mercoledì 23 luglio 2014

Un problemino da sistemare

(attenzione, post ad alto rischio sgureggione
 
Qualche giorno fa si faceva qualche battuta ad un paio di amici che si trovavano nella piacevole contingenza di avere due dei tre figli al mare con i nonni.
A parte le immancabili frasi di circostanza della serie "Occhio che fate il quarto", eccetera, le battute sono continuate con "La donna si deve concedere ogni tanto, perché, mi ha detto mia nonna, che l'uomo, se non si sfoga in casa, cerca sfogo fuori casa".
E non credo che si riferisse al calcetto.
Qualche giorno dopo assisto ad un secondo siparietto: un gruppo di mamme si lamentava del ritardo dei mariti che si erano imboscati in un bar vicino. "Cosa vuoi? È l'istinto del maschio, bisogna sempre tenerlo a bada e poi, appena ti volti..."
Beh, in effetti, ho pensato, il maschio ha pure le sue ragioni.
Dopotutto, dopo essere stato tutto il giorno a cacciare, avrà pur diritto di fermarsi un attimo alla taverna per rinfrescarsi il gargarozzo, prima di andare a casa, appendere l'antilope in fondo alla caverna per farla frollare e andare a pretendere dalla moglie ciò che gli spetta, pena lasciarla sola con i cuccioli per andarsi a cercare quella sciacquetta della grotta vicina.
Certo, non è che il maschio si distingua sempre in positivo nel cercare di far cambiare l'idea che le donne hanno di lui. Penso ad un vecchio conoscente che aveva una relazione extra coniugale della quale si definiva schiavo perché incapace di resistere alle armi di seduzione di massa agite dall'amante.
Orco can, mi dicevo già allora, magari potresti provare a spostare il baricentro del pensiero un mezzo metro più su rispetto al tuo glande.
Ma io sono freddo e calcolatore e di queste cose sarebbe meglio che non parlassi.

Ma mi interessava parlare delle donne perché a volte ho come l'impressione che abbiano bisogno di sentirsi in qualche modo vittime di una cultura che le relega, quando va bene, ad angeli del focolare.

Basta, ok? È ora di finirla!
Io lo dico da un sacco di tempo e mi ero anche abbastanza abituato a non essere ascoltato dagli uomini, ma le donne?
Se non parte da voi donne la spinta al cambiamento, vogliamo davvero sperare che siano quel manipolo di maschi in controtendenza a creare una nuova cultura? Presi come sono da non sembrare schiavi soggiogati dalle mogli, sempre intenti a mendicare una scopatina, tanto per gradire e tenere sopito l'animale che è in loro, come potranno arrivare al traguardo stabilito?
Ma poi, se anche fosse, ma siete disposte ancora una volta ad annullarvi e lasciare il merito di una faccenda così grande come una rivoluzione culturale ai maschi? Quasi che fosse una loro concessione e non un diritto? 
Io dico finitela, lo dico a spese mie, sarebbe più vantaggioso per me abdicare al modello vecchio.
E chiudo citando i troll di Frozen, film che dovreste vedere, anche se non avete figli.
In particolare la versione inglese della loro canzone.
Dico in inglese non per fare lo sborone ma proprio perché in italiano è completamente diverso il testo e di conseguenza il senso. 
In sostanza dice che l'amore non deve pretendere di cambiare l'altra persona, ma deve tirare fuori il meglio di lui e di lei.
Il meglio, capito?
È un dovere. Una responsabilità grande che deriva dal grande potere dell'amore.
Non ho scritto che io ne sono capace. E neppure che è facile. 

