Ho scoperto l'Arnica.
Se me lo aveste chiesto lo scorso anno vi avrei detto che è un rimedio naturale che, come tutti i rimedi naturali può funzionare ed anche no. Ve lo avrei detto così, in modo qualunquista e disinformato, solo per demolire ciò che non conosco.
Poi ho scoperto che fa benissimo per le botte sulla crapa che i miei figli si prendono in continuazione.
Ora so che è un eccezionale rimedio per la tendite che mi affligge da anni: un massaggino al mattino e via, movimenti lievi come se fossi uno smilzo.
Ma non volevo parlare della tendinite
Pensavo che sarebbe bello avere un Arnica per ogni problema, no?
Un unguento per le cazzate che ci dicono e per prevenire quelle che diciamo.
Qualcosa che spalmandola ci protegga dalla cattiveria gratuita degli altri, che faccia scivolare il bisogno di esercitare il potere su di noi.
Una pomata contro la stupidità, anche. Perchè a volte, pur riconoscendola, non siamo in grado di sopportarla, non ce ne facciamo una ragione. E ci stiamo male, e loro non se ne accorgono o, peggio, ne godono. E ci stiamo ancora peggio.
Ci sarà una pomatina per questo, no? Anche da applicare dopo, se proprio non si può prevenire.
Una crema per il dolore, poi. Non quello fisico, che per quello c'è. Per quello che ci prende dentro, che ci spacca.
Una pomata per i magoni che abbiamo per il futuro: per i figli, per i cari, per gli amici. Che stiano bene, che guariscano, che non succeda nulla di male, mai.
E la pomata servirebbe non perchè il male non accada, ma solo per non avere il magone, o per lenirlo, se proprio no.
Che ci vorrà a produrla?
E poi una spalmata sulla fatica di ogni giorno. La fatica di mantenere un lavoro che non piace, di sostenere un rapporto che si logora, di resistere un'ora in più, un metro in più per arrivare a sera, fino a tempi migliori.
Che per quanto si scaldino i muscoli prima e ci si alleni, c'è sempre un momento della gara dove vorresti fermarti e cercando le scuse per farlo e invece, intanto, continui a correre.
E poi la fatica più nascosta, quella di cui sono consapevoli solo i migliori: quella che ci regala ancora la forza di indignarci, quella che ci serve per pensare di essere un po' migliori del mondo che vediamo, quella che distilla ancora una goccia di senso civico verso un mondo che vorremmo regalare ai nostri figli un po' più bello di com'è adesso.
Che non è mai bello abbastanza.
Un arnica per tutto questo mi servirebbe. Io, nel frattempo, continuo la corsa.
venerdì 30 agosto 2013
martedì 27 agosto 2013
El Pig
I bimbi sono entrati nel tunnel della droga.
No, non è né l'eroina né la cocaina.
È Peppa Pig.
Peppa Pig è La Droga dei bambini sotto i cinque anni.
Noi, tutto sommato, siamo fortunati che i piccoli non hanno ancora capito come funziona il broadcast televisivo; pensano che la tv funzioni solo con i DVD. Mica glielo abbiamo detto noi, ci mancherebbe. È solo che fino ad ora solo DVD guardavano. Le rare volte che si trovava qualcosa di adatto era un casino durante le pubblicità: "Fallo ripartire, papi, fallo ripartire".
Per cui Peppa se la guardano sul tablete, un quarto d'ora finchè prepariamo la cena.
Un quarto d'ora, si! Cos'è volete insinuare che in un quarto d'ora non si riesca a preparare una cena seria?
Ma cosa dite? In un quarto d'ora ti impiatto i sofficini come non li hai visti mai.
Ma non è di questo che volevo parlare. Di sofficini, dico (che non mangiamo, scherzi a parte). Nemmeno di cene.
Nemmeno di Peppa, a dire il vero, ma del caro Papino.
L'altra sera Silver mi fa: "Lo sai che inizio a scorgere più di qualche analogia tra te e Papà Pig?"
Ora: io di Peppa Pig ascolto solo l'audio finchè cucino o preparo la tavola.
Papà Pig è cicciottello: go (Go è il corrispettivo veneto di ce l'ho)
Ha gli occhiali e la barbetta: go.
Ha gli occhiali e la barbetta: go.
Lavora ma non si capisce bene cosa faccia: go.
Papà Pig millanta abilità artistiche non sempre confermate: go.
Ricorda di avere avuto una ruggente gioventù rock: go.
