venerdì 6 maggio 2016

Scrivo su Repubblica

Non ci credete che scrivo su Repubblica?
Beh, fate male.
Mi capita spessissimo di farlo; l'ultima volta c'ho scritto la lista delle pizze. Erano così tante che non ci sono state sull'amaca ed ho dovuto usare l'editoriale di Scalfari.
Erano tante perché si festeggiava: sette anni fa nasceva Maria.
Sette anni ieri.
Un parto che era iniziato il Primo Maggio, da bravi figli della classe operaia ed artigiana. Passammo la notte del 1 al pronto soccorso ostetrico a cercare di capire se quei movimenti e dolori al ventre di Silver fossero contrazioni pre-parto o l'entrecote mangiata a cena che si ribellava.
Beata ignoranza... e siamo entrambi laureati.

Il 5 parto programmato. Ricordo che feci quasi 100 km quel giorno. Vai all'ospedale, torna a casa, vai al lavoro, torna di corsa all'ospedale... erano ormai le tre del pomeriggio quando l'ostetrica Marisa entrò in sala parto con il piglio di Rocky quando sale sul ring contro Clubber Lang. Mancava solo che partisse Wild Thing dei Troggs. Tutto nel tentativo di evitare il cesareo.

Quel pomeriggio Silver rischio di rimanerci secca e se la cavò con la vescica recisa e una mise stile Lara Croft per una settimana. Solo che invece che il cinturone con le pistole aveva il catetere e la sacca legata alla coscia. Naturalmente tutto questo non era dipeso da Marisa, che anzi si rivelò una delle migliori ostetriche del reparto. Le cose a volte vanno come devono andare e quella volta è andata bene.
Sette anni fa è iniziata la mia nuova vita. In mezzo abbiamo messo altri due figli e due traslochi, venti chili in meno, un'auto nuova e la consapevolezza che siamo davvero come le foglie sugli alberi, a volte. Spesso.
Fino a sette anni fa vi avrei detto con sicurezza che la vita si può realizzare anche senza avere figli.
In linea di principio sono ancora d'accordo con me, ma se invece parliamo di me e di me solo, se ripenso a questi ultimi sette anni, cose migliori di queste tre pesti non ne ho fatte davvero.
Buona week end e buona vita a tutti.