"People make bad choices if they’re mad,
Or scared, or stressed.
"People make bad choices if they’re mad,
Or scared, or stressed.
Throw a little love their way.
 And you’ll bring out their best". (Fixer Upper, Frozen)


Vi ricordo di passare qui per il progetto Occhio al Nikio

giovedì 17 luglio 2014

Occhio al Nikio


Visto che mania dev'essere, che mania sia.
Siamo venuti in contatto con la Fondazione Banca degli Occhi Veneto. Non so chi abbia chiamato chi, fatto sta che il nostro Lungo è persona sveglia ed ha capito subito che a noi per correre serve una missione che vada oltre il semplice tempo. Che ad allenarsi per correre veloci son capaci tutti, è non allenarsi e correre lo stesso per arrivare in fondo alla Maratona di Venezia che serve la classe.
Va ben, non cambiamo discorso.
Voi lo sapevate che nemmeno un cancro può impedirvi di donare le cornee? Io non lo sapevo.
E Nikio le ha donate, l'unica cosa che poteva ancora fare l'ha fatta. Io non riesco a trovarlo un gesto migliore di questo per descriverlo. 
 
Queste due premesse sembrano non c'entrare nulla tra loro, invece c'entrano eccome: la Venicemarathon (mi sta smania de ciamarla in inglese no la capisso) dà la possibilità ad alcune organizzazioni non-profit di far correre quelli che loro chiamano “runners solidali”.
Ora: potremmo discutere fino a sera ed anche più sul fatto che noi tre possiamo essere definiti runners, ma insomma, sul solidali non ci piove.
La Fondazione Banca degli Occhi aderisce all'iniziativa con il progetto “Run for sight” per finanziare i loro progetti di ricerca sulle malattie oculari e di sensibilizzazione sulla donazione di organi. 
In qualche modo ci piace essere venuti a contatto con loro, proprio perché c'è un fil rouge con la storia di Nicola ed il motivo che ci ha portato a La Folgorante.
In sostanza loro ti iscrivono (nel caso nostro noi ci eravamo pure già iscritti, per cui qui soldi vanno diritti nella raccolta fondi) e tu promuovi l'iniziativa. 
 
Non è complicato: si entra nella nostra pagina, che abbiamo chiamato “Occhio al Nikio”  e lì è spiegato tutto in modo così facile che ci sono riuscito persino io.
Io questo link lo metto sotto a tutti i post da qui fino alla fine del progetto ed ogni tanto ve lo ricordo. Non me ne vogliate, lo faccio a fin di bene.
Abbiamo cento giorni per arrivare all'obiettivo (diocristo! Cento giorni (leggasi 100), tosi, vi state allenando si?).
Ma oltre a noi che corriamo c'è un sacco di gente che si sta muovendo, che sta pensando ad altre iniziative collegate: serate musicali, gazebi nelle sagre...

Insomma, questa vita che va avanti e cresce anche dopo la tua morte grazie a te, amico mio, non è anche questa un tuo dono? 
Forse non bastano delle cornee sane per vederlo, ma io sono convinto che il cuore che potevi donare, non il muscolo, l'altro, ecco, quello credo che tu ce lo abbia regalato.

mercoledì 16 luglio 2014

He's a maniac maniac...

Tutti mi dicono che sono diventato un maniaco della corsa.
Non è vero!
È troppo comodo dire che sono malato, un po' come quando uno uccide tutta la famiglia e poi dicono: ah, beh, era drogato. Come se questo rendesse meno dolorosa la morte delle persone.

A voler fare il pedante a tutti i costi dovrei dire che, essendo un po' il mio campo, la mania, in senso squisitamente clinico, non è mica l'ossessione per per qualche cosa.
Al limite, quindi, potrei essere ossessionato.
La mania è uno stato caratterizzato da eccessiva energia, idee grandiose ed in continuo sviluppo, tendenza a parlare molto più del solito, eccessivo ottimismo, esagerata autostima, mancanza di freni inibitori.
Insomma, stando alla definizione clinica io non mi dovrei limitare a correre, ma dovrei parlarne di continuo, dovrei alzarmi alle 5 pur di farlo, dovrei avere progetti assurdi tipo correre ultramaratone, strutturare associazioni sportive, ideare eventi mondani a scopi benefici...

