paio di attori abbastanza famosi; a parte il profilo artistico piuttosto scarso dell'opera, mi fece cacare sotto. C'è una scena in cui i missili partono; gli americani sanno che se partono i loro missili di lì a poco sarebbero arrivati quelli russi. Nemmeno il tempo di vedere l'esplosione: l'onda durto faceva brillare le persone, se ne distinguevano gli scheletri, come in una gigantesca radiografia. Chi non moriva subito perdeva i capelli, si gonfiava, come fossero in chemioterapia.
Poi il più riuscito "Wargames" dove sembrava che il più nerd del liceo, attraverso un telefono di quelli con la rotella e un computer con lo schermo che scrive solo verde, potesse intrufolarsi nel database della NASA e, convinto di giocare ad uno Space Invaders un pelino più evoluto, stava in realtà comandando la terza guerra mondiale.
C'era la paura dei comunisti, degli attacchi. La Lega non si è mica inventata niente, sapete: ricordo benissimo un manifesto dove uno Scudo Crociato difendeva l'Italia da una Falcemartello che voleva trafiggerla.
Insomma, terrore, quasi più fomentato dentro che fuori. E le stragi nelle piazze e alla stazione di Bologna, l'omicidio Moro, l'anonima sequestri, Falcone e Borsellino.
Erano altri tempi, meno inclini alle domande, ma chissà se anche i miei genitori si chiedevano: "Che mondo lasceremo ai nostri figli?"
E i nonni? Che i figli li hanno fatti durante la guerra? Se lo saranno chiesto?
Forse sto semplificando troppo, ma quello che voglio dire è che chi ci ha consegnato un mondo che ci sembrava migliore di questo, lo ha fatto insegnandoci la speranza.
Una speranza inconsapevole ma genuina che l'Uomo ce la potesse fare, nonostante tutto; nonostante invasati religiosi, politici ignoranti e profeti di sventura si divertano da sempre a fare leva sulla miseria (materiale e culturale) per i loro sordidi giochi di morte.
Forse non siamo ancora riusciti a migliorare il mondo che abbiamo trovato ma non dobbiamo permettergli di spegnere quella fiammella di speranza. Che è piccola piccola ma non debole. Io è quarant'anni che la vedo vacillare, eppure è ancora lì.
Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti, e forse quello accolto meglio, il più carezzato (Georges Bernanos)
Lì per lì mi sono trattenuto da darle contro, solo per il gusto, come spesso mi capita; insomma, lei era preoccupata sul serio e non valeva la pena buttarsi su esercizi di retorica bastiancontraria.
Poi però un po' ci pensavo: ma davvero il mondo sta andando a rotoli?
Si, forse si.
Ma siamo sicuri che sia peggiore di quello che abbiamo trovato?
Sono nato in piena Guerra Fredda. Fino all'arrivo di Gorbačëv quasi non ci si dormiva di notte. Mio padre, sempre molto impegnato politicamente, non si perdeva un telegiornale; la cortina di ferro, il muro di berlino, lo scudo spaziale.
A Vicenza c'è la base Pluto, dell'esercito americano. A noi faceva ridere perché pensavamo che Pluto fosse il cane di Topolino, che minaccia volete che sia? Invece si narrava ci fossero i missili nucleari sotto alla base Pluto e che bastava pigiare un pulsante, anzi due, come ben spiegato dai film americani, e i Colli Berici si sarebbero aperti in due ed un suppostone gigante sarebbe partito in direzione URSS.
E poi i film:"The day after". Penso che fosse un film tv, comunque c'erano un paio di attori abbastanza famosi; a parte il profilo artistico piuttosto scarso dell'opera, mi fece cacare sotto. C'è una scena in cui i missili partono; gli americani sanno che se partono i loro missili di lì a poco sarebbero arrivati quelli russi. Nemmeno il tempo di vedere l'esplosione: l'onda durto faceva brillare le persone, se ne distinguevano gli scheletri, come in una gigantesca radiografia. Chi non moriva subito perdeva i capelli, si gonfiava, come fossero in chemioterapia.
Poi il più riuscito "Wargames" dove sembrava che il più nerd del liceo, attraverso un telefono di quelli con la rotella e un computer con lo schermo che scrive solo verde, potesse intrufolarsi nel database della NASA e, convinto di giocare ad uno Space Invaders un pelino più evoluto, stava in realtà comandando la terza guerra mondiale.