mercoledì 27 aprile 2016

Radiosi

Sono passati trent'anni da Cernobyl.
Avevo 12 anni e la primavera era mite.
O meglio, non ricordo come fosse la primavera nel 1986, ad essere sincero. Ai bimbi non importa un granché delle previsioni del tempo e nel 1986 il mondo non si preoccupava molto della situazione climatica. C'erano Bernacca e Caroselli che facevano un'unica apparizione al giorno in tv. Nessuno degli adulti che viveva con me pareva dare troppo peso a quello che dicevano, anche se non era disponibile l'opzione "spegniamo la tv" e neppure quella "guardiamo altro".
Ricordo che ce ne parlò un professore a scuola.
Beh, non che lo abbia fatto il 26 aprile, data del disastro. Lo avrà fatto, penso, il 29 se non addirittura il 29 aprile. La radioattività era arrivata in Svezia, ci dissero e facilmente anche più a sud.
La radioattività. Un po' non ricordo bene, un po' avevo 12 anni, ma per noi, nati negli anni '70 la radioattività era stata fino ad allora indissolubilmente legata alla bomba atomica e alla paura di una terza guerra mondiale. Cosa significava, ora, una centrale nucleare che esplodeva in Ucraina?
E poi, dov'è l'Ucraina? Cos'è l'Ucraina?
Si, io non avevo mai sentito nominare l'Ucraina. Unione Sovietica e Russia erano sinonimi, allora.
Il Prof di Italiano, che era anche il preside, ci spiegò che la radioattività è molto pericolosa, che è come quando fai i Raggi. 
"Prof, io i raggi li ho fatti un sacco di volte" dissi molto più sereno di quanto non fosse lecito (nella mia mente se ero sopravvissuto ai raggi sarei sopravvissuto anche a Cernobyl).
"I raggi durano pochi secondi; se hai notato, in ospedale, i medici ed i tecnici che lavorano in quel reparto, hanno delle casacche di piombo per proteggersi.
"Chiedete anche al prof di Tecnica, lui vi spiegherà meglio".
Ci parlarono dei "Brutti mali" che potevano aumentare, con la radioattività di Cernobyl.
A casa i miei non si scomposero più di tanto, anche se i telegiornali parlavano di restare chiusi in casa, di non mangiare le verdure, di non far giocare i bambini sui prati.
Vabbè, mi dicevo, io manco mangio frutta e verdura, per un po' smetteranno di rompere i maroni. 
Col senno di poi penso sia stata la prima psicosi collettiva.
Che poi, psicosi; non è che fosse infondata. Solo che cosa fai? Resti davvero tappato in casa? Per quanto? Un milione di anni?
La nostra vita non cambiò più di tanto.
Anzi, proprio quel week end dovevamo andare a fare un picnic in montagna. Fico no? Non ci andavamo quasi mai, con la nonna anziana che aveva paura di stare a casa da sola, proprio quel week end. Solo che mio fratello ed io eravamo di turno a fare i chierichetti in chiesa (ognuno ha il passato oscuro che si merita). Toccava chiedere un cambio.
Chiedemmo a Luca, che accetto.
Sua madre si affaccio alla finestra e disse "Non c'è problema, chissà con questa storia di Cernobyl quando potremo ricominciare ad uscire per qualche scampagnata la domenica".
Riferii la riflessione ai miei che liquidarono tutto con una frase del tipo: "La mamma di Luca è ecologista, quelli sono pieni di manie".
Trent'anni dopo mi rendo conto che i miei genitori erano pressapochisti ed avevano torto. Nonostante ciò hanno fatto l'unica cosa che aveva senso fare: ci hanno insegnato a continuare a vivere. In qualche modo, nonostante tutto.

giovedì 21 aprile 2016

Come d'autunno

L'altra sera ero in Pronto Soccorso, per lavoro, nulla di grave fortunatamente.
Dopo qualche minuto che eravamo lì dentro sentiamo urlare e piangere in corridoio. Non si capiva bene, ma non serviva un genio per capire che era successo qualche cosa di grave.
Poi, dici, sei al pronto soccorso, facile che sia successo qualche cosa di grave.
Ma piano piano quell'urlo e quel pianto hanno iniziato ad essere messi a fuoco.
La voce era di una bambina, una ragazzina, dal tono, ma così, senza vederla, poteva anche avere l'età di Maria.
Ad ingannarmi la frase: "Voglio il papà! Voglio il papà, Voglio vedere il papà!" Così, insistente e fermo, come sono i bambini disperati.
I bambini si disperano allo stesso modo per le sciocchezze e per le cose gravi, penso. Non è colpa loro, è come saper controllare la forza, migliorare nella manualità fine.
La scena dura una mezz'ora, in una sorta di teatro surreale, con i personaggi in scena, noi, a cercare di parlare tranquilli sdrammatizzando lo scampato pericolo, e le voci fuori campo terribili ed angoscianti, le uniche che si sentono, quasi come se noi non stessimo realmente parlando. Gli occhi sono qui ma la mente è là fuori in corridoio.
Ci chiedono di uscire.
Usciamo.
Due infermieri cercano di accompagnare con un po' di fatica una ragazzina di circa 12-13 anni, verso la stanza accanto alla nostra. È sfatta dal pianto e probabilmente non si reggerebbe sulle gambe se la lasciassero.
Il padre è morto sul lavoro.
"Ciao amore, ci vediamo stasera"
"Torni presto?"
"Faccio il possibile, promesso".

