giovedì 23 luglio 2015

La lunghezza conta

Mi sto cagando in mano, ve lo dico.
Ok, non è per lavoro, nemmeno per salute.
È per la corsa.
Si si, ok, ho rotto i maroni.
Domani ho la penultima gara dell'anno. Si, siamo solo in luglio, eppure ho deciso che fino a fine ottobre, Maratona di Venezia che correremo per Occhio al Nikio, non farò più gare.
Solo defaticamento, prima, e riallenamento, poi.
Senza troppo stress.
Che la gara ti gasa bene, non c'è che dire: è proprio una droga! E come tutte le droghe, finisce per farti del male.

La penultima, dicevo: Trans d'Havet. 80 km e 5500 metri D+. Hai voglia tu a dire che la lunghezza non conta.
Comunque: obiettivo minimo della giornata: capire se si pronuncia d'Hàvet o d'Havèt (o meglio D'Havè, alla francese).
Sembra un obiettivo da poco ma vi assicuro che non è così.
Ah si, poi ci sono la partenza di notte, la probabile pioggia, le barriere orarie, dei cazzo di costoni al sole a mezzogiorno pieno e il secondo obiettivo di giornata: tornare in tempo (e far tornare la famiglia che ha promesso che mi viene a vedere) per la cena del coro. In cui de sicuro non coro* che già reggersi in piedi sarà un buon risultato. 
Tempo previsto? E che ne so? 17-18 ore. 
Io non ho proprio idea di cosa capitera al mio fisico da un certo punto in poi, per cui me la prendo comoda fino a quando non sono sicuro che basta rotolare per arrivare. 
Ho due armi segrete: l'amico Franz che mi viene a salutare a metà percorso (a cui posso dare il vestiario sudato usato di notte (che lenza, veh?). Troppo figa sta Folgorante, non c'è che dire. 
(È legale, ho verificato)
E una strategia idrica degna di un touareg. Però non la dico perché non ho ancora provato a vedere se è realizzabile. 
E sempre sperando che serva perché pare che l'alternativa sia la pioggia e farsi tutte quelle ore sotto la pioggia significa lavarsi con l'antialga che usano per pulire le piscine, alla fine. 
Insomma, mi cago in mano ma sto cercando di reagire. 
E la settimana prossima ferie. 
Un piccolo regalo che mi faccio, che mi fanno moglie e figli che me lo lasciano fare... ah, devo ricordarmi di lasciare a Silver la password dell'homebanking, che non si sa mai. 
Sappiate che vi ho voluto bene. 
E passate a fare un giro su Occhio al Nikio, su, non siate timidi



*Coro in dialetto veneto significa Corro.

martedì 21 luglio 2015

Voglio trovare un senso, un senso a questa vita

L'altro giorno ci ha lasciati Federico.
Lo scorso anno mi divertivo a raccontare una delle esperienze che abbiamo vissuto insieme, immaginandola dal suo punto di vista.

La notizia mi è arrivata attraverso Facebook, nel modo vigliacco che ha il social network di farti conoscere le cose: "Un parlamentare italiano costa come dieci parlamentari russi", "Condividi se anche tu ti senti amato", "Discutiamo ancora di gender", "La gente deve sapere", "Ciao Federico, salutaci le stelle".
Oh? Come ciao Federico?
Un paio di messaggi ed una telefonata. Ciao Federico, salutaci le stelle.
È andato a vivere con il suo papà Adriano, che era andato a dare aria alle stanze, lassù, tre mesi esatti fa.
Una vita di sofferenza quella di Federico e dei suoi due fratelli, anch'essi disabili, e dei suoi genitori. Lui era in carrozzina, con un grave ritardo mentale, la psoriasi che ne deturpava i lineamenti e la sostanziale impossibilità di articolare suoni comprensibili a chi non lo conoscesse bene.

