lunedì 21 dicembre 2015

Star Wars - Il Risveglio della Forza

Silver ed io cantiamo in un coro. Di solito siamo piuttosto ligi al dovere e non manchiamo mai, a parte non ci siano impegni davvero improcrastinabili. Tipo che non sia il primo week end dove proiettano il nuovo capitolo di Star Wars.
dal web

Vi tranquillizzo, non ci sono spoiler sul film, niente di niente. Nulla che non si sappia già, almeno.
Certo, potrete dirmi, come fai a sapere quello che si sa già? Facile: basta riportare pari pari quello che diceva a voce alta il bimbo seduto dietro di me durante la proiezione: tutti i nomi dei personaggi, la classificazione delle astronavi e tutti gli abinamenti personaggio-astronave. Quando ha iniziato a stare zitto ho capito che non c'era più nulla di acquisibile on-line, e bisognava solo guardare il film.
Film che è bellissimo, io ve lo dico. A caldo mi è venuto addirittura da scriverlo su Facebook: è il migliore di tutti, il più bello dei 7.
E no, non sono di quelli che lo dice ogni volta.
Alla fine di "La minaccia fantasma" ho detto come tutti "è una cagata pazzesca".
Sono rimasto perplesso dopo "La guerra dei cloni" pur riconoscendo che erano stati fatti molti passi avanti.
E sono stato molto sorpreso da "La vendetta dei Sith", il migliore di questa finora ultima trilogia così piena di effetti speciali e colori ultravivaci. Che però, per quanti tu ce ne metta, non ti fregano, non fregano neppure i bambini. La gente vuole le storie.
Chiedetelo ai miei figli che guarderebbero solo "L'impero colpisce ancora".
Ed è questo che fa "Il Risveglio della Forza": ritorna a raccontare una storia.
Basta, non vi racconto più nulla che sennò mi scappa lo spoiler. Leggetevi piuttosto questa bellissima riflessione di Mr.Ford, che lui di film ne capisce e ne sa parlare.

La riflessione mia invece parte dall'unica cosa che mi ha rattristato e che era dalla mia parte dello schermo: c'erano pochissime bambine. Femminucce, insomma.
Donne si, bambine no.
C'erano i quaranta-cinquantenni, innamorati di Luke e Darth Vader (a proposito, cambiava tanto se la produzione teneva i nomi "italiani"?), disposti a dare una seconda chances alla Lucasfilm dopo la mezza delusione degli ultimi tre film.
C'erano i ventenni, che la seconda trilogia l'hanno vista da bambini e si sono innamorati di quella, e la prima era solo una vecchia mitologia sulla mensola dei genitori.
E c'erano i bambini piccoli, quelli che comprano i Lego tematici, gli adesivi dentro ai cereali e a furia di merchandise si sono innamorati di questa bellissima epopea.
Mancavano solo le bambine.
Perché?
"È roba da maschi" mi ha detto una mia amica.
"Uff, ancora con sta storia dei film/libri da maschi e da femmine" ho risposto, facendo la solita figura del pseudo filosofo progressista e snob.
La mia prof di Latino diceva: "non esiste la traduzione letterale o libera: esiste la buona traduzione o quella cattiva". Allo stesso modo direi che non ci sono i film da femmine da maschi, ci sono le belle storie e le storie brutte. Il resto ce lo mettiamo noi.
Però, se come la mia amica avete bisogno di semplificazioni, vi do la mia parola: è un film da femmine: la chiave della storia, la vera protagonista, è una ragazza, Rey: giovane e bella (madò se è bella) coraggiosa e idealista e in gamba molto più di tutti i maschi che incontra. Ma non è il modello di guerriera emancipata, di donna in carriera. Allo stesso modo non aspetta il principe azzurro che tanti danni ha fatto alla mia generazione. È una donna che cerca di superare le sue fragilità, senza rinunciare ai suoi sogni, senza aver paura di voler bene e di lasciarsi amare.
È la figlia che tutti vorremmo avere, è il motivo per cui sono contento di aver convinto Maria a venire con noi e a non cedere al lato oscuro del Gender che impone assurdi canoni sociali.
In più è un film sulla genitorialità  su quanto sia difficile essere padri e madri, sulla responsabilità, sulle paure di non essere in grado di farli crescere nel modo migliore, sulla ricerca di nuove occasioni.
E quindi se avete figlie femmine portatele a vedere "Il Risveglio della Forza" che vi piacerà perchè è moderno. Nonostante sia ambientato tanti anni fa, in una galassia lontana lontana...

venerdì 18 dicembre 2015

Forza, risvegliati

Sempre più dura alzarsi al mattino per andare a correre.
Si, solo per quello. Per il resto non mi lamento.
Diciamo che forse metto la sveglia un po' troppo presto: le 5 (leggonsi cinque).
Fa freddo, è buio.
Anche lo scorso anno faceva freddo e buio eppure non c'era particolare problema. Chenesò?!
Sarà un periodo.

Di fatto c'è sempre una scusa buona:
  • ieri sono andato a letto tardi perché ho lavorato
  • mi dispiace andare a letto prima di Silver e ieri c'era il suo sceneggiato preferito. 
  • Troppo stress, metti che poi mi ammalo
  • Il mio vicino di scrivania ieri ha tossito, magari sto covando qualche cosa anche io. 
  • Metti che incontro un lupo? 
Che poi pare na battuta ma un paio di settimane fa, mentre correvamo sull'argine, ad una signora è sfuggito l'American Staffordshire quando questo ci è corso incontro, al buio, con gli occhietti gialli che brillavano nella notte al riflesso della nostra lampada frontale... insomma: per fortuna che eravamo in compagnia, che cagarsi sotto in compagnia è sempre una gran cosa.

I pro sono che hanno illuminato la ciclabile. È molto positivo, garantisce una specie di anello di 7-8 km illuminati. È un po' una palla fare sempre lo stesso giro ma almeno non mi investono.
A parte che sono bardato come un albero di Natale tutto illuminato.
A parte che alle 5 di mattina chi vuoi che si alzi per investirmi.

Giusto il signore che corre vestito di giallo. Ogni tanto devo andare a correre sennò mi sa che sta in pensiero.
Il matto che abita in piazza no, non lo vedo da un po' a quelle ore. Non è matto come me, lui.
La domenica almeno c'è sempre qualcuno che viene con me.
"Ma perché io ti seguo che so che sei crudele?" mi ha detto Sam una volta.
Però poi viene.
Anche il Franz non manca mai. Lui potrebbe partire un'ora dopo e fare lo stesso giro. Invece si alza alle 5. Se non è amicizia questa.
Qualche volta si aggiunge anche qualcun altro.
Siamo così, dei quarantenni abbastanza arzilli, per come eravamo messi a trent'anni.
Non centriamo niente con i dipinti mucciniani degli anni novanta.
A me ricordiamo più qualche scorcio de "Il grande freddo": un po' disillusi, un po' provati dalla vita chi per un motivo, chi per un altro. Meno pessimisti, però di Will Hurt e soci.
Farà anche tanto freddo, ma noi corriamo forte ed in ogni caso ci alziamo prima. L'ora più buia e fredda è quella che precede l'alba. Noi partiamo ancora prima!
Non ci avrai!


mercoledì 9 dicembre 2015

Nel locale sta suonando un blues degli Stronz

I miei figli sono molto creativi, anche nel capire i testi. 

L'inverno è una stagione che ti restituisce i figli, soprattutto per noi, che abitiamo praticamente in mezzo ai campi.
D'estate devi litigarci per farli venire a cena, che sarebbero sempre in giro a nascondersi e giocare.
D'inverno invece devi litigarci uguale, ma almeno non devi andarli a cercare.
L'inverno si guardano film e si ascolta musica.
Uno dei conti che tocca fare con la vita di genitore è che non sta scritto da nessuna parte che quello che piace a te piaccia anche a loro. Acqua calda, direte voi. Certo.
La cosa peggiore però è un'altra, che in qualche modo si ricollega ma non è propriamente la stessa cosa, rifletteteci: le cose che piacciono a loro potrebbero fare schifo a voi.
Anzi, è altamente probabile.
Prendiamo qualche film a mo' di esempio: Spiderman 3. Fa cagare, oggettivamente. Trovatemi uno che vi dica che Spiderman 3 è bello o che, peggio ancora, lo preferisca ai primi due. Ecco: Pee e Moe lo adorano.
Normale: il primo capitolo della trilogia, il mio preferito, a loro non piace perché passa un'ora prima di vedere Spiderman in costume. Capito? E poi per una storia servono cattivi: più ce ne sono più è bella.
Il Batman di Tim Burton? Ma volete mettere quell'accozzaglia di luci e suoni ed effetti sintetici proposti da Schumacher  in Batman e Robin?
D'altro canto Maria stravedeva per quella lagna inumana de "La Bella addormentata nel bosco" il primo film sineddoche della storia: tu pensi che quello sia il titolo, invece è la descrizione di te che lo guardi.

Allo stesso modo la musica: girano per casa intonando i Kolors.
"oh oh oh oooh"
"Vade retro Satana"

Oppure, appunto, gli 883.
Il bello è che sono delle spugne: sentono la musica alla radio o all'oratorio perché noi di certo non gliele facciamo sentire. Basta una volta e già ne cantano intere strofe. Provateci voi, che io non ci riesco.
Certo, non è che azzeccano sempre tutte le parole, ma spesso gli errori migliorano il prodotto iniziale, per cui non siamo nemmeno sempre troppo solerti nel correggerli.

Insomma, l'inverno è la stagione dei film e della musica ascoltata in casa. Non necessariamente bella.

lunedì 7 dicembre 2015

Pee mi amplifica

Pee amplifica le emozioni.
Se fosse un X-Man sarebbe questo il suo potere: farti impazzire con emozioni esagerate, più o meno come quel balletto di Giselle, dove gli spiriti delle giovani spose morte per amore costringono i giovani malcapitati a danzare fino alla morte.
Pee è intelligente, furbo, paraculo fino allo sfinimento. Riuscirebbe a far andare Gandhi fuori dai gangheri e poi farlo sentire in colpa. Sarebbe in grado di far bestemmiare San Francesco in chiesa ma anche di portare Re Erode a coccolare un neonato, in barba alla corona.

Pee si alza sempre per ultimo, ci mette una messa cantata in gregoriano a mangiare tre biscotti per colazione, riesce a bere mezzo bicchiere di latte con la cannuccia in mezz'ora pur dandoti l'idea di stare sempre succhiando.
E quando tu sei li che ti stanno prudendo le mani e già ti partirebbe lo scapaccione, lui si volta e ti guarda con quegli occhioni azzurri a metà strada tra il gatto di Shrek e Bambi e ti scioglie e il massimo che riesci a dirgli è: "Paraculo che non sei altro!"