È abbastanza negato nel bricolage ma si ostina a voler fare da solo: go.
Ha un suocero che viene sempre tirato in ballo da sua moglie quando non riesce a fare qualche cosa: go.
Il suocero ha l'hobby del giardinaggio e dell'ortocoltura: go.
Il suocero ha l'hobby del giardinaggio e dell'ortocoltura: go.
Papà Pig è molto bravo nel coinvolgere i figli: go.
I figli si prendono talvolta gioco di lui oppure Peppa lo bacchetta: go.
Papino ha una figlia sveglia ma un pochino saputella: go.
Papà pig fa battute del cazzo: go.
In effetti è più di qualche analogia. Io non grugnisco, chiaramente, ma ho una serie di rumori simili che so emettere al bisogno (bisogno mio, sia chiaro) sui quali è meglio sorvolare.
L'unica cosa che non ha Papino sono i due gemelli.
Devo segnalare il bug a chi di dovere.
I figli si prendono talvolta gioco di lui oppure Peppa lo bacchetta: go.
Papino ha una figlia sveglia ma un pochino saputella: go.
Papà pig fa battute del cazzo: go.
In effetti è più di qualche analogia. Io non grugnisco, chiaramente, ma ho una serie di rumori simili che so emettere al bisogno (bisogno mio, sia chiaro) sui quali è meglio sorvolare.
L'unica cosa che non ha Papino sono i due gemelli.
Devo segnalare il bug a chi di dovere.
venerdì 23 agosto 2013
Rapporto duraturo - La ricetta
È un periodo in cui si trovano ricette un po' ovunque, no?
E chi sono io per non darvene una.
Parliamo di rapporto duraturo.
Prendete una donna intelligente. Molto intelligente.
Un uomo buono e paziente.
Un paio di sogni nel cassetto.
Almeno una passione comune (non esagerate però)
Affinità musicale q.b.
Gusti cinematografici simili q.b.
Pazienza q.b.
Coccole q.b.
Passione q.b.
Tenacia q.b.
Noia - un pizzico, solo per valorizzare il sapore degli altri ingredienti.
Mettete tutto in un grande contenitore, meglio se colorato.
Agitate
Lasciate riposare
Agitate ancora
Lasciate riposare
Andate avanti finchè non otterrete un amalgama non troppo omogeneo. Viene meglio se si riescono ancora a distinguere gli ingredienti.
Di volta in volta potete aggiungere o togliere alcuni degli elementi della ricetta, per gusti sempe nuovi.
Non rimarrete delusi.
Dite che la ricetta è imprecisa? Che c'è troppo spazio alla discrezionalità dei cuochi?
Caspita, è vero.
Però, dite la verità, non sono quelle che danno più soddisfazioni?
È una ricetta garantita 15 anni. Almeno.
E chi sono io per non darvene una.
Parliamo di rapporto duraturo.
Prendete una donna intelligente. Molto intelligente.
Un uomo buono e paziente.
Un paio di sogni nel cassetto.
Almeno una passione comune (non esagerate però)
Affinità musicale q.b.
Gusti cinematografici simili q.b.
Pazienza q.b.
Coccole q.b.
Passione q.b.
Tenacia q.b.
Noia - un pizzico, solo per valorizzare il sapore degli altri ingredienti.
Mettete tutto in un grande contenitore, meglio se colorato.
Agitate
Lasciate riposare
Agitate ancora
Lasciate riposare
Andate avanti finchè non otterrete un amalgama non troppo omogeneo. Viene meglio se si riescono ancora a distinguere gli ingredienti.
Di volta in volta potete aggiungere o togliere alcuni degli elementi della ricetta, per gusti sempe nuovi.
Non rimarrete delusi.
Dite che la ricetta è imprecisa? Che c'è troppo spazio alla discrezionalità dei cuochi?
Caspita, è vero.
Però, dite la verità, non sono quelle che danno più soddisfazioni?
È una ricetta garantita 15 anni. Almeno.
Agosto 1998 - Lignano Sabbiadoro
mercoledì 21 agosto 2013
Che brutti i figli di...
Quanto
siamo disposti a farci da parte per non essere ingombranti nel futuro
dei nostri figli?
Chi
di noi non sogna di scrivere un libro, incidere un disco o girare un
film e, avendone la possibilità, non esiterebbe a farlo?
Mesi
fa ero in macchina e c'era questa voce che usciva dalle casse della
radio. Era talmente familiare che mi pareva impossibile non
riconoscere null'altro di quel brano: le parole, le note, nemmeno le
sonorità. Poi ho capito: era un pezzo di Cristiano De Andrè, il
figlio del grande Fabrizio.