Una volta, che eravamo in piscina, chiassosi ed invadenti come solo noi sapevamo essere, sentii una signora dire: "Che senso ha un'esistenza così?"
Chissà quante volte se lo sarà chiesto lui, e chissà quante volte se lo sarà chiesto sua madre.
Io riesco a darmi una risposta oggi: Federico mi ha chiesto di accompagnarlo al mare in una estate del 1998. Lì ho conosciuto mia moglie, con la quale ho avuto tre figli. Lì ho conosciuto i miei futuri datori di lavoro che in qualche modo hanno consentito di tracciare la strada che mi ha portato a fare quello che faccio ora.
"Grazie al cazzo!" direbbe sua madre, ed avrebbe pure ragione, "A noi la crosta e a voi la crema!"
È vero, rischia di essere solo un piccolo, inutile e goffamente riparatorio esercizio di retorica. E può darsi che pensare alla mia vita attuale come un frutto della sua sofferenza serva solo a me, per lenire il senso di colpa e di ingiustizia per essere così immeritatamente fortunato.
Se mamma Anna passasse di qua, vorrei solo che sapesse che questo è il mio Grazie.
E, tu, amico mio, mi raccomando: quando gli angeli si saranno rotti il cazzo di cantarti "Jingle Bells" (perché se lo romperanno, risolvendo per sempre il dilemma sul loro sesso), guarda in giù, te la canto io, come ai vecchi tempi.


mercoledì 15 luglio 2015

Se Harry Potter fosse italiano (1)

Questo post è un delirio, scusate, fa caldo! 
E l'uno è solo un bluff. 

Parlavamo di Harry Potter, ricordate?
Siccome il trip non accenna a passare (d'altro canto se può durare sei mesi l'investimento affettivo su di un solo film, quanto possiamo andare avanti con otto lungometraggi anche piuttosto prolissi in termini di minutaggio?) si approfondisce la materia.

Oramai siamo degli espertoni, Silver ed io. Lei, non rinunciando mai alla tentazione di addormentarsi, è comunque riuscita a vedere più o meno tutto, visto che la ripetizione consente una visione "a puntate", non necessariamente in ordine cronologico, con il puzzle che, prima o dopo si ricompone.
Detto questo, si rifletteva su J.K. Rowling. Fica la GeiChei!
Voglio dire: si narra che andasse a scrivere al bar, quando era una giovane ragazza madre, insegnante quasi indigente. Mi sono chiesto, ma non ho approfondito, come fosse uscito dalla sua testa Harry Potter: se quando ha iniziato a raccontare di Hagrid che porta il piccolo mago a Pivet Drive avesse già in mente l'Expecto Patronum, Naigiri e gli Orcrux (o come cazzo si scrive una qualsiasi delle parole che ho detto). O se si sia lasciata guidare libro per libro, e l'ispirazione sia venuta un po' alla volta, consapevole che il personaggio poteva diventare uno di quelli che rimane nella storia, alla pari di Frodo e Gandalf, di Oliver Twist o di Obi Wan Kenobi.
Che diaciamolo: si intravvede che è figlia di quella cultura lì, la GeiChei! Ed è quasi un gioco quello di dirci: "qui si vede che è molto Gandalf, qui è più Merlino, oh, sputato a Copperfield".
Forse lo è ancora di più la versione cinematografica (sono solo al secondo libro), ma credo sia abbastanza inevitabile, dopotutto.
E mi sono chiesto: ma in Italia cosa sarebbe potuto uscire?
A parte che la magia non è proprio nelle nostre corde, e al massimo possiamo partire dal Boccaccio ed i suoi famosi furfantelli (Frate Cipolla in primis) o nell'arte di arrangiarsi (che riprende lo stesso Boccaccio ma poi è la struttura stessa della commedia all'italiana dai maestri Monicelli e Risi fino a Virzì).
C'è sempre un'oppressore. Gli anglosassoni incarnano il male ed il bene: il buono è buono, il cattivo è il male. Qui ben che vada c'è un invasore, pensiamo ai Promessi Sposi (poi lamentiamoci che siamo razzisti) oppure c'è il padrone, il proprietario (da "L'albero degli zoccoli" fino a "Fantozzi").
Tutto sommato siamo fortunati che c'è poca mortalità dei genitori. La nostra letteratura non è così ricca di orfani, a ben vedere. Perfino un burattino di legno finisce per avere un padre.