Pee corre veloce; in un manuale sulla corsa alla pagina "Come impostare la corsa perfetta" potreste trovarci la sua foto. Un punto esclamativo leggermente inclinato in avanti. E lui corre, sempre! Dal divano al tavolo? Corre. Da letto al bagno? Corre.
Corre come se non ci fosse un domani. Nemmeno gli ostacoli lo fermano. Qualche volta l'ostacolo è uno dei fratelli e lui ci passa sopra, quasi senza accorgersene.
E salta e fa capriole a ripetizione, l'unica cosa su cui non teme il confronto con i fratelli. 
Pee prende le difese dei più fragili a scuola, difende dai bulletti i bambini "piccoli e medi" dice la maestra.E poi a casa nemmeno lo racconta, quasi che si vergogni di questa sua "debolezza".
Pee si accorge se gli altri stanno male, se hanno dei pensieri. Parte dal suo posto e gli si aggrappa addosso, per fargli una coccola, o per farlo ridere facendo l'imitazione di D3BO. Poi esagera, esasperando il consolato.
"Ma io volevo solo farlo ridere!" "Magari non aveva voglia di ridere" "Allora gli faccio un abbraccio" 
Così è Pee, il più sensibile dei miei figli. La sensibilità è difficile da maneggiare, vive molto più sereno chi non è sensibile. È ancora più difficile da educare.
Credo di non esserne capace.
Spero che la vita gli renda il ricordo di un padre che almeno ci ha provato. 

giovedì 3 dicembre 2015

l'America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata

Ieri sera la messa a letto, momento che come fatica che ricorda quello che precede l'alba, più buio e più freddo della notte stessa, è stata più dura del solito.
Chissà perché la Triplice Alleanza ha deciso di entrare in crisi in simultanea, fatto piuttosto raro, anche se con cause svariate: Maria aveva perso tre partite a carte di fila nonostante la proposta di cambiare gioco ogni volta (Uno, Vecia e cava camisa). Segnata nell'animo dal destino cinico e baro (ma decisamente sul pezzo, trattandosi di gioco a carte) la pulzella si è disperata in singhiozzi e urla che manco col morto in casa.
Nei file delle cose da fare ricordarsi di segnare strategie per insegnare a reggere la frustrazione.

Jack invece non aveva ancora elaborato il lutto per la mancata partecipazione al canto della stella con l'Asilo. Rintravamo tardi dal lavoro, la mamma ha un impegno dopo cena e comunque anche sticazzi.
Pee, a quel punto, per nn sentirsi escluso, piangeva per solidarietà, dicendo che il suo cane di peluche aveva paura del buio e che comunque al canto della stella, la settimana prossima, ci dobbiamo portare pure lui. Il cane, logicamente.

Tant'è. Un'oretta a far girare Pachelbel nella tomba a causa della mia ormai cronica imperizia sulle sei corde e accendo la tv: TG - edizione straordinaria.
Oddiosanto! E mo' cos'è successo.
Ammetto con un bel po' di vergogna che quando ho capito che si trattava di uno dei "soliti" fatti tipicamente americani e non di terrorismo ho tirato un sospiro di sollievo.
Si, alla faccia di tutta la mia sciallaggine delle settimane scorse rispetto a non voler sottostare al terrore.
Attacco ad un centro riabilitativo per disabili.
Lì per lì ho cercato conforto nel cinismo: "Cazzo, fosse stata l'ISIS almeno oggi mi avrebbero proibito di andare a lavorare: luogo ad alto rischio".

Ma non volevo parlare di Pachelbel, del pianto dei miei figli e neppure della follia in America. A conti fatti forse era meglio se stavo zitto.
A conti fatti, visto che ogni giorni si potrebbe morire per un motivo qualsiasi, tanto vale non sprecar parole e vivere.

mercoledì 25 novembre 2015

Il solito cattivista

Il solito cattivista non è veramente cattivo.
È dentro una parte che gli impone di sembrarlo, per lo meno, in modo assolutamente acritico.
Parliamo di immigrati?
Il cattivista non ha nulla contro gli immigrati ma si impone di dire che bisogna mandarli a casa, che rubano le pensioni a sua nonna, che violentano le nostre figlie, che portano malattie, pestilenze e carestie.
Si parla di zingari?
Sono tutti ladri, cialtroni, fancazzisti.
Parliamo di sicurezza? Di legittima difesa e giustizia personale in caso di furto in casa (fatta salva l'opzione che se i ladri appartengono alle due categorie precedenti non c'è gara)?
Beh, fioccano i "io gli sparo", "cazzi loro se dopo muoino", "giudici di merda che mi condannano" eccetera eccetera.
Naturalmente ometto le parole più volgari perché il cattivista può essere molto volgare e spesso lo è.
Certo, a meno che non faccia parte della sottocategoria "cattivista bon ton" che si dà un'aria di maggiore compostezza: cita statistiche (di solito reperite online senza aver troppo verificato la fonte o comunque solo da stampa cattivista), espone il pensiero di qualche filosofo (che spesso non conosce, ma quella frase l'ha trovata nello stesso sito delle statistiche), ed è comunque abbastanza coerente con le sue idee il che lo rende pericolosamente a rischio di diventare un vero cattivo (perché di solito il cattivista puro non è coerente).
Il cattivista di solito non ha grandi argomentazioni e scade nell'offesa quando non sa che altro replicare.
Nemmeno il Cristo sceso dalla croce gli farebbe mai ammettere di aver preso una cantonata.
Doubt is not available.
È un po' come il buonista, in fondo in fondo, un po' più arrabbiato, però perché il buonista se la prende solo con il cattivista, mentre il cattivista se la prende un po' con tutti, a parte gli altri cattivisti.
Ecco, il cattivista legittima i buonisti, che in effetti ci sono e sono altrettanto ideologici e acritici, ma perde l'occasione di usare la parola secondo il suo significato etichettando come buonista tutto quello che la pensa in modo diverso la lui.
Li legittima perché se denunciasse il vero buonismo dannoso, acritico e ideologico, metterebbe in risalto la bontà, la lungimiranza, l'assennatezza.
Non lo fa con cattiveria: semplicemente non sa cosa vuol dire. La usa solo perché qualcuno che lui considera fico la usa.
Solo che la persona che il cattivista considera fico è in realtà cattivo e quindi al cattivo la bontà, la lungimiranza e l'assennatezza danno fastidio.
E via di tormentoni: "Buonista", "PiDiota", "Pacifista" (oltretutto bisognerebbe riflettere molto sul fatto che per qualcuno la parola pacifista sia diventata un'offesa) manco fossimo al Drive In. "Lei è un bel... volpinooo" (che la usavano anche quelli che non guardavano Drive In, mamma che nervi!)
Tutto sommato essere cattivisti è più facile che essere buonisti, secondo me. Il buonista non pensa tantissimo ma deve cercare, almeno, di essere coerente. E poi frequenta i buoni e i buoni sono tremendi: non ti perdonano l'incoerenza. Sono tosti, i buoni.
Mentre il cattivista oltre a non pensare non è che deve spendersi troppo per capirne qualche cosa di più e può anche dire qualcosa di completamente diverso se gli gira, se la situazione gli sembra a lui o anche solo perché si è scordato.
Il cattivista ragiona in modo facile facile. Pensa in sistema binario: 0 - 1. Qualche volta semplifica ulteriormente e pensa 0
A me mi sa che per comodità la prossima volta nasco cattivista.




giovedì 19 novembre 2015

Dis-integrati

Si parla di integrazione e anche di bugie.
Lo faccio vestito a festa (più che altro senza parolacce) su genitoricrescono.it

fate come se foste a casa vostra

http://genitoricrescono.com/bugia-integrazione/

lunedì 16 novembre 2015

Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti

Venerdì sera c'è stato l'attacco a Parigi. Nel mio mondo relativamente isolato fatto di lavoro,  a letto presto e corse antelucane l'ho saputo solo sabato mattina verso le 10. Mia suocera non aveva dormito tutta la notte al pensiero. "Il mondo sta andando a rotoli" continuava a ripetere, alternandolo "bisogna aver paura, bisogna aver paura a fare tutto".
Lì per lì mi sono trattenuto da darle contro, solo per il gusto, come spesso mi capita; insomma, lei era preoccupata sul serio e non valeva la pena buttarsi su esercizi di retorica bastiancontraria.
Poi però un po' ci pensavo: ma davvero il mondo sta andando a rotoli?
Si, forse si.
Ma siamo sicuri che sia peggiore di quello che abbiamo trovato?

Sono nato in piena Guerra Fredda. Fino all'arrivo di Gorbačëv quasi non ci si dormiva di notte. Mio padre, sempre molto impegnato politicamente, non si perdeva un telegiornale; la cortina di ferro, il muro di berlino, lo scudo spaziale.
A Vicenza c'è la base Pluto, dell'esercito americano. A noi faceva ridere perché pensavamo che Pluto fosse il cane di Topolino, che minaccia volete che sia? Invece si narrava ci fossero i missili nucleari sotto alla base Pluto e che bastava pigiare un pulsante, anzi due, come ben spiegato dai film americani, e i Colli Berici si sarebbero aperti in due ed un suppostone gigante sarebbe partito in direzione URSS.
E poi i film:"The day after". Penso che fosse un film tv, comunque c'erano un paio di attori abbastanza famosi; a parte il profilo artistico piuttosto scarso dell'opera, mi fece cacare sotto. C'è una scena in cui i missili partono; gli americani sanno che se partono i loro missili di lì a poco sarebbero arrivati quelli russi. Nemmeno il tempo di vedere l'esplosione: l'onda durto faceva brillare le persone, se ne distinguevano gli scheletri, come in una gigantesca radiografia. Chi non moriva subito perdeva i capelli, si gonfiava, come fossero in chemioterapia.
Poi il più riuscito "Wargames" dove sembrava che il più nerd del liceo, attraverso un telefono di quelli con la rotella e un computer con lo schermo che scrive solo verde, potesse intrufolarsi nel database della NASA e, convinto di giocare ad uno Space Invaders un pelino più evoluto, stava in realtà comandando la terza guerra mondiale.

C'era la paura dei comunisti, degli attacchi. La Lega non si è mica inventata niente, sapete: ricordo benissimo un manifesto dove uno Scudo Crociato difendeva l'Italia da una Falcemartello che voleva trafiggerla.

Insomma, terrore, quasi più fomentato dentro che fuori. E le stragi nelle piazze e alla stazione di Bologna, l'omicidio Moro, l'anonima sequestri, Falcone e Borsellino.

Erano altri tempi, meno inclini alle domande, ma chissà se anche i miei genitori si chiedevano: "Che mondo lasceremo ai nostri figli?"
E i nonni? Che i figli li hanno fatti durante la guerra? Se lo saranno chiesto?