mercoledì 6 aprile 2016

L'amore è l'apostrofo rosa tra le parole che cazzo

Ah, dite che tra che e cazzo non ci va l'apostrofo?
Me lo diceva sempre la maestra che avevo problemi con l'ortografia, che accenti e virgole non le avrei imparate mai.
Peccato però, che non ci vada.
Riflettevo con alcuni amici su quanto sia giusto cedere al compromesso, in un rapporto di coppia.
Vi dico gà che non c'è una risposta; almeno non una che vale per tutti.
A conti fatti, vi dirò, non sono nemmeno sicuro al 100% che valga anche per Silver. Perché poi quando si passa tanto tempo insieme si cambia, anche.
Gli unici sicuri di non cambiare siamo noi stessi, ma non è mica vero.
Io me ne accorgo leggendo il blog.
Facebook mi ricorda che due anni fa ho condiviso dei post ed io li leggo e mi accorgo che sono cambiato: sono più triste, più polemico, più scuro nei toni. E non è che sia la crisi del blogger, figuratevi.
E allora penso a Silver e mi chiedo cosa veramente stia pensando di me, se anche lei nota la differenza. Probabilmente si. Magari in generale è pure una differenza in meglio, chi può dirlo. Perché io, dentro di me mi sento pure soddisfatto.
Ricordate "Fratello, dove sei?" dei Cohen? "Ho chiesto al diavolo di insegnarmi a suonare bene la chitarra in cambio della mia anima. Tanto non la usavo!"
Allo stesso modo io, magari: ho chiesto al diavolo di farmi stare bene con mia moglie in cambio di non scrivere più un post decente, che tanto non fa molta differenza.

Però non è mica così facile, il diavolo non avrebbe tutti sti meriti da vantare.
Diciamo la verità: l'amore è una faticaccia.
L'amore è compromesso, concentrazione, pazienza, magone.
Ho scritto tempo fa che non è vero che l'Ultratrail non è metafora della vita. In realtà è metafora dell'amore.
Perché ti alzi presto, fai una fatica assurda, per la maggior parte del tempo ti chiedi chi te lo abbia fatto fare, hai dolori intensi che poi passano, altri che non passano, più leggeri, altri intensi e duraturi, a volte fa caldo caldo, a volte fa freddo freddo, spesso sei solo o, se anche c'è qualcuno, non riesci comunque a parlare perché sei stanto o non c'hai voglia. E tutto perché?
Per qualche scorcio di panorama, col sole che sorge, che è più bello perché te lo sei sudato, per qualche risata complice con chi ha fatto la stessa fatica, per una birra fresca al traguardo che però è lontano, e ti pare ancora più lontano man mano che ti avvicini, al punto che ti viene il dubbio che non ci sia.
A volte nemmeno riesci a finire e ti ritiri, consapevole che sarebbe peggio continuare. 
Ecco, la vita di coppia è un ultramaratona in montagna: una fatica assurda per un traguardo che non sai nemmeno se c'è. Eppure, appena passa il male alle gambe, torni lì, ad aspettare un nuovo start.

mercoledì 30 marzo 2016

Gianmaria Testa (1958 - 2016)

Una delle tante idee che avrei e che poi non concretizzo mai per dare un minimo di continuità al blog si chiama "Una goccia di splendore", una rubrica dedicata a cantanti poco conosciuti alla massa, che non passano mai in radio e che compaiono poco anche in tv.
Uno di questi sarebbe senz'altro stato Gianmaria Testa di Cuneo, ferroviere e musicista che ho avuto modo di conoscere dal vivo in un concerto pagato ancora in lire, grazie all'amica Alessandra.
In barba a tutte le mie convinzioni rock di quel tempo, quando schifavo qualsiasi cosa non portasse sul palco almeno un Marshall valvolare e un distorsore vintage, Gianmaria Testa ed il suo "socio" Piermario Giovannone, con due chitarre ed una voce roca, riuscirono a portarmi, attraverso un viaggio di parole e suoni, a provare emozioni che, lo dico senza retoriche di circostanza, non ho provato neppure con musicisti internazionali ben più blasonati e celebrati.
Il tutto condito da una raffinatezza un po' sofisticatamente e autoironicamente snob che a me è sempre piaciuta tanto. 