C'era la paura dei comunisti, degli attacchi. La Lega non si è mica inventata niente, sapete: ricordo benissimo un manifesto dove uno Scudo Crociato difendeva l'Italia da una Falcemartello che voleva trafiggerla.
Insomma, terrore, quasi più fomentato dentro che fuori. E le stragi nelle piazze e alla stazione di Bologna, l'omicidio Moro, l'anonima sequestri, Falcone e Borsellino.
Erano altri tempi, meno inclini alle domande, ma chissà se anche i miei genitori si chiedevano: "Che mondo lasceremo ai nostri figli?"
E i nonni? Che i figli li hanno fatti durante la guerra? Se lo saranno chiesto?
Forse sto semplificando troppo, ma quello che voglio dire è che chi ci ha consegnato un mondo che ci sembrava migliore di questo, lo ha fatto insegnandoci la speranza.
Una speranza inconsapevole ma genuina che l'Uomo ce la potesse fare, nonostante tutto; nonostante invasati religiosi, politici ignoranti e profeti di sventura si divertano da sempre a fare leva sulla miseria (materiale e culturale) per i loro sordidi giochi di morte.
Forse non siamo ancora riusciti a migliorare il mondo che abbiamo trovato ma non dobbiamo permettergli di spegnere quella fiammella di speranza. Che è piccola piccola ma non debole. Io è quarant'anni che la vedo vacillare, eppure è ancora lì.
Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti, e forse quello accolto meglio, il più carezzato (Georges Bernanos)
lunedì 2 novembre 2015
Un, due, trail. Un, due, trail - Un valzer nel bosco
C'è qualcosa di primitivo nel tornare a correre nei boschi.
Il fango sotto le scarpe, i rovi che si attaccano alla maglia, i suoni ai bordi del sentiero che mi fanno trasalire.
Il cane da caccia che mi supera velocissimo e nemmeno lo avevo sentito arrivare, lo scoppio di un colpo di fucile. Lo zoccolio del capriolo che mi passa a pochi metri.
E poi il buio, di prima mattina, e l'alba che sale piano piano.
Niente strada, niente gps, solo memoria di sentiero.
Fa l'effetto di essere tornati a casa e mi verrebbe da togliermi le scarpe, che in casa non si portano e vedere cosa si prova. Ad aver due gradi in più ed un fisico decente sarebbe da provare a correre a torso nudo, come quelle pubblicità che fanno i runner ammericani.
Ma siamo ormai degli attempati padri di famiglia e ci teniamo la decenza bella stretta sotto la maglia tecnica e ci accontentiamo del sudore che corre lungo la schiena e di graffiarci giusto le mani ed il viso.
Anche i passi non sono più regolari e monotoni come quelli della corsa su strada: Un, due-tre, un, due-tre. È la mia danza lenta, per me che non sono mai stato capace di ballare. È un piccolo valzer che accompagna il sole che sale e intiepidisce il cuore, nel gelo di questi tempi.
Il fango sotto le scarpe, i rovi che si attaccano alla maglia, i suoni ai bordi del sentiero che mi fanno trasalire.
Il cane da caccia che mi supera velocissimo e nemmeno lo avevo sentito arrivare, lo scoppio di un colpo di fucile. Lo zoccolio del capriolo che mi passa a pochi metri.
E poi il buio, di prima mattina, e l'alba che sale piano piano.
Niente strada, niente gps, solo memoria di sentiero.
Fa l'effetto di essere tornati a casa e mi verrebbe da togliermi le scarpe, che in casa non si portano e vedere cosa si prova. Ad aver due gradi in più ed un fisico decente sarebbe da provare a correre a torso nudo, come quelle pubblicità che fanno i runner ammericani.
Ma siamo ormai degli attempati padri di famiglia e ci teniamo la decenza bella stretta sotto la maglia tecnica e ci accontentiamo del sudore che corre lungo la schiena e di graffiarci giusto le mani ed il viso.
Anche i passi non sono più regolari e monotoni come quelli della corsa su strada: Un, due-tre, un, due-tre. È la mia danza lenta, per me che non sono mai stato capace di ballare. È un piccolo valzer che accompagna il sole che sale e intiepidisce il cuore, nel gelo di questi tempi.
lunedì 26 ottobre 2015
Venice Marathon 2015, la maratona più divertente della mia vita
Volete sapere com'è andata la Maratona ieri?