Forse sto semplificando troppo, ma quello che voglio dire è che chi ci ha consegnato un mondo che ci sembrava migliore di questo, lo ha fatto insegnandoci la speranza.
Una speranza inconsapevole ma genuina che l'Uomo ce la potesse fare, nonostante tutto; nonostante invasati religiosi, politici ignoranti e profeti di sventura si divertano da sempre a fare leva sulla miseria (materiale e culturale) per i loro sordidi giochi di morte.
Forse non siamo ancora riusciti a migliorare il mondo che abbiamo trovato ma non dobbiamo permettergli di spegnere quella fiammella di speranza. Che è piccola piccola ma non debole. Io è quarant'anni che la vedo vacillare, eppure è ancora lì.

Il peccato contro la speranza: il più mortale di tutti, e forse quello accolto meglio, il più carezzato (Georges Bernanos) 

lunedì 2 novembre 2015

Un, due, trail. Un, due, trail - Un valzer nel bosco

C'è qualcosa di primitivo nel tornare a correre nei boschi.
Il fango sotto le scarpe, i rovi che si attaccano alla maglia, i suoni ai bordi del sentiero che mi fanno trasalire.
Il cane da caccia che mi supera velocissimo e nemmeno lo avevo sentito arrivare, lo scoppio di un colpo di fucile. Lo zoccolio del capriolo che mi passa a pochi metri.
E poi il buio, di prima mattina, e l'alba che sale piano piano.

Niente strada, niente gps, solo memoria di sentiero.
Fa l'effetto di essere tornati a casa e mi verrebbe da togliermi le scarpe, che in casa non si portano e vedere cosa si prova. Ad aver due gradi in più ed un fisico decente sarebbe da provare a correre a torso nudo, come quelle pubblicità che fanno i runner ammericani.
Ma siamo ormai degli attempati padri di famiglia e ci teniamo la decenza bella stretta sotto la maglia tecnica e ci accontentiamo del sudore che corre lungo la schiena e di graffiarci giusto le mani ed il viso.
Anche i passi non sono più regolari e monotoni come quelli della corsa su strada: Un, due-tre, un, due-tre.  È la mia danza lenta, per me che non sono mai stato capace di ballare. È un piccolo valzer che accompagna il sole che sale e intiepidisce il cuore, nel gelo di questi tempi.


venerdì 23 ottobre 2015

San Marco è senz'altro anche il nome di una pizzeria

Domenica c'è la Venice Marathon.
Non parlo più tanto di corsa qui, perché lo faccio su Folgorante Social Club assieme a tutti gli amici della squadra.
Una figata quel blog, lì, sul serio e chissenefrega delle statistiche e dei followers (almeno lì! Qui mi interessa un sacco, dei followers, per lo meno).

Ieri sera e passato a trovarmi il papà di Paolo e mi ha regalato la sua bandana. Non è una bandana in senso stretto; è un tubo di stoffa che si può usare in un sacco di modi.
Io spero di portarla in modo degno.
Paolo era un grandissimo atleta. La TdH a cui avevamo partecipato assieme lui l'aveva completata praticamente senza allenamento. Ricordo ancora al liceo, in uno dei momenti di mia massima forma, che provai a stargli dietro alla campestre di quinta superiore. A metà del primo giro era in tal debito di ossigeno che parevo un astronauta che si toglie il casco nello spazio.

Ma sono molto contento che i suoi genitori me l'abbiano regalata ora che lui non è più qui con noi. Mi piace l'idea di correre a Venezia con qualcosa di suo, in nome di tutte le gare che avevamo sperato di correre ancora assieme.

E poi c'è il Nikio e la raccolta fondi che ha ancora un po' di spazio per farvi sentire parte di qualcosa di più importante che una semplice corsa. Saremo un'intera comunità che si sposta in laguna, domenica, tra famigliari e corridori. Il prossimo anno facciamo la corriera.

E infine la mia prestazione. Non me ne importa un granché, se devo essere sincero; quando mi chiedono che tempo prevedo rispondo sempre che spero ci sia il sole.
Me ne importa così poco che ho deciso una tattica harakiri: mi attacco ai polpacci dei pacers delle 3 ore e 30 e vado finché ce ne sarà. So già che scoppierò ma non mi interessa. Di certo non corro per fare pochi minuti meglio dell'anno scorso. Preferisco tentare l'impossibile e divertirmi come un bambino. Al limite mi fermo e aspetto gli altri.
E comunque, via, niente cardiofrequenzimetro, niente gps. Solo la bandana di Paolo in testa, la N di Nikio sul cuore  ed emozioni.
A Dio piacendo, lunedì vi racconto.
Buon week end a tutti

giovedì 22 ottobre 2015

Rock-a-bye sweet Paolo

Mi ero ripromesso basta tristezza.
Lo avevo promesso a Nicola e adesso vorrei riprometterlo a Paolo.

Sabato mi girava in testa il refrain di "Rhymes and Reasons" di John Denver. Non che ami John Denver o il country in genere, ma le mattine sono così: ti gira in testa Seven Nation Army? Fino a sera Seven Nation Army. Hai la sfiga di svegliarti con gli One Direction? Non ti schiodi da lì fino a sera.
Mi sono fatto l'idea che è il nostro cervello che ci manda dei messaggi che poi hai voglia ad ignorarli.
Infatti mi sono cercato su spotify John Denver e l'ho messa in loop, mentre cambiavo le lenzuola dei letti con Silver. Poi lei se n'è andata a tagliarsi i capelli ed io per la prima volta nella vita ho cercato il testo di quella canzone e mi ha fatto un certo effetto:

So you speak to me of sadness
And the coming of the winter
Fear that is within you now that seems to never end
And the dreams that have escaped you
And the hope that you've forgotten
And you tell me that you need me now
And you want to be my friend

 
Groppo in gola! 
Io non ricordavo assolutamente le parole di Rhymes and Reasons, l'avrò ascoltata si e no quattro o cinque volte e saranno stati almeno vent'anni che non la sentivo.
Eppure era lì, che fluttuava nel mio cervello ed è riemersa sabato mattina. 
Così domenica, complice Silver via per lavoro ed i nonni che si sono portati a spasso 5 nipoti cinque e due cani da 40 kg l'uno (i nonni sanno superarci in follia, a volte), mi sono goduto la stirata pomeridiana con un compilation country rock abbastanza malinconica. Che se il cervello  vuole tristezza, diamogliela finché fa indigestione. 
Così, memorie di campiscuola, di primi arpeggi con la chitarra, di gite scolastiche a cercare di impressionare la bionda di 5 C con l'inizio di Desperado degli Eagles (che poi l'originale è fatto con il piano e la bionda capiva un caz di muscia e figurati se apprezzava lo sforzo di rifarla uguale con la chitarra). 
E niente, pareva che il peggio fosse passato. 
Senonché, ieri sera in macchina, tornavo tardi dal lavoro. Partivo da sotto il Summano, l'ultima volta che ero stato con Paolo eravamo salitì lassù di notte. Inutile ripetere di cosa parlammo, che lo ha già fatto John  Denver. 
Poi però, che quasi ero arrivato, è partito James Taylor 
 
as the moon rises he sits by his fire, thinking about women and glasses of beer.
And closing his eyes as the doggies retire, he sings out a song which is soft but it's clear
as if maybe someone could hear...

Goodnight you moon light ladies, rock-a-bye sweet baby James.

e mi sono messo a piangere come un bambino: a singhiozzi inconsolabili.
E così ora, in queste inutili poche righe, canto sotto voce il mio saluto, come se Qualcuno potesse sentirlo. 
Buona notte, dolce Paolo

martedì 20 ottobre 2015

È stata ristabilita la viabilità ordinaria

È stata ristabilita la viabilità ordinaria.
Quante volte lo leggiamo.
Ho provato a scriverci un post sopra ma non ci riesco.
La settimana scorsa è morto Paolo ed io non sono ancora riuscito a ristabilire la viabilità ordinaria.
C'ho i miei tempi. Portate pazienza.
Nel frattempo ho un po' di tachicardia. Che per me significa 60 battiti e poco più al minuto. Mi dà fastidio, soprattutto quando corro.
Non serve a nulla essere bradicardico se poi qualche battito in più ti fa lo stesso effetto che agli altri gliene servono 120.
Annebbia un pochino la vista. O forse ho solo gli occhiali sporchi. Adesso magari me li tolgo e provo a vedere se pulendoli il mondo mi sembra più chiaro.
Mi piacerebbe che lo fosse, più chiaro e più limpido in generale.
Che si piacesse un po' di più, che non si buttasse ogni giorno sotto al treno della propria disperazione.
Che non fuggisse davanti alle sue sofferenze e non le pensasse problemi degli altri a tutti i costi.
Che chi fugge non è chi si butta sotto al treno; chi fugge siamo noi quando facciamo finta di no. Sono io, che tento solo di ristabilire la viabilità ordinaria nel mio cuore.

venerdì 16 ottobre 2015

Shine on you crazy diamond

Potrei cambiare nome al blog; chiamarlo Stratomorte o Funebabbo.
Perché mi sa che in poco più di un anno ho scritto di amici che ci hanno lasciato qui, per un motivo o per l'altro, quattro o cinque volte.
Brutte storie, tutte.
Una volta una persona mi ha chiesto se ero depresso che parlavo sempre di morte.
Non aveva capito, quella persona, che scrivere serve anche ad esorcizzarla la morte; purtroppo non a evitarla, che se bastasse quello altro che popolo di marinai e di poeti.
Che si farebbe anche volentieri a meno di scrivere, dipendesse da me, di morte almeno, e, tempo permettendo (atmosferico e cronometrico), si andrebbe a correre in leggerezza. 
Invece poi mi arriva la telefonata di un padre, che un po' non trova le parole e un po' le trova. Ma tanto io già lo sapevo che era quella la notizia.
Che il padre di un compagno di università che ti chiama al lavoro, che altro motivo avrebbe?
Così finché lui cerca le parole tu cerchi le alternative, ma nessuna e credibile e quasi glielo chiederesti tu.