Precisazione
ovvia, no? Tutti sanno chi sia Cristiano De Andrè, soprattutto se
conoscono suo padre e la musica che ci ha regalato.
Se
non conoscete Fabrizio De Andrè, probabilmente ignorate il fatto che
avesse un figlio. Cristiano, appunto, figlio del grande Fabrizio De
Andrè. Aveva anche una figlia: Luisa Vittoria, detta Luvi De Andrè,
la figlia del grande Fabrizio De Andrè e di Dori Ghezzi.
Ma
non è di Luvi che volevo parlare, per quanto sia una discreta
figliola e che, secondo me, avesse anche una signora voce.
Volevo
parlare di Cristiano De Andrè. Il figlio di quel mito che era
Fabrizio De Andrè.
Ah,
l'ho già detto?
È
vero. Ma fateci caso: non c'è un articolo che parli di Crisitano De
Andrè che non lo associ inesorabilmente a quel vecchio ubriacone e
puttaniere che era il padre che oltretutto aveva piantato lui e la
madre quando era poco più che un bambino (De Andrè era un grande
poeta ma non è raro trovare opinioni su di lui come persona
piuttosto critiche, soprattutto fino agli anni 90)
Perchè,
mi chiedo?
Quanto
alcol e psicofarmaci dovrà ancora calarsi questo povero Cristiano
prima che la gente capisca che lo spettro del padre lo sta
perseguitando anche senza che glielo si continui a ricordare?
Ed
ora lo rivedo, causa nuova fissa dei figli, in un concerto del 1998,
assieme al padre. Un concerto perfetto, suonato divinamente.
Cristiano suona tutto. Tutto. Qualsiasi cosa produca un rumore lui
riesce a farcela stare sul palco. Grande musicista, Cristiano De
Andrè. Molto più di quanto non lo sia stato il padre.
Forse
avrebbe fatto meglio cambiarsi il cognome con quello della madre e
fare il musicista per altri artisti. Fior di band contemporanee si
sognano di essere anche solo la metà bravi di quanto non sia il
figlio del grande De Andrè.
Forse,
se non fosse stato il figlio del grande De Andrè non avrebbe mai
imparato a suonare un cazzo perchè si sarebbe dovuto guadagnare da
vivere come tutti noi stronzi e poteva essere un mediocre
professionista con una mal coltivata passione per la musica.
Io
non compro dischi di Cristiano De Andrè perchè mi piaceva il padre
e non cerco surrogati. Che poi se li cerchi non li trovi, visto che
lui fa di tutto per smarcarsi dalla musica del padre.
Mio
fratello, che lo apprezzerebbe come musicista, non lo compra perchè
non gli piace De Andrè.
Oggi
mi consolo pensando che nessuno dei miei figli avrà questo problema.
lunedì 19 agosto 2013
Insaziabile Lupin
Ormai
si è arrivati alla psicosi.
Prima
c'era la cronaca di qualche episodio qua e là, poca cosa, che si
sapeva con giorni di ritardo.
Poi
sono arrivate le notizie dei furti sistematici; quelle notizie che di
bocca in bocca aggiungono una casa al racconto.
“La
notte scorsa sono stati in via Roma ed hanno passato quattro case”.
“L'altra
notte sono passati in via Roma e si sono fatti sei case”.
“Un
paio di notti fa si saranno fatti dieci case in via Roma”.
Ma
se manco ci sono dieci case, in via Roma?
Prima
c'era uno sderenato, un “ultimo” di quelli che se ti metti a
raccontare la storia sua e della sua famiglia su un libro, le case
editrici te lo segano perché macchiettistico, esagerato. Un pecoraio
ladruncolo che si narra porti il gregge a pascolare nei campi vicini
alle case da “ripulire”. Era sempre lui il colpevole,
l'inafferrabile, il Lupin de noaltri.
Poi
il nostro eroe si è andato a catafottere, tanto era inafferrabile,
ubriaco marcio, da sopra una diga del torrente e trovasi in
rianimazione da circa un mese.
Ma
le cronache continuano e, con esse, fioriscono le leggende
metropolitane.
Si
narra di sprai anestetici, che ti fanno piombare in un sonno torbido
ma profondissimo (deve avercelo anche mio figlio, che spesso non mi
accorgo che si infila sotto le lenzuola tra mia moglie e me).