L'ho scritto qui
https://lafolgorante.wordpress.com/2015/10/26/venice-marathon-2015-la-gara-piu-divertente-della-mia-vita/
L'ho scritto qui
https://lafolgorante.wordpress.com/2015/10/26/venice-marathon-2015-la-gara-piu-divertente-della-mia-vita/
venerdì 23 ottobre 2015
San Marco è senz'altro anche il nome di una pizzeria
Domenica c'è la Venice Marathon.
Non parlo più tanto di corsa qui, perché lo faccio su Folgorante Social Club assieme a tutti gli amici della squadra.
Una figata quel blog, lì, sul serio e chissenefrega delle statistiche e dei followers (almeno lì! Qui mi interessa un sacco, dei followers, per lo meno).
Ieri sera e passato a trovarmi il papà di Paolo e mi ha regalato la sua bandana. Non è una bandana in senso stretto; è un tubo di stoffa che si può usare in un sacco di modi.
Io spero di portarla in modo degno.
Paolo era un grandissimo atleta. La TdH a cui avevamo partecipato assieme lui l'aveva completata praticamente senza allenamento. Ricordo ancora al liceo, in uno dei momenti di mia massima forma, che provai a stargli dietro alla campestre di quinta superiore. A metà del primo giro era in tal debito di ossigeno che parevo un astronauta che si toglie il casco nello spazio.
Ma sono molto contento che i suoi genitori me l'abbiano regalata ora che lui non è più qui con noi. Mi piace l'idea di correre a Venezia con qualcosa di suo, in nome di tutte le gare che avevamo sperato di correre ancora assieme.
E poi c'è il Nikio e la raccolta fondi che ha ancora un po' di spazio per farvi sentire parte di qualcosa di più importante che una semplice corsa. Saremo un'intera comunità che si sposta in laguna, domenica, tra famigliari e corridori. Il prossimo anno facciamo la corriera.
E infine la mia prestazione. Non me ne importa un granché, se devo essere sincero; quando mi chiedono che tempo prevedo rispondo sempre che spero ci sia il sole.
Me ne importa così poco che ho deciso una tattica harakiri: mi attacco ai polpacci dei pacers delle 3 ore e 30 e vado finché ce ne sarà. So già che scoppierò ma non mi interessa. Di certo non corro per fare pochi minuti meglio dell'anno scorso. Preferisco tentare l'impossibile e divertirmi come un bambino. Al limite mi fermo e aspetto gli altri.
E comunque, via, niente cardiofrequenzimetro, niente gps. Solo la bandana di Paolo in testa, la N di Nikio sul cuore ed emozioni.
A Dio piacendo, lunedì vi racconto.
Buon week end a tutti
Non parlo più tanto di corsa qui, perché lo faccio su Folgorante Social Club assieme a tutti gli amici della squadra.
Una figata quel blog, lì, sul serio e chissenefrega delle statistiche e dei followers (almeno lì! Qui mi interessa un sacco, dei followers, per lo meno).
Ieri sera e passato a trovarmi il papà di Paolo e mi ha regalato la sua bandana. Non è una bandana in senso stretto; è un tubo di stoffa che si può usare in un sacco di modi.
Io spero di portarla in modo degno.
Paolo era un grandissimo atleta. La TdH a cui avevamo partecipato assieme lui l'aveva completata praticamente senza allenamento. Ricordo ancora al liceo, in uno dei momenti di mia massima forma, che provai a stargli dietro alla campestre di quinta superiore. A metà del primo giro era in tal debito di ossigeno che parevo un astronauta che si toglie il casco nello spazio.
Ma sono molto contento che i suoi genitori me l'abbiano regalata ora che lui non è più qui con noi. Mi piace l'idea di correre a Venezia con qualcosa di suo, in nome di tutte le gare che avevamo sperato di correre ancora assieme.
E poi c'è il Nikio e la raccolta fondi che ha ancora un po' di spazio per farvi sentire parte di qualcosa di più importante che una semplice corsa. Saremo un'intera comunità che si sposta in laguna, domenica, tra famigliari e corridori. Il prossimo anno facciamo la corriera.
E infine la mia prestazione. Non me ne importa un granché, se devo essere sincero; quando mi chiedono che tempo prevedo rispondo sempre che spero ci sia il sole.
Me ne importa così poco che ho deciso una tattica harakiri: mi attacco ai polpacci dei pacers delle 3 ore e 30 e vado finché ce ne sarà. So già che scoppierò ma non mi interessa. Di certo non corro per fare pochi minuti meglio dell'anno scorso. Preferisco tentare l'impossibile e divertirmi come un bambino. Al limite mi fermo e aspetto gli altri.