Se n'è andato una mattina. È andato a prendere per l'ultima volta quel treno che tante volte ci aveva portato all'università al mattino e riportato a casa la sera.
Quando la frase: "è così intelligente, così brillante" non era preceduta da "è pensare che" e, in ogni caso, era declinata al presente e non al passato prossimo come sarà da oggi in poi.
Tanti anni fa, quando c'era solo speranza e sperimentazione di vita, di amore immaginato, di bellezza da scoprire e da creare.
Bellezza che spero trovi adesso, in qualunque posto quel treno ti abbia portato.
Shine on! You, crazy diamond! 

lunedì 5 ottobre 2015

Corsa magistra vitae sed quoque no

Tutta questa faccenda della corsa come metafora della vita, beh, ecco, è una cagata pazzesca.
(oltretutto chissà se ho beccato il titolo)

Ammetto che anche io sono arrivato a paragonare le due cose, spesso, faceva molto fico, tutti i runners ti ammirano, le runners ti riconoscono grande sensibilità e, se solo potessi abbassare il mio tempo al km, garantirebbe cucco sicuro (che alla fine i runners, maschi e femmine, sono preoccupati solo del tempo ed il resto è corollario).
Ma la corsa è una corsa. E basta.
Si, c'è da pianificare, come nella vita, da darsi degli obiettivi, non lo facciamo tutti i giorni? Poi si parte con entuasiasmo e si affrontano le prime crisi, che piano piano passano, in amore non è lo stesso? E poi la testa che deve tener duro pià delle gambe, la razionalità nello sconforto e bla bla bla bla.
Va bene, scherzavo, la corsa può essere la metafora della vita.
L'importante allora è che non accada il contrario: che la vita diventi una metafora della corsa ed in questa ci lasciamo risucchiare.
Scambiavo qualche battuta con un'amica che mi chiedeva sull'opportunità di fare o non fare una maratona. Mi gaso sempre quando mi fanno queste domande, quasi che fossi un grande corridore, dall'alto delle mie due maratone corse e dei tre o quattro trail andati così così.
Ma in sostanza la mia risposta è tutt'altro che tecnica: ti devi divertire. Se pensi che possa divertirti, corri la maratona.
Cosa vuol dire divertirsi?
Il giorno della gara lo fai di sicuro. Prima dello start è tutta adrenalina. I primi dieci km devi stare attento a non strafare perché tra bimbi che ti danno il 5, complessini rock e corridori travestiti in modi improbabili è tutto un carnevale e ti viene da correre come un matto. Anche all'arrivo, se non sei troppo morto, è festa assicurata.
Quello che sta in mezzo no, è fatica allo stato puro, dolore, a volte... allora devi capire se ne vale la pena.
Ah, poi ti devi divertire ad allenarti: a pianificare i percorsi, a studiare cosa mangiare, a buttare giù un programmino (da disattendere) per gli allenamenti.
Devi correre tanto. Significa ricavarsi delle ore per andare a correre.
Devi reggere lo sguardo dei tuoi familiari che ti instillano il senso di colpa perché molli i figli la domenica.
"Ma se sei sempre così fiera di me al traguardo di una gara, perché mi fai sentire in colpa se sto via un'ora in più?" Ho chiesto a Silver qualche tempo fa.
"Il senso di colpa fa parte del gioco" Mi ha risposto sorridendo.
Ecco, anche questi incastri familiari ti devono divertire, fa parte del gioco.

Non esiste correre per provare qualcosa a sé stessi: se pensi di essere una persona da poco la Maratona non risolverà i tuoi problemi e allora ti butterai su qualche Ultra più lunga e così via, fino a stare male o fino a rendersi conto che la corsa non è una gara ma una fuga e non ci sarà mai un percorso sufficientemente lungo su cui fuggire

Non esiste nemmeno per dimostrare qualcosa a qualcuno: ci sarà sempre chi ti dirà che non ce la farai mai, che è da pazzi, che è impossibile.
L'unica cosa impossibile è che chi te lo dice cambi idea.
Quando arrivi ti dirà che sei stato pazzo e che adesso starai male un mese. Quando ti sarà passato il male e ti scriverai alla prossima corsa avrà la certezza che sei matto e così via a ricominciare.

Non esiste nemmeno come gesto catartico, simbolico, per voltare pagina, o che so io.
Oggi sul Giornale di Vicenza scrivevano di un tipo paraplegico che ha attraversato lo stretto di Gibilterra a nuoto. L'intervista è bellissima: lui non parla di gesti simbolici o altro; racconta un'impresa sportiva e basta. E dei prossimi programmi. Come ne parlerei io se qualcuno mi chiedesse (oltretutto questo a nuoto pesta come un dannato: facendo due conti della serva, senza l'uso delle gambe va circa al doppio di quanto non vada io. È per questo che a me nessuno chiede mai niente).

Insomma, smettiamola di infilarci significati che non ci sono, corri se ne hai voglia, corri se ti piace, corri per una maglietta ed una medaglia. I tuoi problemi torneranno lunedì e alla maggior parte del mondo, di quella medaglia, importerà gran poco.
A me serve giusto di portare a casa la terza, sennò i bimbi si litigano le altre due.

Su Occhio al Nikio stiamo andando alla grande... vuoi che vinciamo senza il tuo aiuto?

giovedì 1 ottobre 2015

Jack si alza presto

Jack si alza presto la mattina.
Di solito sto facendo il caffè e dò le spalle alle scale. Ma è impossibile non sentirlo arrivare, con il suo passo per nulla agile.
Non dice neppure ciao, si avvicina al tavolino dove di certo ha lasciato qualche gioco la sera prima e noi proprio non ci siamo arrivati a metterlo via.
Se mi volto piano lo guardo senza farmi vedere ed è bellissimo, con quegli occhi color miele e i capelli biondi tagliati cortisimi e l'aria ancora assonnata. 
Alza lo sguardo e finalmente mi vede, ancora nemmeno un ciao.
"Batman di che colore aveva la cintura nel film dove è con Robin?"
Si gode la figliunicità di questa prima mezz'ora della giornata, Jack. Lui che è così tranquillo, che non riesce ad avere le pretese d'attenzione lunatiche della sorella maggiore e neppure la (talvolta) molesta fisicità del fratello gemello, passa quasi inosservato. Non è particolarmente coccolone, come si potrebbe pensare dalla morbidezza dei suoi lineamenti.
Ma potrebbe tenerti ore a ragionare su un film Marvel.

Una vera passione quella di Jack per i supereroi e per i fantasy in genere. Raccontandogli storie di supereroi gli ho fatto fare 17 km e 1000 metri di dislivello in un giorno solo. È stato più difficile gestire sua madre.

È un bimbo Jack, un bambino di cinque anni: non problematico, per fortuna, non più maturo del necessario, non particolarmente geniale. É un bimbo che ti potresti dimenticare, talvolta, da quanto è capace di mettersi un mantello ed una maschera e uscire a giocare, anche da solo, immaginandosi sul suo cavallo ad andare incontro al tramonto.
Oppure alla sera, quando si mette sotto le coperte e si addormenta, senza mai chiamarti, senza mai una storia più del necessario, solo abbracciato al suo Pluto  logoro e arrivato chissà da dove.
Così è prezioso questo suo alzarsi presto, questo raccontarci i film. Un po' ricorda una scena già vista: una madre che raccontava i film al figlio che si alzava prima.
Se se ne ricordasse, da grande, come me lo ricordo io, potrei già dirmi contento.  



venerdì 25 settembre 2015

Credimi pensavo davvero di aver superato il momento difficile

Aveva ragione Max Gazzè, a volte il tempo peggiora le cose.
Non sempre, però.

La settimana scorsa raccontavo ai miei figli alcune storie di migranti: alcune tristi, per quanto si cerchi di edulcorarle per i bambini. Domenica poi li hanno visti, e mi hanno chiesto: "Sono quelli i ragazzi arrivati con la barca? Quelli con le cuffie?"
Capite? Le cuffie, non la pelle nera.
Allo stesso modo parlano del loro compagno arabo: è piccolino, riccio. Non cercano scorciatoie i bambini e se si accorgono che tu vorresti una conferma rassicurante, certa, tipo "è il mio compagno con la pelle nera" te lo dicono con disprezzo, quasi già adolescenziale, come mia nipote direbbe a sua nonna che è ovvio che si può andare in internet con un telefono cellulare.

A volte invece il tempo non serve a nulla. Ieri aprivo dopo tanto tempo blogger e c'è l'elenco dei blog seguiti. Ricompare "Nikio cosa mi combini". Mi viene una fitta, proprio in centro al petto, come se il cuore avesse saltato un colpo ed avesse urtato il successivo contro lo sterno. Ed un'irrazionale speranza, frustrata prima ancora di nascere.
Clicco. No, niente, è un blog che parla, in inglese, di arredamento.
Mi sale il senso d'ingiustizia: non è possibile! Il blog di Nikio occupato abusivamente. Voglio scrivere al signor blogspot, per esigere rispetto.... come faccio dove trovo l'indirizzo.
Va beh, ma a lui che gli frega? In fondo lo spazio era libero. Potrebbero almeno cambiare il nome.
Magari, mio sono detto, scrivo alla ragazza che gestisce il blog. Ma poi perché? Perché capisca la storia di quello spazio? Cosa sono io? Nicole Kidman in The Others?
Niente, alla fine non ho fatto niente.
Il tempo fa questo, le storie passano e le case avranno nuovi proprietari.
Ora devo solo trovare la forza di cliccare "non seguire più Nikio". Almeno su blogger dovrebbe essere facile.

mercoledì 23 settembre 2015

On the road again

Poche notizie di me?

non cantate vittoria,

questa settimana sono qui, a parlare di corsa

e qui a parlare di differenze e di generazioni.

Andate e fate come se foste a casa vostra: la birra è in frigo e le patatine in dispensa




mercoledì 16 settembre 2015

Sarà difficile diventar grande

Oh, il prossimo che mi manda via whatsapp la canzone di Elisa sul video Telethon lo saccagno di botte, ok?
Uno perché quella canzone mi piace e non voglio che mi vada in disgrazia.
Due perché, cazzo! È il primo giorno di scuola, mica che si sposano e vanno stare fuori casa. Che poi, fosse anche, è comunque meglio del funerale.
Silver mi ha detto che sono insensibile, ma non è vero.
Si, fa un po' effetto, vederla con il grembiulino aspettare pazientamente la chiamata per la sua classe (che poi è stata quasi subito e probabilmente era più preoccupata per i nomi che venivano dopo).
Fa effetto anche pensare che da stasera (ma molto più probabilmente da domani) ci sarà da controllare i compiti e stupirsi ogni giorno di più dei progressi.
Non mi lascia indifferente neppure la consapevolezza che ormai è grande, che nel giro di pochi anni, meno di quanti sono passati da quando è nata, ci chiederà di lasciarla in fondo alla strada, come è successo stamattina ad una mamma che conosco; età del figlio: prima media.