Va, beh, dai, sono un pochino maniaco, ve lo concedo.

Il mio problema è che non sono solo ed io una definizione clinica di mania collettiva non l'ho mica trovata. Per cui magari non sono così malato, sono solo un appassionato.
Si, lo so che mi sono messo anche a dieta per correre meglio smerciandola come preoccupazione per il futuro della mia salute. Ma l'importante sarà il risultato, o no?

Ok, ho capito, ok!
Sto diventando logorroico e questo depone a favore della diagnosi.
Scusate se parlo troppo di corsa, come se fossi un corridore vero, peraltro.
Però faccio cose che non avrei mai detto: mi sveglio prestissimo, corro in salita, faccio la colazione salata ed ho tolto i latticini.
Forte no? Io ho sempre pensato che il paradiso dovesse essere una gran forma di parmigiano (o grana padano, fa lo stesso) in cui tuffarsi.
Magari lo è davvero, chi può dirlo.
Ad oggi dico che per me avrebbe ancora più senso che lo fosse.

E comunque non è solo la corsa, è proprio la crisi dei quaranta. Dice Silver, meglio così piuttosto che io vada a scoparmi la prima ventenne che mi fa gli occhi dolci.
 Vedi? Alla fine alle cose basta riuscire a trovare il giusto senso.

ps. però che non sia maniaco lo dimostra il fatto che per fare tutto il resto un po' trascuro Stratobabbo. Scrivo poco e demmèdda, che è quasi peggio che non scrivere. Ah blogge, è per la salute, porta pazienza pure tu.
 

venerdì 11 luglio 2014

Fame (I want to live forever)

Ora basta!
Vado all'INAIL e chiedo la malattia professionale.
Non è possibile fare la dieta in questo posto, è peggio che l'inferno.
In venti giorni di dieta, rispettatissima (ok?) ho rinunciato nell'ordine:
- Bomboloni alla crema portati da collega che compiva gli anni,
- Panini e soppressa per diosacosa in una riunione
- Torta della nonna per ultima assemblea della stagione tra i soci della cooperativa
- Gelato a pranzo per 50 anni altra collega (portati benissimo!)
- Pastine offerte da chissachi un pomeriggio
- Crackers o biscotti in tutte le altre riunioni (io vivo in riunione)

Non si può, non è umano.
Da un lato mi rendo conto di quanto io mangi.. cazzo io di solito in questi momenti mi distinguo per zelo, ma dico: ma quasi ogni giorno si sgarra con creme cremine, insaccati, pastefrolle...
L'ho detto al medico del lavoro, un tipo che anche con 40 gradi ha la camicia a maniche lunghe perfettamente inamidata che pare gliela stirino addosso: se non mangio faccio la figura dell'antipatico, e poi sono d'umore nero. Dice che me la danno la malattia professionale come obeso?
Mi ha detto di provarci che non si sa mai. Ed ha riso... no, dico, è l'uomo più glaciale del mondo ed ha riso... Lo metto nel curriculum.
Da anche le sue soddisfazioni, veh?
Ho polverizzato il mio record sui 10 km (che ve frega quant'è? L'ho polverizzato!)
E la pizza senza mozzarella non fa così schifo. Se sono otto ore che nemmeno inspiri a bocca aperta perché non si sa mai le calorie che potrebbe avere l'aria.