E comunque, via, niente cardiofrequenzimetro, niente gps. Solo la bandana di Paolo in testa, la N di Nikio sul cuore ed emozioni.
A Dio piacendo, lunedì vi racconto.
Buon week end a tutti
giovedì 22 ottobre 2015
Rock-a-bye sweet Paolo
Mi ero ripromesso basta tristezza.
Lo avevo promesso a Nicola e adesso vorrei riprometterlo a Paolo.
Sabato mi girava in testa il refrain di "Rhymes and Reasons" di John Denver. Non che ami John Denver o il country in genere, ma le mattine sono così: ti gira in testa Seven Nation Army? Fino a sera Seven Nation Army. Hai la sfiga di svegliarti con gli One Direction? Non ti schiodi da lì fino a sera.
Mi sono fatto l'idea che è il nostro cervello che ci manda dei messaggi che poi hai voglia ad ignorarli.
Infatti mi sono cercato su spotify John Denver e l'ho messa in loop, mentre cambiavo le lenzuola dei letti con Silver. Poi lei se n'è andata a tagliarsi i capelli ed io per la prima volta nella vita ho cercato il testo di quella canzone e mi ha fatto un certo effetto:
So you speak to me of sadness
And the coming of the winter
Fear that is within you now that seems to never end
And the dreams that have escaped you
And the hope that you've forgotten
And you tell me that you need me now
And you want to be my friend
Lo avevo promesso a Nicola e adesso vorrei riprometterlo a Paolo.
Sabato mi girava in testa il refrain di "Rhymes and Reasons" di John Denver. Non che ami John Denver o il country in genere, ma le mattine sono così: ti gira in testa Seven Nation Army? Fino a sera Seven Nation Army. Hai la sfiga di svegliarti con gli One Direction? Non ti schiodi da lì fino a sera.
Mi sono fatto l'idea che è il nostro cervello che ci manda dei messaggi che poi hai voglia ad ignorarli.
Infatti mi sono cercato su spotify John Denver e l'ho messa in loop, mentre cambiavo le lenzuola dei letti con Silver. Poi lei se n'è andata a tagliarsi i capelli ed io per la prima volta nella vita ho cercato il testo di quella canzone e mi ha fatto un certo effetto:
So you speak to me of sadness
And the coming of the winter
Fear that is within you now that seems to never end
And the dreams that have escaped you
And the hope that you've forgotten
And you tell me that you need me now
And you want to be my friend
Groppo in gola!
Io non ricordavo assolutamente le parole di Rhymes and Reasons, l'avrò ascoltata si e no quattro o cinque volte e saranno stati almeno vent'anni che non la sentivo.
Eppure era lì, che fluttuava nel mio cervello ed è riemersa sabato mattina.
Così domenica, complice Silver via per lavoro ed i nonni che si sono portati a spasso 5 nipoti cinque e due cani da 40 kg l'uno (i nonni sanno superarci in follia, a volte), mi sono goduto la stirata pomeridiana con un compilation country rock abbastanza malinconica. Che se il cervello vuole tristezza, diamogliela finché fa indigestione.
Così, memorie di campiscuola, di primi arpeggi con la chitarra, di gite scolastiche a cercare di impressionare la bionda di 5 C con l'inizio di Desperado degli Eagles (che poi l'originale è fatto con il piano e la bionda capiva un caz di muscia e figurati se apprezzava lo sforzo di rifarla uguale con la chitarra).
E niente, pareva che il peggio fosse passato.
Senonché, ieri sera in macchina, tornavo tardi dal lavoro. Partivo da sotto il Summano, l'ultima volta che ero stato con Paolo eravamo salitì lassù di notte. Inutile ripetere di cosa parlammo, che lo ha già fatto John Denver.
Poi però, che quasi ero arrivato, è partito James Taylor
as the moon rises he sits by his fire, thinking about women and glasses of beer.
And closing his eyes as the doggies retire, he sings out a song which is soft but it's clear
as if maybe someone could hear...
Goodnight you moon light ladies, rock-a-bye sweet baby James.
And closing his eyes as the doggies retire, he sings out a song which is soft but it's clear
as if maybe someone could hear...
Goodnight you moon light ladies, rock-a-bye sweet baby James.
e mi sono messo a piangere come un bambino: a singhiozzi inconsolabili.
E così ora, in queste inutili poche righe, canto sotto voce il mio saluto, come se Qualcuno potesse sentirlo.
Buona notte, dolce Paolo
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