Però dai, non è bello vederli così?
Non è un po' una conferma, una volta ogni tanto, che stiamo anche facendo un buon lavoro?
E poi, ancora: ma questo benedetto video che sta girando, di cosa parla? Di un bambino con la distrofia che affronta la sua vita.
Da un lato dico: che bello, in fondo siamo tutti uguali come genitori, ci portiamo dietro tutti le stesse fatiche, le stesse ansie.
Dall'altro torno a benedire la mia fortuna e ad essere contento che mia figlia oggi era in prima fila, sorridente e non si è mai voltata a cercarmi con lo sguardo. Se non per la mamma di quel bambino in carrozzina, almeno per Maria, dico, le mie ansie e i miei magoni, li tengo per me.
E voi continuate pure a pensare che sono insensibile. 

martedì 15 settembre 2015

Salta sulla fetta e andiamo via

Sabato c'è stato Occhio al Nikio.
Così' tanto diversa dallo scorso anno, così tanto uguale.
È così difficile trovare le parole per descriverla, quasi che la catarsi della lingua scritta non funzioni più o forse, semplicemente, non serva.
Avevamo fatto una scelta, però: chi organizza, gli amici, non avrebbero suonato. Formalmente perché serviva manodopera per cucinare e servire, in realtà perché c'è bisogno di stare uniti, certe volte.
Eppure non si è pianto mai. Fino ad oggi, almeno, quando ho letto questo post qui scritto da Ari, che di Nikio era la moglie.
Non ho pianto ma qualcosa ha lavorato dentro in questi quattro giorni.
La prima è l'orgoglio di fare parte di un grande gruppo. Lo scorso anno siamo partiti con la Folgorante che pareva quasi una stronzata detta così, tra il Lungo il Corto ed il Pacioccone. Me ne assumo la responsabilità: la stronzata l'ho detta io.
Ora però la squadra andrebbe avanti anche se io decidessi di non correre più. E continuerebbero pure in tanti: nove Folgoranti alla Venice Marathon e dieci per la 10 km.
Poi dietro, a sfornare panini, c'erano quasi tutti i miei amici: quelli di sempre, con i quali sono cresciuto, e quelli che si sono aggiunti poi, regalati dalla vita e che, se non ci fossimo di mezzo Silver ed io, non si conoscerebbero. Io sono arrivato tardi, la sera, per problemi di lavoro e li ho trovati lì e mi è sembrato un miracolo.
A metà serata ho addirittura imparato la sacra arte della preparazione della carne per il "panin onto". In sostanza si è trattato di correre dal macellaio per via del fatto che stava finendo tutto il cibo (ma quanta gente è venuta?), saltare di là del banco perché il suddetto macellaio aveva la moglie a casa malata, sbudellare una cinquantina di salsicce, mettere la cartina sotto, polpettina, foglio sopra, pitùn pitùn (vorrebbe essere il suono della pressetta per gli hamburger) per cinquanta volte e di corsa alla festa di nuovo. Ovviamente assieme a chi aveva buttato giù dal letto il casolino per via del pane.
E poi, alla fine, mentre smontavamo il palco, c'erano i figli di tutti noi, in mezzo al campetto da basket, in cerchio a chiacchierare a bassa voce che mancavano due bottiglie di birra e qualcuno che fumasse e parevano quasi già adolescenti, già desiderosi di una lora vita, di un loro spazio senza di noi. Già grandi.
Ecco, invece di immalinconirmi a pensare che il tempo passa, io mi sono sorpreso a pensare che è proprio bello così: avere la fortuna di vederli diventare grandi, di litigare perché faranno sempre più tardi, berranno, fumeranno e ci manderanno a fanculo.
Una fortuna sfacciata.
Questa consapevolezza è l'ultimo regalo del Nikio.


Fate un salto a salutare e a donare da Occhio al Nikio, tra poco metteremo dentro il ricavato della serata ed il portale imploderà

venerdì 11 settembre 2015

Il topo di campagna ed il topo di città

Di topi di città, di per sé, ne ho visti più di uno. In particolare un bel esemplare moro ci ha attraversato la strada davanti al palazzaccio andando ad infilarsi dietro ad una bancarella del lungo Tevere.
Si, siamo stati a Roma e non vorrei parlare di topi, che pare che si voglia dir male della capitale ma non è vero. Anche perché ho visto topi ben più grandi in campagna.
E anche perché Roma ci piace un sacco.
Ma sto invecchiando, non c'è che dire.
Me ne accorgo quando scendo dal treno in una grande stazione.
Stessa cosa a Termini: i bimbi da tenere per mano, i tabelloni luminosi, la marea di gente, il mendicante che ti vede da lontano, il campo visivo che sfuoca dal collo in giù.
Dove sono i miei prati, la mia collina, la mia erba da tagliare?
Mi sto imborghesendo: l'erba tagliata mi mette pace, mi illude di poter mettere a posto il mondo; ma è solo il mio mondo, il mio piccolo giardino.
Poi niente: scendi a Termini, binario 9 e le certezze della mia erba vanno a farsi benedire.
Uno sguardo fuori: sembra di stare a Nairobi, il bar di fronte è frequentato solo da africani. Reprimo l'istinto di preoccuparmi, di fare la rapida associazione Immigrato, stazione, delinquenza tanto cara ai nostri giornali locali. Penso che se fossi andato a Nairobi troverei il quadretto affascinante e probabilmente loro in me vedrebbero come un muzungu con probabili idee di conquista e sfruttamento.
Tempo un giorno e torno a capire come funzionano gli autobus, la metro, le strade e piano piano conosco e capisco. O ri-capisco, mica era la prima volta che ci andavo.
Però era la prima volta con i bimbi e non è la stessa cosa anche se loro, come sempre, sono più bravi di come me li aspetto.
L'ultimo giorno quasi mi dipiace dover tornare al mio giardino, al mio mondo chiuso, a questo italiano che si sente ovunque.
Poi ho tagliato l'erba.

giovedì 27 agosto 2015

Io non metto le cuffie

Non so perché ma questa settimana mi è capitato già due volte di dire a delle persone di correre senza cuffie.
Si, s-gureggio un po', neanche fossi un top runner.
Talvolta mi chiedo se questi miei consigli non richiesti non vengano presi come il "campione" da osteria di cui parlavo la settimana scorsa; la verità è che mi piace condividere, io sono un entusiasta e ogni scoperta mi sembra irrinunciabile.
Prendete le scarpe minimaliste: risolvevano tutti i problemi.
Poi mi sono un pelino moderato, ho capito che il minimalismo è utilissimo e vale la pena perseguirlo con costanza ma, talvolta, quando i percorsi sono lunghi ed impervi, è meglio dotarsi di un minimo di protezione in più per evitare di finire la propria misera esistenza senza le dita dei piedi.

Lo stesso vale per la musica.

Quando ho cominciato a correre sono partito con lo smarthphone infilato nella tasca dei pantaloni, cuffia armata e le canzoni preferite in loop. All'inizio ne bastavano tre o quattro ed ero bello che bollito.
Poi ho iniziato a correre più spesso e più a lungo e allora le playlist hanno richiesto maggiore impegno. Anche nel valutare il ritmo d'insieme: passare da una ballad di Mark Knopfler ai Cento Passi dei Modena City Ramblers può avere effetti deleteri sul tuo fisico.
Se non che, qualche mese dopo è arrivato il minimalismo. Il minimalismo predica di correre scalzi e per correre scalzi è piuttosto importante concentrarsi su come e dove si mettono i piedi.
Già: come e dove si mettono i piedi. Dovrebbe essere l'azione che il runner fa di più. La concentrazione come esercizio. Ecco allora che il movimento in corsa non è più solo un'espressione di potenza e resistenza, ma è un'esperienza di meditazione in continuo sviluppo.
In questa concentrazione la musica non ci sta.
Il cervello un po' ci prova, a portarti a cantare le canzoni che vuole lui, che sente lui, nonostante tutto. E questo va anche bene, se non altro perché potrebbe andare in loop per ore.
Ma se ad un certo punto pensi a come appoggi i piedi, a come stai muovendo le braccia, a come cade il sudore lungo la tua schiena e riesci a farlo per un bel po' di minuti, senza lasciarti distrarre, ecco, allora lì ti volti ed hai staccato tutti, perfino la fatica.

venerdì 21 agosto 2015

Osteria numero 1

Premessa: sono in una fase brutalmente snob. Il post potrebbe risultare antipatico. O anche no. Dipende se andate spesso in osteria. 

I quarant'anni mi hanno portato questa  vena salutista (assolutamente riparatoria) per cui la macchina la prendo il meno possibile. Stessa cosa cerco di inculcare nei figli: a piedi o in bici si gira meglio, non c'è da trovare parcheggio, ci si allena di più e si fanno muscoli come i supereroi (Captain America ha girato un sacco in bici, prima di quell'iniezione che lo ha gonfiato come un canotto), si prende aria buona e si inquina meno.
I miei figli, siccome li considero ne più ne meno che normali (e per fortuna, aggiungerei), in preadolescenza rifiuteranno questa e tutte le altre cose che gli diciamo: mangeranno merda, useranno il motorino anche per andare in bagno e godranno del loro fisico che si ricopre di strati adiposi.
Ma fino ad allora si gira a piedi o in bici. Punto!

Certo, tutto parrebbe da sogno. Fino al bar.
Al bar c'è sempre una macchina parcheggiata sul marciapiedi e non ci si passa né in bici né a piedi. Salvo scendere in strada e farsi stirare i pantaloni dal tir che passa immancabilmente proprio in quel momento lì.
Strana gente quella del bar.
Per primo ci vanno tutti i giorni, immancabile. Il momento cloux è quello prima di cena, l'ora dell'aperitivo. Anche se in molti non disdegnano neppure il dopo (e di solito ritornano).
Da questo punto di vista il bar è aggregazione e devo dire che un pelino li invidio perché sono ancora di quelli che cercano di vivere il paese nel senso più stretto del termine (avrà senso quast'ultima frase? Mah!?)
Il bello è che si trovano tutti e stanno là a parlare e bestemmiare fino ad ora di cena anche se apparentemente non hanno nulla in comune.
C'è il vecchietto ciompo: senza una gamba ed un occhio che gira con la motoretta elettrica. Una volta correvo e l'ho incrociato tutto riverso sul marciapiedi che cercava di raccogliere una bottiglietta. Sembrava abbastanza in difficoltà così mi sono fermato e l'ho raccolta io.
"Che casso ghin fasso?" mi ha chiesto quando gliel'ho porta.
"Pensavo la ghe servisse"
"No!" con aria seccata facendo spallucce.
Toh! Ad essere pure gentili.
Poi al bar c'è il tipo del quad. Il Quad secondo me è una delle cose più tamarre che ci sono in circolazione ma noto, ahimè, che è piuttosto diffuso.
Lo sport preferito pare essere quello di vestirsi da competizione internazionale di motocross, farsi mezz'ora sugli argini in cerca delle pozzanghere, imbarcare più fango possibile e poi fermarsi al bar a fare la coda da pavone con l'esercente russa.
Poi c'è il "campione" quello che sa tutto. Di solito è da solo e se ne sta in disparte su di un tavolino con un bicchiere di bianco bevuto a metà e un collanone d'oro su maglia nera attillata. Ha un udito finemente selettivo ed estremamente esercitato a captare qualsiasi conversazione nella quale, trovando lo spazio vuoto tra due interlocutori che manco Pelè tra Burgnich e Facchetti, si inserisce esordendo con l'immancabile: "Te spiego mi"
Le vittime preferite sono le signore che si fanno l'aperitivo ma anche i ragazzini che si bevono il cochino di ritorno dalla partita al parchetto.
Va da sé che lui sa tutto, dal cambio del pannolino alla campagna acquisti del Milan.