Poi ieri sera siamo andati al Palio delle contrade. "Al Palio ci sono i Paliacci?" ha chiesto Jack... questo ragazzo mi darà soddisfazioni.
Abbiamo comprato la fritola.
La Fritola è un impasto che non so di preciso di cosa, ma credo acqua, latte, uova farina. Poi tirata tipo piccola pizza e fritta. E girata nello zucchero.
Naturalmente non l'ho mangiata.
Pee, ad un certo punto, con i suoi occhi di cerbiatto mi fa: "Tu papi non la puoi mangiale?"
"No"
"Il dottole di dimaglile si è dimenticato di dilti che la puoi mangiale?"
"Si Pee, si è dimenticato, accidenti a lui! La prossima volta gli chiedo se posso, intanto tu finisci la tua, ti prego!"


martedì 8 luglio 2014

La Folgorante (Social Club)

Nasce La Folgorante.
Cioè, non è ancora proprio nata nata; diciamo che siamo le donne che scoprono di essere in dolce attesa dopo averci pensato e provato tanto.
Noi, ad essere onesti, non è neppure che finora ci abbiamo provato chissà quanto, più che altro siamo stati lì a fantasticarci sopra un bel po'.

Ma cu minchia fu La Folgorante? Si staranno chiedendo a Punta Raisi.
La Folgorante è un'associazione di corsa, sulla carta (che ancora non c'è).
Il bello è quello che c'è sotto la carta (che ancora non c'è): un gruppo di guerrieri affiatatissimi, pronti ad affrontare tutto (alcuni davvero tutto, in senso assoluto) per ricordarci che siamo vivi e che non è scontato, non lo è più. Lo ha detto benissimo mio fratello, quel triste martedì di aprile: “Da oggi sappiamo tutti di avere già avuto in regalo un tot di anni e di mesi”.
La Folgorante è uno dei tanti modi per dire che quel regalo non finira nel sottoscala della nostra vita, o in uno scatolone in soffitta.
Ma badate bene, voi tutti che state pensando che la corsa non risolve i problemi: nessuno di noi corre per correre; la corsa è un mezzo, è il viaggio. E nel viaggio è più importante chi ti tiene per mano che la meta finale. I problemi non si saranno risolti ma almeno non saremo stati soli.
E non sarà arrivando primi che vinceremo le nostre gare (credo di poter affermare con ragionevole certezza che in ogni caso primi non ci arriveremo mai comunque).
Ogni persona che verrà con noi, ogni singolo corridore che deciderà di vestire i nostri colori sarà il nostro premio, se avrà condiviso lo spirito di fondo.

La Folgorante è un Padre Nostro recitato al sole che sorge all'orizzonte e l'eresia lanciata ad ovest sulla salita successiva, è una lacrima asciugata di nascosto sull'argine del Tèsina, è il magone che ti fa fermare sugli “scursoli” del Summano.
Ma è anche il disquisire di dimensioni artistiche dei corridori, di monovolumi improponibili e di assoli di chitarra.
La Folgorante è una tartaruga che è venuta azzurra perché non c'erano altri colori disponibili con una N che sembra un fulmine sul petto (o sul guscio, mo' vediamo). 

Ed è in quella N che affonda la sue radici la Folgorante. Non c'è bisogno che tutti sappiano!
Quelli che verranno potranno dare a quella N il significato che vorranno.
A noi non serve neppure per ricordare, che non c'è bisogno di artifici per farlo; serve a farci un minimo di compagnia, giusto un po'.
A far sentire meno vuoto quel posto che sicuramente avresti occupato con noi anche in questa pazza, perdente e sconclusionata avventura. 

Another day passes as the night closes in
The red light goes on to say it's time to begin (Ozzy Osbourne - No More Tears)
 

giovedì 3 luglio 2014

Qualcuno

Qualche giorno fa rimbalzavano sui media due notizie: l'esclusione di un bimbo con sindrome di Down dai centri estivi e le violenze sugli ospiti di un grosso istituto del rodigino.
È sempre facile, e ammetto che lo faccio spesso anch'io, stare sul divano a puntare il dito.
Ma oggi mi sono chiesto quale potrebbe essere il nostro ruolo.
E per farla compiuta invece di scriverlo qui l'ho fatto su Genitoricrescono, che ormai è la mia seconda casa sul web.
Lo trovate qui e, se vi va, commentate come se foste tra amici. Lo siete.

martedì 1 luglio 2014

Waiting for Summer, his pastures to change


Siamo tutti un po' giardinieri, nostro malgrado, anche se non sempre conosciamo di che tipo siano le sementi che si sono state affidate. E quindi non sappiamo bene quale sia il terreno giusto, se vogliano la luce o l'ombra, se gradiscano tanta acqua o poca. Andiamo un po' a tentativi, un po' facendoci aiutare, anche se magari gli altri non avevano i semi uguali ai nostri.