Gianmaria Testa è partito oggi per la sua ultima corsa.
Buon viaggio e perdonami se per salutarti non trovo nulla di più originale di una tua canzone, forse la mia preferita.

venerdì 25 marzo 2016

La passione

Sarà che sto invecchiando di brutto, ma a me la ritualità inizia a piacermi.
Prendete la religione: a me la religione piace un pochino rituale.
Silver dice che spesso è vuota ed inutile, la ritualità.
Si, dico io, ma magari se qualcuno ce la spiegasse.
Il simbolo è sempre servito a far capire. Poi è diventato fine a sé stesso, per trasformarsi in "abbiamo sempre fatto così".
E lì è la fine.
Perché l'"Abbiamo sempre fatto così" porta immediatamente dopo alla ribellione: "Adesso mi son stufato e cambiamo" e magari non si parte dal primo punto, cioè da qualcosa che abbia un senso (perché nessuno ha mai raccontato il senso originale) ma da qualche cosa che sia solo vuoto rito.

Poco male, non volevo parlare di riti.
Siamo nel triduo pasquale. A me il triduo pasquale riporta all'infanzia, inevitabilmente. Io, mio fratello e mio cugino facevamo i chierichetti in parrocchia. Il triduo era un tour de force.
Giovedì, il primo giorno di vacanza, non si dormiva. Esattamente come i due giorni sucessivi.
Sveglia alle 7, colazione veloce e via in chiesa per le prove.
Il vecchio don Luigi era uno che altro che ritualità: la celebrazione della Pasqua era una coreografia. Si provava tutta la messa almeno due volte. Ogni anno perfettamente uguale a quello precedente, ma non importava. Si provava comunque.
Uscite insieme candele alla mano, tu ti fermi qui, tu ti muovi a destra, cinque passi, guardarsi con la coda dell'occhio, non girate la testa, inchino insime e via, si sale sull'altare.
La messa veniva liofilizzata tipo:
Prima lettura (veniva solo detto così, non veniva letta), seduti, rendiamo grazie a dio, in piedi, alleluia, vangelo, omelia, seduti, fine omelia, in piedi. E noi via a continuare a sederci e ad alzarci che manco che ad una lezione di GAG.
Eppure non è mai stato un peso. Soprattutto quando eravamo più grandicelli, alle medie. Anzi, era una specie di festa tra eletti: a raccontarsi barzellette sconce in sagrestia, a bere di nascosto il vin santo, ad annusare l'incenso manco fosse marijuana.
Un lavoro facile, per Dio, nel mio caso, mantenere una fede che si basa su ricordi belli, di amici e spensieratezza.
In quel ricordo dolce, trovo il senso di questa ritualità e capisco, finalmente, i vecchi che si lamentano del cambiamento.

lunedì 21 marzo 2016

Basta mai più

La cosa più bella di chiudere una Ultramaratona è trovare i figli in piazza che ti aspettano. È bello perché succede quasi solo lì.
Quando tornoa a casa la sera a malapena mi salutano. A volte addirittura si arrabbiano se, nella loro mente, quel giorno doveva tornare prima la mamma.
Invece dopo 50 o 60 km ti corrono incontro e ti abbracciano. È un po' come se ti dicessero: te lo devi sudare un bacino, papà.

Qui il post con il racconto dell'Ultrabericus 2016, faticosa in modo assurdo e capace di farmi dire per gran parte della gara: mai più Ultramaratone. Di solito succede solo negli ultimi 10 km e finisce al traguardo. Qui è durata fino a stamattina.
Forse sto invecchiando.
Per cui andate a leggere, che magari poi non corro più.
Insomma, appena smetto di camminare come un papero storpio decido. 
Statemi bene e fate i bravi.