Poi c'è la donna tatuata. Non è che l'essere tatuata di per sé la connoti in qualche modo, e neppure che tutte le donne tatuate vadano sempre al bar, solo che quella del bar è sempre tatuata in modo abbastanza vistoso con motivi di dubbio gusto (tribali enormi, ritratti di capi indiani, scene di caccia che manco le grotte paleozoiche). La donna tatuata di solito la voce rauca dal fumo, bestemmia come un uomo ma la si distingue da lui perché fa molte più allusioni sessuali e perché, nonostante tutto, ha un modo molto femminile di tenere bicchiere e sigaretta con la punta delle dita.

Poi c'è il  telonato-furgonato (o caravan). È il professionista che si ferma per l'ultima ciacola prima di rincasare dopo aver lavorato tutto il giorno.
Il  telonato furgonato parcheggia in strada, bloccando parte della carreggiata e spesso mette le quattro frecce anche se sta dentro al bar tre quarti d'ora.
Ma secondo me non è scemo: il furgone ha immancabilmente scritto nome, cognome e attività svolta. Punta tutto sulla pubblicità, anche se un aggeggio che ti blocca la strada secondo me non è tutta sta pubblicità positiva.
Si evince, in ogni caso, che il professionista astemio non lavora un cazzo.

L'ultimo avventore tipo è il Suvvista.
Il Suvvista ha il SUV. Enorme!
Freud scriverebbe libri sulla necessità di comprarsi macchine così grandi, ma per sua fortuna (di Freud) è morto prima della moda dei SUV.
Il Suvvista non si ferma al bar al ritorno dal lavoro come il telonato-furgonato (o caravan). Lui va a casa, si lava e si tira di fino e prende il SUV appena lavato (come facciano i SUV ad essere sempre puliti rimane un mistero) e va al bar. Prende il SUV anche se abita dall'altra parte della strada. Siccome il posti in strada li ha occupati il telonato-furgonato (che lo batte sul tempo perché non va a casa a cambiarsi) lui parcheggia sul marciapiedi, sui gradini del bar o, al limite, dietro al bancone.
Perché il Suvvista aborra l'attività fisica, foss'anche di pochi passi.
Chissà se anche lui ha avuto un padre che gli rompeva le balle perché andasse in giro in bici o a piedi?


hai visto mai che vi rimane voglia di leggere, l'altro giorno stavo da genitoricrescono con tema Expo
Poi c'è sempre la possibilità di fare un giretto dalle parti di Occhio al Nikio a sostenere questi 10 folli che si vogliono correre la Venice Marathon

lunedì 10 agosto 2015

La sconfitta spiegata a mio figlio

Ciao, veh?
Tutto bene? Io si, torno or ora dalle ferie.
Ma non parlo di questo.
Ci eravamo lasciati quindici giorni fa con una gara da affrontare. Magari non ve ne frega un bel niente o magari vi è sfuggito ma avevo raccontato l'esito qui.
Esito infelice, a dire il vero, e che un po' brucia: mi sono ritirato dopo poco più della metà del percorso. Un piccolo infortunio al piede.
Ci pensavo, in questi quindici giorni, molto.
Non che una gara rappresenti chissà che cosa, nella mia vita, che da fare ce n'è lo stesso, e parecchio, anche!
Ma sarebbe mentire dire che non mi è importato.
Prima cosa ho ricominciato a mangiare. Mi sono detto: sono in ferie e va in malora anche la dieta. Ma le ferie sono un pretesto, solo che in un anno di dieta io non ho trovato ancora un modo più efficace per sfogare la frustrazione.
O meglio: ci sarebbe la corsa, ma se poi mi ritiro diventa frustrante pure quella, mentre una tavoletta di cioccolato ed un pezzo di parmigiano, vuoi mettere?
Non ti deludono mai.
No, nulla di devastante, ma credo che un paio di chili siano tornati a salutarmi per le vacanze. Quindi l'obiettivo del rientro è ricacciarli da dove son venuti.
Ma neppure questo è il vero scotto.
La cosa più dura è dire a casa che ti sei ritirato.
Silver, che per mesi mi ha dato del pazzo per il solo fatto di essermi iscritto, era più demoralizzata di me; che se la chiamavo prima di fare l'insano gesto, avrebbe saputo darmi qualche dritta per risolvere il problema.
Vabbè, pazienza, la prossima volta terrò presente che un medico in casa può essere utile anche nei trail.
Poi i figli, in particolare Jack che è tutto sua madre e non digerisce bene le sconfitte.
"Io non volevo che ti ritiravi" (non pretendo i congiuntivi da un bimbo di neppure 5 anni).
"Mi faceva molto male un piede e continuare significava magari non riuscire a camminare bene durante le vacanze e non fare cose belle insieme"
"Ma uffa, io non volevo che tu ti ritiravi"
"Nemmeno io mi volevo ritirare, ma in tanti si sono ritirati e anche io"
"Ma i tuoi amici si sono ritirati?"
"No, i miei amici sono riusciti ad arrivare"
"Ma allora perché tu no?"
"Perché io avevo male, appunto"
"..."
Lì per lì mi sembra convinto e non se ne parla più.
Ripenso ad un vecchio post, sull'eredità ingombrante che potremmo lasciare ai figli e mi dico che, almeno dal punto di vista sportivo, non avrò questo problema.

Poi un giorno andiamo a camminare in montagna, facciamo addirittura un pezzetto della gara, al contrario.
Ad ogni passo l'ammirazione di mia moglie pare aumentare: "Ma come avete fatto a fare questo in discesa sotto il dio di acqua che c'era quella notte?"
I ragazzi invece sono più per l'interesse balistico e si esaltano: "Tu qui riuscivi a correre?" "Qui correvi o camminavi?" "Superavi o ti superavano?"
Il tutto per dimostrarmi che hanno una gran bella gambetta; Maria ci stacca, fiera di aver capito come funziona la tracciatura dei sentieri e corricchia addirittura in salita. Pee sale come un gatto sulle creste di roccia, assicurandosi che la madre tenga il passo.
Jack invece tiene duro: come il padre non ha il fisico da scalatore ma un grande entusiasmo e fantastica di gare future fatte assieme, partendo di notte con la pila in testa e poi la mamma che ci aspetta tutti all'arrivo (con Pietro, che lui dice che di notte dorme e col cavolo che viene a correre in montagna).
Poi, dopo un paio d'ore di fatica, le gambe iniziano a cedere, è il momento di insegnare cosa significa tenere duro.
"Papi, io faccio come te: mi ritiro!"
Passatemi il parmigiano, va.

(non vi state dimenticando di fare un giretto di tanto in tanto sul nostro bel progettino Occhio al Nikio, vero?) 

giovedì 23 luglio 2015

La lunghezza conta

Mi sto cagando in mano, ve lo dico.
Ok, non è per lavoro, nemmeno per salute.
È per la corsa.
Si si, ok, ho rotto i maroni.
Domani ho la penultima gara dell'anno. Si, siamo solo in luglio, eppure ho deciso che fino a fine ottobre, Maratona di Venezia che correremo per Occhio al Nikio, non farò più gare.
Solo defaticamento, prima, e riallenamento, poi.
Senza troppo stress.
Che la gara ti gasa bene, non c'è che dire: è proprio una droga! E come tutte le droghe, finisce per farti del male.

La penultima, dicevo: Trans d'Havet. 80 km e 5500 metri D+. Hai voglia tu a dire che la lunghezza non conta.
Comunque: obiettivo minimo della giornata: capire se si pronuncia d'Hàvet o d'Havèt (o meglio D'Havè, alla francese).
Sembra un obiettivo da poco ma vi assicuro che non è così.
Ah si, poi ci sono la partenza di notte, la probabile pioggia, le barriere orarie, dei cazzo di costoni al sole a mezzogiorno pieno e il secondo obiettivo di giornata: tornare in tempo (e far tornare la famiglia che ha promesso che mi viene a vedere) per la cena del coro. In cui de sicuro non coro* che già reggersi in piedi sarà un buon risultato. 
Tempo previsto? E che ne so? 17-18 ore. 
Io non ho proprio idea di cosa capitera al mio fisico da un certo punto in poi, per cui me la prendo comoda fino a quando non sono sicuro che basta rotolare per arrivare. 
Ho due armi segrete: l'amico Franz che mi viene a salutare a metà percorso (a cui posso dare il vestiario sudato usato di notte (che lenza, veh?). Troppo figa sta Folgorante, non c'è che dire. 
(È legale, ho verificato)
E una strategia idrica degna di un touareg. Però non la dico perché non ho ancora provato a vedere se è realizzabile. 
E sempre sperando che serva perché pare che l'alternativa sia la pioggia e farsi tutte quelle ore sotto la pioggia significa lavarsi con l'antialga che usano per pulire le piscine, alla fine. 
Insomma, mi cago in mano ma sto cercando di reagire. 
E la settimana prossima ferie. 
Un piccolo regalo che mi faccio, che mi fanno moglie e figli che me lo lasciano fare... ah, devo ricordarmi di lasciare a Silver la password dell'homebanking, che non si sa mai. 
Sappiate che vi ho voluto bene. 
E passate a fare un giro su Occhio al Nikio, su, non siate timidi



*Coro in dialetto veneto significa Corro.

martedì 21 luglio 2015

Voglio trovare un senso, un senso a questa vita

L'altro giorno ci ha lasciati Federico.
Lo scorso anno mi divertivo a raccontare una delle esperienze che abbiamo vissuto insieme, immaginandola dal suo punto di vista.

La notizia mi è arrivata attraverso Facebook, nel modo vigliacco che ha il social network di farti conoscere le cose: "Un parlamentare italiano costa come dieci parlamentari russi", "Condividi se anche tu ti senti amato", "Discutiamo ancora di gender", "La gente deve sapere", "Ciao Federico, salutaci le stelle".
Oh? Come ciao Federico?
Un paio di messaggi ed una telefonata. Ciao Federico, salutaci le stelle.
È andato a vivere con il suo papà Adriano, che era andato a dare aria alle stanze, lassù, tre mesi esatti fa.
Una vita di sofferenza quella di Federico e dei suoi due fratelli, anch'essi disabili, e dei suoi genitori. Lui era in carrozzina, con un grave ritardo mentale, la psoriasi che ne deturpava i lineamenti e la sostanziale impossibilità di articolare suoni comprensibili a chi non lo conoscesse bene.