E ci viene l'ansia se non cresce in fretta e ancora di più se una volta cresciuto c'è una foglia secca.

Li ho piantati ed ora vediamo cosa viene”, dice mio suocero ogni volta che non è sicuro del risultato, e poi, con premura ed attenzione, cerca di trovare le vie di mezzo, fino a quando non ci capisce qualcosa di più e allora diventa più preciso, più specifico.

Io credo di non essere un buon giardiniere, nemmeno in senso figurato (di non esserlo in senso letterale ho la certezza): semino un sacco ma poi non è che sono sempre bravo a starci dietro.

Prendete questo post, ad esempio, che son tre giorni che l'ho iniziato e poi la pausa pranzo finisce e lo lascio lì ed il giorno dopo non mi piace più e lo cambio quasi tutto.

Ieri ascoltavo James Taylor e pensavo a due persone care che non ci sono più e mi veniva da piangere in macchina, come uno scemo. Così ho preso la Vespa e mi canto la canzone a memoria: “Deep greens and blues are the colors I choose. Won't you let me go down in my dreams”, le lacrime scendevano uguale, ma potevo sempre far finta che fosse l'aria negli occhi.

E credo sia quello che mi fa essere un pessimo giardiniere: troppe cose, troppe emozioni, troppi investimenti affettivi.

Eppure mio suocero ha tante piante ed un orto che sfamerebbe il Burkina Faso e riesce a stare dietro a tutto. Eh, ma lui è bravo, c'ha il pollice verde. Poi lui mica ha tante altre passioni: ne ha coltivata una (bene, pure quella).

Invece io pianto tanti semi e poi mi dimentico di dare l'acqua, di togliere il seccume, di raccogliere quando è ora. E se mi ricordo magari non c'ho voglia e poi sto andando dietro ad un'altra nuova passione.

Qualche tempo fa sono passato al cimitero, non ci vado spesso, sebbene non manchino i motivi per farlo; a tradimento mi ha notato la tomba di Franco, il mio vecchio maestro di chitarra. Se n'è andato prestino anche lui, in fretta, pure.

Non era un vero maestro di musica, ma aveva tanta passione e suonava bene (ed io non ho ancora capito come riuscisse a far sentire così tanto la chitarra senza amplificarla mantenendo anche un tocco lieve).

Insomma, un giorno mio padre o mio zio gli hanno chiesto se avesse avuto voglia di insegnare a noi ragazzini a suonare la chitarra. Lui ci portò in un piccolo negozio che non c'è più e comprammo tre chitarre uguali da pochi soldi. Ci sono ragazzini che cantano nel coro oggi che neppure sanno come si chiamava, ma è lui che ha innescato quella reazione a catena, quel pomeriggio di primavera, in un piccolo negozio di periferia. E non ha mai avuto un euro in cambio. C'è solo una statuetta di bronzo con un cowboy che suona la chitarra sopra la sua lapide. Ecco credo che lui per quel seme sia stato un buon giardiniere.

E non so perché tu sia finito in questo post, caro Franco, avrei voluto avere parole migliori per te ma ultimamente va così. Ed io spero che ti arrivi almeno la mia voce, mentre cerco invano di sovrastare il rumore della Vespa e la malinconia cantando con improbabile accento veneto una canzone di James Taylor che, ora che ci penso, non ti ho mai neppure chiesto se ti piacesse.