Per cui in Italia, la GeiChei chissà cosa avrebbe scritto?
Forse la storia di un ragazzino figlio di lavoratori dipendenti, vessati dai loro padroni, strozzati dal fisco e anche abbastanza razzisti, scelto per andare ad una scuola esclusiva sull'arte di arrangiarsi in modo creativo.
Una scuola dove assistere alle lezioni di "Piccole truffe senza importanza" del professor Norberto Maltolt o a quelle di "Tanto lo fanno tutti" di Lucia Chevuoichessia. Oppure ai seminari di "Come riuscire a piacere in ogni caso alle persone, anche se sei un piccolo furfante" tenuti da Lorenzo Paracul, con retrospettiva cinematografica con film di Bud Spencer e Terence Hill, I soliti Ignoti, Fantozzi, appunto.
E  sempre senza abbandonare l'idea che in fondo siamo dei gran bonaccioni e non facciamo del male a nessuno, se non ai cattivi, ovvio: "Come redimersi nel finale e capire che in realtà siamo davvero buoni" della professoressa Matilde Appenaintempo.

Insomma, una scuola che aiuti i mediocri ad esserlo un po' meno, o con un pelino in più di stile.
Mica servirà la magia, per questo, no?

martedì 7 luglio 2015

un anno

Lo scorso anno ero al mare.
Viene a trovarmi mia sorella ed io, che non la vedevo da circa un mesetto, noto che è piuttosto dimagrita.
"Sono in cura da questa dottoressa"
"Sono bravi lì, se ne intendono anche di sport" mi ribadirà il barbiere qualche giorno dopo.
Insomma, cosa serviva più della benedizione del barbiere?
Mi ricevette questo tipo belloccio, na mezza via tra Gigi Buffon e Ridge di Biutiful. 
Un anno e mezzo prima avevo iniziato a correre, avevo già una maratona alle spalle (per dire che non è che facessi solo le corsette attorno alla casa). Avevo perso tre chili in tutto.
Nel giro di un mese la gente iniziò a non riconoscermi per strada. Per non farmi mancare nulla cambiai anche gli occhiali, solo che a tutti pareva impossibile che di cambiato ci fosse solo quello.
Adesso non succede più, il rinnovo del guardaroba contribuisce a non farmi sembrare malato e vestito da corsa non sembro più un cotechino.
Quando sono per strada, e il sole del mattino mi prende di traverso, non proietta più sul grano la sagoma di papà pig. Nemmeno quella di Abebe Bikila, intendiamoci, ma assomiglia un po' all'idea che avevo in testa di me in forma.
"Uff, parli sempre di corsa, mi dice qualcuno, è proprio diventata una mania".
"Meglio dell'amante ventenne" Chiosa mia moglie.
"Piuttosto che passi le serate al bar" Rinforza mia madre.
Che sia davvero meglio non lo so. Di sicuro c'è che per la prima volta dopo più di vent'anni ho ripreso contatto con i donatori di sangue.
Mi avevano consigliato un periodo di pausa a vent'anni, dopo che più volte mi avevano trovato con dei valori un po' fuori.
"Un po' fuori" o come dice un amico di mio padre: "L'unica cosa a posto nelle mie analisi è l'indirizzo". 
Ero tornato un paio di anni dopo carico di speme, dopo un lunghissimo viaggio in bici, e mi dissero che no, dovevo portare un curriculum di almeno un paio di analisi fatte a distanza di qualche mese, che fossero perfette. Nemmeno mi hanno visitato.
Avevano ragione loro, ma ci rimasi male.
Radiato dalla Fidas.
Per cui vent'anni di scuse a random:
- sono così di costituzione
- c'ho le ossa grandi
- io le transaminasi le porto alte di mio perché le uso al posto dei carboidrati
- Il colestorolo mi protegge dall'attacco degli acari

Invece, dopo un anno è tutto magicamente a posto. E anche quella volta che c'era un po' di sangue nelle urine era per via della corsa: se fai un allenamento intenso poco prima degli esami delle urine ti trovano la globucosa che si cosa nel canale urocoso e ti sballa tutto. Così mi ha detto coso lì, il dottore.
Tant'è! Un ragazzino mi ha fatto una foto bellissima in montagna; l'ho messa come foto profilo su facebook. Pare che ho quarant'anni, da vecchio che sembro. Dev'essere l'angolazione, la luce, o l'impostazione della macchinetta. 