Una volta, che eravamo in piscina, chiassosi ed invadenti come solo noi sapevamo essere, sentii una signora dire: "Che senso ha un'esistenza così?"
Chissà quante volte se lo sarà chiesto lui, e chissà quante volte se lo sarà chiesto sua madre.
Io riesco a darmi una risposta oggi: Federico mi ha chiesto di accompagnarlo al mare in una estate del 1998. Lì ho conosciuto mia moglie, con la quale ho avuto tre figli. Lì ho conosciuto i miei futuri datori di lavoro che in qualche modo hanno consentito di tracciare la strada che mi ha portato a fare quello che faccio ora.
"Grazie al cazzo!" direbbe sua madre, ed avrebbe pure ragione, "A noi la crosta e a voi la crema!"
È vero, rischia di essere solo un piccolo, inutile e goffamente riparatorio esercizio di retorica. E può darsi che pensare alla mia vita attuale come un frutto della sua sofferenza serva solo a me, per lenire il senso di colpa e di ingiustizia per essere così immeritatamente fortunato.
Se mamma Anna passasse di qua, vorrei solo che sapesse che questo è il mio Grazie.
E, tu, amico mio, mi raccomando: quando gli angeli si saranno rotti il cazzo di cantarti "Jingle Bells" (perché se lo romperanno, risolvendo per sempre il dilemma sul loro sesso), guarda in giù, te la canto io, come ai vecchi tempi.


mercoledì 15 luglio 2015

Se Harry Potter fosse italiano (1)

Questo post è un delirio, scusate, fa caldo! 
E l'uno è solo un bluff. 

Parlavamo di Harry Potter, ricordate?
Siccome il trip non accenna a passare (d'altro canto se può durare sei mesi l'investimento affettivo su di un solo film, quanto possiamo andare avanti con otto lungometraggi anche piuttosto prolissi in termini di minutaggio?) si approfondisce la materia.

Oramai siamo degli espertoni, Silver ed io. Lei, non rinunciando mai alla tentazione di addormentarsi, è comunque riuscita a vedere più o meno tutto, visto che la ripetizione consente una visione "a puntate", non necessariamente in ordine cronologico, con il puzzle che, prima o dopo si ricompone.
Detto questo, si rifletteva su J.K. Rowling. Fica la GeiChei!
Voglio dire: si narra che andasse a scrivere al bar, quando era una giovane ragazza madre, insegnante quasi indigente. Mi sono chiesto, ma non ho approfondito, come fosse uscito dalla sua testa Harry Potter: se quando ha iniziato a raccontare di Hagrid che porta il piccolo mago a Pivet Drive avesse già in mente l'Expecto Patronum, Naigiri e gli Orcrux (o come cazzo si scrive una qualsiasi delle parole che ho detto). O se si sia lasciata guidare libro per libro, e l'ispirazione sia venuta un po' alla volta, consapevole che il personaggio poteva diventare uno di quelli che rimane nella storia, alla pari di Frodo e Gandalf, di Oliver Twist o di Obi Wan Kenobi.
Che diaciamolo: si intravvede che è figlia di quella cultura lì, la GeiChei! Ed è quasi un gioco quello di dirci: "qui si vede che è molto Gandalf, qui è più Merlino, oh, sputato a Copperfield".
Forse lo è ancora di più la versione cinematografica (sono solo al secondo libro), ma credo sia abbastanza inevitabile, dopotutto.
E mi sono chiesto: ma in Italia cosa sarebbe potuto uscire?
A parte che la magia non è proprio nelle nostre corde, e al massimo possiamo partire dal Boccaccio ed i suoi famosi furfantelli (Frate Cipolla in primis) o nell'arte di arrangiarsi (che riprende lo stesso Boccaccio ma poi è la struttura stessa della commedia all'italiana dai maestri Monicelli e Risi fino a Virzì).
C'è sempre un'oppressore. Gli anglosassoni incarnano il male ed il bene: il buono è buono, il cattivo è il male. Qui ben che vada c'è un invasore, pensiamo ai Promessi Sposi (poi lamentiamoci che siamo razzisti) oppure c'è il padrone, il proprietario (da "L'albero degli zoccoli" fino a "Fantozzi").
Tutto sommato siamo fortunati che c'è poca mortalità dei genitori. La nostra letteratura non è così ricca di orfani, a ben vedere. Perfino un burattino di legno finisce per avere un padre.

Per cui in Italia, la GeiChei chissà cosa avrebbe scritto?
Forse la storia di un ragazzino figlio di lavoratori dipendenti, vessati dai loro padroni, strozzati dal fisco e anche abbastanza razzisti, scelto per andare ad una scuola esclusiva sull'arte di arrangiarsi in modo creativo.
Una scuola dove assistere alle lezioni di "Piccole truffe senza importanza" del professor Norberto Maltolt o a quelle di "Tanto lo fanno tutti" di Lucia Chevuoichessia. Oppure ai seminari di "Come riuscire a piacere in ogni caso alle persone, anche se sei un piccolo furfante" tenuti da Lorenzo Paracul, con retrospettiva cinematografica con film di Bud Spencer e Terence Hill, I soliti Ignoti, Fantozzi, appunto.
E  sempre senza abbandonare l'idea che in fondo siamo dei gran bonaccioni e non facciamo del male a nessuno, se non ai cattivi, ovvio: "Come redimersi nel finale e capire che in realtà siamo davvero buoni" della professoressa Matilde Appenaintempo.

Insomma, una scuola che aiuti i mediocri ad esserlo un po' meno, o con un pelino in più di stile.
Mica servirà la magia, per questo, no?

martedì 7 luglio 2015

un anno

Lo scorso anno ero al mare.
Viene a trovarmi mia sorella ed io, che non la vedevo da circa un mesetto, noto che è piuttosto dimagrita.
"Sono in cura da questa dottoressa"
"Sono bravi lì, se ne intendono anche di sport" mi ribadirà il barbiere qualche giorno dopo.
Insomma, cosa serviva più della benedizione del barbiere?
Mi ricevette questo tipo belloccio, na mezza via tra Gigi Buffon e Ridge di Biutiful. 
Un anno e mezzo prima avevo iniziato a correre, avevo già una maratona alle spalle (per dire che non è che facessi solo le corsette attorno alla casa). Avevo perso tre chili in tutto.
Nel giro di un mese la gente iniziò a non riconoscermi per strada. Per non farmi mancare nulla cambiai anche gli occhiali, solo che a tutti pareva impossibile che di cambiato ci fosse solo quello.
Adesso non succede più, il rinnovo del guardaroba contribuisce a non farmi sembrare malato e vestito da corsa non sembro più un cotechino.
Quando sono per strada, e il sole del mattino mi prende di traverso, non proietta più sul grano la sagoma di papà pig. Nemmeno quella di Abebe Bikila, intendiamoci, ma assomiglia un po' all'idea che avevo in testa di me in forma.
"Uff, parli sempre di corsa, mi dice qualcuno, è proprio diventata una mania".
"Meglio dell'amante ventenne" Chiosa mia moglie.
"Piuttosto che passi le serate al bar" Rinforza mia madre.
Che sia davvero meglio non lo so. Di sicuro c'è che per la prima volta dopo più di vent'anni ho ripreso contatto con i donatori di sangue.
Mi avevano consigliato un periodo di pausa a vent'anni, dopo che più volte mi avevano trovato con dei valori un po' fuori.
"Un po' fuori" o come dice un amico di mio padre: "L'unica cosa a posto nelle mie analisi è l'indirizzo". 
Ero tornato un paio di anni dopo carico di speme, dopo un lunghissimo viaggio in bici, e mi dissero che no, dovevo portare un curriculum di almeno un paio di analisi fatte a distanza di qualche mese, che fossero perfette. Nemmeno mi hanno visitato.
Avevano ragione loro, ma ci rimasi male.
Radiato dalla Fidas.
Per cui vent'anni di scuse a random:
- sono così di costituzione
- c'ho le ossa grandi
- io le transaminasi le porto alte di mio perché le uso al posto dei carboidrati
- Il colestorolo mi protegge dall'attacco degli acari

Invece, dopo un anno è tutto magicamente a posto. E anche quella volta che c'era un po' di sangue nelle urine era per via della corsa: se fai un allenamento intenso poco prima degli esami delle urine ti trovano la globucosa che si cosa nel canale urocoso e ti sballa tutto. Così mi ha detto coso lì, il dottore.
Tant'è! Un ragazzino mi ha fatto una foto bellissima in montagna; l'ho messa come foto profilo su facebook. Pare che ho quarant'anni, da vecchio che sembro. Dev'essere l'angolazione, la luce, o l'impostazione della macchinetta. 

mercoledì 1 luglio 2015

In Montagna si va a piedi

Ciao. Non sono mica morto, sapete?
Sono stato in vacanza, a dire il vero.
Per la precisione direi che sono stato in montagna con la famiglia. Non so se si possa definire davvero una vacanza, anche se di certo è un bello stacco dalla quotidianità.
Quotidianità che, come dimostra la mia sostanziale assenza dal web, è ormai piuttosto ingolfata di avvenimenti che non consentono più nemmeno di metterci dentro qualche corsetta ben fatta. Infatti nella gara che ha chiuso la settimana di ferie (che racconto qui) non è che sia andato proprio come un razzo.

Ma non volevo stare qui a lamentarmi come le vecchie zie che le vedi una volta all'anno e si lamentano di tutto, compreso il fatto che le passi a trovare solo una volta all'anno il che, diciamolo, non è che ti faccia venire la voglia di andare a trovarle di più.