Qualcuno
giura che esistano attrezzi appositi per aprire balconi da fuori, con
le calamite, che non si sa dove li vendano, visto che sarebbero tanto
utili quando ci si chiude fuori.
Poi
però si sa di frighi svuotati, di minestroni presi dal congelatore,
scaldati direttamente sul gas e mangiati lì, mentre i proprietari
sono in vacanza.
Si
narrà di ladri che cercano di rubare una collana ad un signore
disabile che guarda i passanti che vengono messi in fuga, a mani
vuote, da una signora con la scopa.
Qualche
tempo fa i miei suoceri sono stati svegliati dal campanello suonato
accidentalmente dal “topo” che vi si era appoggiato nel tentativo
di forzare la porta con un cacciavite.
Si
dice sempre che l'accento è straniero, ma non si sa se sia verità o
suggestione. Per mia madre siete stranieri se non avete il cognome
che finisce per “n”, e a volte non basta neppure quello.
In
ogni caso cosa cambia?
Quanto
ci rassicura ancora pensare che a rubare per fame si riducono prima
gli slavi e i terroni?
Possiamo
sperare che il pecoraio torni dall'ospedale per avere un colpevole da
indicare in società? È questo che ci serve per dormire tranquilli?
Cosa
penseremo quando il minestrone al piano di sotto lo mangeranno
parlando nel nostro dialetto?
Continueremo
ad aggiungere chiavi e catene a porte e finestre, e condizionatori
per non morire dal caldo e rimanere dentro, svegli, a bagnomaria
nella paura?
Io
non ci sto.
Io
lascio il portafoglio in vista, la pentola pronta e la birra in
fresca.
Fate
ciò che volete ma non toccate mia moglie ed i bambini.
Fate
piano, lascio la finestra aperta, e mi godo il fresco.
mercoledì 14 agosto 2013
"Quattro soli a motore" libro dell'estate del 2013
Aderisco volentierissimo all'iniziativa che non so da chi sia partita ma che ho conosciuto grazie al mio quasi conterraneo Alligatore (alligatore.blogspot.it).
Si tratta di dare la massima e meritata visibilità all'ultimo nato in casa Pezzoli, il web amico Zio Scriba, pubblicando una delle frasi che più ci è piaciuta del suo libro.
A me ha colpito subito ( nel senso che è proprio all'inizio) questa qui:
Feci colazione con fettucce imburrate e una badilata di Ovolmatina sull'acre del latte degli Stevanato che andava fatto bollire prima di berlo, e se ti faceva schifo la panna non se ne formava un velo ma un plaid.
Dico la verità: mi è capitato di rado di leggere un libro che sia stato in grado di restituire assieme al racconto odori e sapori di quando ero bambino. Forse è perché la campagna lombarda non è così diversa da quella veneta, forse è perché, semplicemente, Nicola Pezzoli è davvero bravo.
lunedì 12 agosto 2013
Santiago de Compostela 2003. Un cammino che dura da 10 anni
12 Agosto 2003, mancano pochi minuti a mezzogiorno.
Le cornamuse ci accolgono in Plaza de Obradorio, il grande sagrato antistante alla basilica di San Giacomo dopo quasi 800 chilometri in sella alle biciclette.
El Camino arrivava quindi alla meta dopo un viaggio faticoso e meraviglioso.
Un viaggio in cui abbiamo mangiato e bevuto, soprattutto male, ma anche bene, conosciuto persone, imbarcato compagni di viaggio e perso di vista altre persone che magari andavano più forte o più piano di noi. Abbiamo imparato barzellette, patito il sole e preso la pioggia, dormito dove e con chi capitava.
Un viaggio dove ci siamo malati e poi guariti, dove abbiamo perso la strada e l'amore e li abbiamo ritrovati, siamo caduti e ci siamo rialzati.
Abbiamo capito che per comprendere non serve sapersi spiegare, è sufficiente qualcuno che abbia voglia di capirti.
Un cammino in cui abbiamo capito che, per quanto possa essere importante e bella la meta a cui vogliamo arrivare, non si può prescindere dalla bellezza, anche dura, del viaggio che ci porterà ad essa.
Quei nove giorni sul Camino sono stati, in fondo, la metafora di questi ultimi dieci anni.
O forse, sono la metafora di tutta la nostra vita.
A Silvana, Elisabetta, Elena, Stefano, Damiano, Massimo, Chiara ed Ivo. Ed anche a Max e Fabiano, trovati sulla strada.
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