mercoledì 1 luglio 2015

In Montagna si va a piedi

Ciao. Non sono mica morto, sapete?
Sono stato in vacanza, a dire il vero.
Per la precisione direi che sono stato in montagna con la famiglia. Non so se si possa definire davvero una vacanza, anche se di certo è un bello stacco dalla quotidianità.
Quotidianità che, come dimostra la mia sostanziale assenza dal web, è ormai piuttosto ingolfata di avvenimenti che non consentono più nemmeno di metterci dentro qualche corsetta ben fatta. Infatti nella gara che ha chiuso la settimana di ferie (che racconto qui) non è che sia andato proprio come un razzo.

Ma non volevo stare qui a lamentarmi come le vecchie zie che le vedi una volta all'anno e si lamentano di tutto, compreso il fatto che le passi a trovare solo una volta all'anno il che, diciamolo, non è che ti faccia venire la voglia di andare a trovarle di più.

La montagna dicevo; dopo quattro anni al mare al "Calma Piatta village", ci siamo detti che gli zebedei (famosa unità di misura ittita) erano colmi e che c'era bisogno di qualche cosa di nuovo.
Niente di meglio che venire sorteggiati per una corsa a Cortina proprio quando cadono le ferie canoniche. Così la settimana a Jesolo diventa settimana in Cadore.
Ok! Problema: in Cadore l'ultima di Giugno è bassa stagione. Tutto chiuso.
Cortina pare Mezzaselva di Roana (in alta stagione).
Si può camminare o andare in bicicletta.
Per camminare serve munirsi di itinerari adatti ai bambini.
Occhio che "facile" è un termine che si presta a molteplici interpretazioni. Facile per un adulto non è detto che lo sia per un bimbo di 5 anni.
È pur vero che per un bimbo di 5 anni, quello che oggi è facile, domani pare na ferrata.
Si può pure andare in bicicletta. Noi lo abbiamo fatto: noleggiato 4 bici ed un seggiolino e messo in pari il bilancio di giugno del noleggiatore Cortinese.
Ma a parte questo è meglio chiedere alla gente del luogo perché "pendenza ferroviaria" in gergo significa poca pendenza, ma mia moglie preferisce la discesa (per quanto ferroviaria anch'essa).
Tant'è!
Non è che sia proprio automatico che i bimbi facciano quello che gli chiedi, ma abbiamo sviluppato una tecnica: il racconto di altre storie.
Serve anche per affrontare la corsa di fondo, bisogna tenere occupata la mente in altre cose.
Il primo giorno abbiamo fatto quasi 800 mt di dislivello raccontando la trilogia del Batman di Nolan. Siccome non la possono guardare se la fanno raccontare. È bastato ripeterla due o tre volte ed i 14 km sono volati.
Il secondo giorno si è andati di Harry Potter. Capitoli dall'1 al 4 per 27 km in bicicletta sulla Lunga Via delle Dolomiti.
Il terzo giorno, sulle Tre Cime di Lavaredo non è servito raccontare un ostrega perché perfino tre piccoli scassapallottole come i miei non rimangono indifferenti di fronte a tanta magia e alle storie della guerra mondiale.
Il quarto giorno anche se ho sbagliato sentiero e ho fatto fare a tutti un drittone verticale in mezzo ad una pista di sci (senza neve), sono arrivati in cima e poi tornati giù con un refrain sempre su Harry Potter. Litigando di tanto in tanto fra di loro su quale parte della storia il papi doveva raccontare (che la mamma durante i film si addormenta e quindi non è affidabile).
Funziona molto anche "L'indovina il personaggio": si dice solo il titolo del film o del racconto e loro a casaccio cercano di indovinare chi è.
Sono due tecniche che vanno benissimo anche per le trasferte in macchina, se i vostri figli, come i miei, dopo 4 dei 200 km previsti iniziano a chiedere quanto manca. 
Il sabato c'era la gara (vi ho detto di leggerla, no? Cortina Trail) e loro erano lì al traguardo che mi aspettavano per la passerella d'onore. Naturalmente c'è sempre uno dei tre che non la vuole fare, hai visto mai che una foto possa venire bene con tutti.
"Ma Papì, non arrivavi mai..."
Sono soddisfazioni. 