La montagna dicevo; dopo quattro anni al mare al "Calma Piatta village", ci siamo detti che gli zebedei (famosa unità di misura ittita) erano colmi e che c'era bisogno di qualche cosa di nuovo.
Niente di meglio che venire sorteggiati per una corsa a Cortina proprio quando cadono le ferie canoniche. Così la settimana a Jesolo diventa settimana in Cadore.
Ok! Problema: in Cadore l'ultima di Giugno è bassa stagione. Tutto chiuso.
Cortina pare Mezzaselva di Roana (in alta stagione).
Si può camminare o andare in bicicletta.
Per camminare serve munirsi di itinerari adatti ai bambini.
Occhio che "facile" è un termine che si presta a molteplici interpretazioni. Facile per un adulto non è detto che lo sia per un bimbo di 5 anni.
È pur vero che per un bimbo di 5 anni, quello che oggi è facile, domani pare na ferrata.
Si può pure andare in bicicletta. Noi lo abbiamo fatto: noleggiato 4 bici ed un seggiolino e messo in pari il bilancio di giugno del noleggiatore Cortinese.
Ma a parte questo è meglio chiedere alla gente del luogo perché "pendenza ferroviaria" in gergo significa poca pendenza, ma mia moglie preferisce la discesa (per quanto ferroviaria anch'essa).
Tant'è!
Non è che sia proprio automatico che i bimbi facciano quello che gli chiedi, ma abbiamo sviluppato una tecnica: il racconto di altre storie.
Serve anche per affrontare la corsa di fondo, bisogna tenere occupata la mente in altre cose.
Il primo giorno abbiamo fatto quasi 800 mt di dislivello raccontando la trilogia del Batman di Nolan. Siccome non la possono guardare se la fanno raccontare. È bastato ripeterla due o tre volte ed i 14 km sono volati.
Il secondo giorno si è andati di Harry Potter. Capitoli dall'1 al 4 per 27 km in bicicletta sulla Lunga Via delle Dolomiti.
Il terzo giorno, sulle Tre Cime di Lavaredo non è servito raccontare un ostrega perché perfino tre piccoli scassapallottole come i miei non rimangono indifferenti di fronte a tanta magia e alle storie della guerra mondiale.
Il quarto giorno anche se ho sbagliato sentiero e ho fatto fare a tutti un drittone verticale in mezzo ad una pista di sci (senza neve), sono arrivati in cima e poi tornati giù con un refrain sempre su Harry Potter. Litigando di tanto in tanto fra di loro su quale parte della storia il papi doveva raccontare (che la mamma durante i film si addormenta e quindi non è affidabile).
Funziona molto anche "L'indovina il personaggio": si dice solo il titolo del film o del racconto e loro a casaccio cercano di indovinare chi è.
Sono due tecniche che vanno benissimo anche per le trasferte in macchina, se i vostri figli, come i miei, dopo 4 dei 200 km previsti iniziano a chiedere quanto manca. 
Il sabato c'era la gara (vi ho detto di leggerla, no? Cortina Trail) e loro erano lì al traguardo che mi aspettavano per la passerella d'onore. Naturalmente c'è sempre uno dei tre che non la vuole fare, hai visto mai che una foto possa venire bene con tutti.
"Ma Papì, non arrivavi mai..."
Sono soddisfazioni. 


Leggetevi il post sulla gara che ci tengo.
E ricordatevi di Occhio al Nikio 2015. A questo ci tengo anche di più.

venerdì 19 giugno 2015

Donation day, donate dai!

Ragazzi,
non scherziamo!
Oggi, 19 giugno 2015, è il Donation Day della Fondazione Banca degli Occhi Veneto.
Chi passa da ste parti da un po' di tempo, di sicuro sa di cosa sto parlando. È una onlus con la quale collaboriamo come squadra in vista della Venice Marathon 2015.
In sostanza La Folgorante corre per loro, in ricordo dell'amico Nikio, che non c'è più da un po', ma ci manca sempre tanto.
E si raccoglie fondi, per la ricerca sulle malattie oculari ed il trapianto di cornea. Ed in qualche modo queste quattro o cinque ore di sfacchinata da Stra a Riva Sette Martiri prendono un senso un po' più profondo.

Detto questo, cos'è il Donation Day?
Praticamente una gara dove chi raccoglie di più vince. In un solo giorno.
"Piace vincere facile" direte voi, visto che siete una squadra e gli altri corrono da soli.
Può essere. Ma in realtà, a volte, el musso con do paroni more de fame dice mia madre, per cui per vincere tutti devono fare la loro parte.
Poi si può vincere di misura, invece noi vogliamo stravincere.
Quindi, carta di credito in mano e cliccate qui
Bastano anche pochi euri, mica che dovete impegnarvi la casa.
Sono certo che posso contare su di voi... fate vedere di che pasta siete fatti.

giovedì 18 giugno 2015

Quella volta che siamo andati noi da loro (2)

L'idea di Don Siro, padre giuseppino, regista delle missioni in Sierra Leone dall'Italia (per problemi di salute), non era quella di farci lavorare in Africa, ma quella di farci innamorare.
E proprio come con le scaramucce d'amore ci raccontò di tutte le crudeltà e delle fatiche di quei popoli. Del clima inclemente che è buono due mesi all'anno e poi o è un caldo torrido o è pioggia tropicale. Delle malattie: la malaria, in primis, diffusissima e facilissima da beccare, ma almeno non ti uccide, mentre ce ne sono tante altre che lo fanno senza problemi. Per non parlare dei parassiti che ti si incuneano sotto pelle, o degli animali velenosi che ti trovi a girare per casa.
Eppure ti capita di essere lì, in camera, a guardare fuori dalle zanzariere e a dire: "io qui ci rimarrei". E ancora adesso, a dieci anni di distanza, il solo pensiero di non esserci più tornato, di aver fatto così poco per loro, diffonde un senso di colpa nel cuore, come fosse il veleno del green mamba.

La seconda settimana l'abbiamo passata a Lunsar, nell'entroterra. Freetown è una metropoli africana. Lunsar è un villaggio in mezzo alla foresta. Nata negli anni sessanta/settanta, attorno alle miniere di rame della zona, la missione doveva servire a scolarizzare ed assistere le persone che, in cerca di lavoro, venivano ad abitare qui. Poi le miniere sono state chiuse e la piccola cittadina è rimasta.
Lunsar è l'Africa dei villaggi che si raggiungono solo con la Jeep, dopo ore di cervicali che urlano ad ogni buca. Lunsar è l'Africa della gente che gira svestita. "Se le persone girano nude significa che sono molto povere, la cultura in questo caso non c'entra" ci disse Father Mario, il prete cappellone che ci scorrazzava in giro.

"Quando tornerete non troverete molta gente che sarà contenta di ascoltare quello che volete raccontare", così ci salutarono i padri, prima di reimbarcarci su quel rottame a forma di traghetto che ci avrebbe riportato a Lungi.
Invece un po' ci hanno ascoltato, a dire il vero.
Forse il mondo, quassù, non è egoista come lo vedono da laggiù.
Me lo auguro anche in questi giorni, dove sarebbe importante recuperare umanità.

Ho provato a pensare a didascalie, a commenti. Ma il tempo stringe, e le foto, probabilmente, parlano da sole.





























la prima parte del racconto è qui

mercoledì 17 giugno 2015

Quella volta che siamo andati noi da loro (1)

Dieci anni fa Silver ed io eravamo alla ricerca di un pc per scrivere a casa.
Da circa una settimana eravamo in Sierra Leone.
"Siete troppo alternativi" ci disse un parente di primo grado con un pizzico di invidia e due cucchiaini di disprezzo.
Probabilmente se si doveva pensare all'Africa per un viaggio di nozze bisognava orientarsi obbligatoriamente su Madagascar, Kenya o Zanzibar. Che il Marocco fa troppo pezzente, che ci puoi andare tutti gli anni, se vuoi. Al limite Egitto, anche se in pochissimi pensano all'Egitto come all'Africa (a me non viene automatico, ad esempio).
In realtà era un sogno che avevamo da tempo, Silver ed io, quello di fare un'esperienza di condivisione. Anzi, ci sarebbe piaciuto fare proprio un lungo periodo in missione, e pensavamo al Sud America, ma poi il nostro contatto, un sacerdote che conoscevo da ragazzo, ci propose questo piccolo paese africano, praticamente sconosciuto al mondo.
Dalla finestra dell'aereo lo scenario è simile ai film sul Vietnam: foresta, acqua e aereoporto piccolissimo: "Ci starà l'aereo su quella pista lì?"
Dentro al Boing della Brussels Airlines fa un freddo polare e quando si apre il portellone ci investe qualcosa che potrebbe ricordare il caldo, ma in realtà non è caldo: è un forno che ti si apre in faccia in contemporanea ad una secchiata d'acqua.
Già il sole sta tramontando e nell'ora di viaggio che porta dalla penisola di Lungi, dov'è situato l'aereoporto, a Freetown, quartiere Kissy, appena appena ci rendiamo conto, di dove siamo capitati.
C'è poco più di mezz'ora per cenare; è evidente che ci hanno aspettato. Alle 21 si spegne il generatore ed il buio è totale. Per andare a letto usiamo una pila. Stasera credo che la doccia non si potrà fare.
Forse abbiamo fatto una cazzata, scopriremo di aver pensato entrambi, ma non troviamo il coraggio di dircelo. Le foto che gli amici ostentano in salotto, le spiagge tropicali con le palme, probabilmente non riusciremo a portarle a casa.

La prima notte piove: vien giù il demonio.
La mattina successiva ci si sveglia presto, Father Maurice sta cercando di raddrizzare la serra che hanno costruito nell'orto dei preti. È tutto fiero del radicchio trevigiano che è riuscito a far crescere.
In effetti con questo clima non deve essere facile coltivare nulla. Solo le patate vengono con una certa facilità.
Facciamo una colazione abbondante e partiamo con lui per la città. Qualche chilometro e già capiamo meglio della sera prima: ci sono le discariche con i bambini che cercano cibo tra i rifiuti, macchine semidistrutte abbandonate in mezzo alla strada e tanta tanta tanta gente. Bambini e ragazzi, soprattutto.
Padre Maurizio è un  fiume in piena: ci racconta della guerra e della povertà praticamente senza mai interrompersi.
Ci porta in un campo profughi, una serie di baracche coperte da grandi teloni di nylon blu con il logo delle Nazioni Unite.
È pieno di bambini senza braccia o senza gambe, girano con le stampelle, a volte troppo piccole; evidentemente le hanno fornite qualche anno fa, ma i bambini, anche lì, crescono in fretta.
Sappiamo benissimo perché sono ridotti così, ce lo hanno raccontato a casa, nel corso che avevamo fatto in preparazione. Ma vederlo è diverso. La settimana a Kissy sarà tutta così: storie di morte e mutilazione, dalla mattina alla sera.
Un'intero popolo che gira mutilato, bambini che forse avevano tre o quattro anni quando un adolescente imbottito di droga gli ha mozzato un braccio o le gambe, a seconda di quale fosse il bigliettino estratto dalla stessa vittima dal suo cappello. Le case diroccate, i posti di blocco. Freetown è una città appena uscita dalla guerra e ne porta addosso ancora le cicatrici. Eppure sarebbe così bella, con le colline che si arrampicano davanti al mare, il verde intenso degli alberi che contrasta il rosso della terra.
Quante storie e quanta vita, che nonostante tutto si sforza di vincere giorno dopo giorno contro un destino di morte che la guerra ha solo reso più visibile al mondo.
Domani, sperando il tempo, mio piacerebbe scriverne ancora, pubblicare qualche foto di tutti quei bambini. Così tanti che a lasciarne uno non fotografato sembrava di fargli un torto. Al punto che poi, alla fine, l'unica foto che non abbiamo fatto nel nostro viaggio di nozze, è una foto di noi due assieme.