Leggetevi il post sulla gara che ci tengo.
E ricordatevi di Occhio al Nikio 2015. A questo ci tengo anche di più.

venerdì 19 giugno 2015

Donation day, donate dai!

Ragazzi,
non scherziamo!
Oggi, 19 giugno 2015, è il Donation Day della Fondazione Banca degli Occhi Veneto.
Chi passa da ste parti da un po' di tempo, di sicuro sa di cosa sto parlando. È una onlus con la quale collaboriamo come squadra in vista della Venice Marathon 2015.
In sostanza La Folgorante corre per loro, in ricordo dell'amico Nikio, che non c'è più da un po', ma ci manca sempre tanto.
E si raccoglie fondi, per la ricerca sulle malattie oculari ed il trapianto di cornea. Ed in qualche modo queste quattro o cinque ore di sfacchinata da Stra a Riva Sette Martiri prendono un senso un po' più profondo.

Detto questo, cos'è il Donation Day?
Praticamente una gara dove chi raccoglie di più vince. In un solo giorno.
"Piace vincere facile" direte voi, visto che siete una squadra e gli altri corrono da soli.
Può essere. Ma in realtà, a volte, el musso con do paroni more de fame dice mia madre, per cui per vincere tutti devono fare la loro parte.
Poi si può vincere di misura, invece noi vogliamo stravincere.
Quindi, carta di credito in mano e cliccate qui
Bastano anche pochi euri, mica che dovete impegnarvi la casa.
Sono certo che posso contare su di voi... fate vedere di che pasta siete fatti.

giovedì 18 giugno 2015

Quella volta che siamo andati noi da loro (2)

L'idea di Don Siro, padre giuseppino, regista delle missioni in Sierra Leone dall'Italia (per problemi di salute), non era quella di farci lavorare in Africa, ma quella di farci innamorare.
E proprio come con le scaramucce d'amore ci raccontò di tutte le crudeltà e delle fatiche di quei popoli. Del clima inclemente che è buono due mesi all'anno e poi o è un caldo torrido o è pioggia tropicale. Delle malattie: la malaria, in primis, diffusissima e facilissima da beccare, ma almeno non ti uccide, mentre ce ne sono tante altre che lo fanno senza problemi. Per non parlare dei parassiti che ti si incuneano sotto pelle, o degli animali velenosi che ti trovi a girare per casa.
Eppure ti capita di essere lì, in camera, a guardare fuori dalle zanzariere e a dire: "io qui ci rimarrei". E ancora adesso, a dieci anni di distanza, il solo pensiero di non esserci più tornato, di aver fatto così poco per loro, diffonde un senso di colpa nel cuore, come fosse il veleno del green mamba.

La seconda settimana l'abbiamo passata a Lunsar, nell'entroterra. Freetown è una metropoli africana. Lunsar è un villaggio in mezzo alla foresta. Nata negli anni sessanta/settanta, attorno alle miniere di rame della zona, la missione doveva servire a scolarizzare ed assistere le persone che, in cerca di lavoro, venivano ad abitare qui. Poi le miniere sono state chiuse e la piccola cittadina è rimasta.
Lunsar è l'Africa dei villaggi che si raggiungono solo con la Jeep, dopo ore di cervicali che urlano ad ogni buca. Lunsar è l'Africa della gente che gira svestita. "Se le persone girano nude significa che sono molto povere, la cultura in questo caso non c'entra" ci disse Father Mario, il prete cappellone che ci scorrazzava in giro.

"Quando tornerete non troverete molta gente che sarà contenta di ascoltare quello che volete raccontare", così ci salutarono i padri, prima di reimbarcarci su quel rottame a forma di traghetto che ci avrebbe riportato a Lungi.
Invece un po' ci hanno ascoltato, a dire il vero.
Forse il mondo, quassù, non è egoista come lo vedono da laggiù.
Me lo auguro anche in questi giorni, dove sarebbe importante recuperare umanità.

Ho provato a pensare a didascalie, a commenti. Ma il tempo stringe, e le foto, probabilmente, parlano da sole.





























la prima parte del racconto è qui