martedì 12 marzo 2019

Il Prof di ginnastica

Sono convinto che non valga la pena vivere di rimpianti; la vita è una serie infinita di sliding doors che a volte si chiudono, altre si aprono. Capita che lo facciano in modo definitivo, altre volte si riaprono e richiudono in continuazione.
Ogni tanto, sarà l'età, mi diverto a pensare a "ma se" e tra questi "ma se" quello che mi piace di più è: se avesse seguito il consiglio della psicologa che in terza media ci ha fatto i test attitidinali (erano avanti a scuola mia, alle medie). "Ti piacerebbe fare l'insegnante di educazione fisica?" mi chiese.
"Si, penso di si". Risposi.
La parte di educazione fisica forse era saltata fuori dall'amore per lo sport che non sono mai riuscito ad abbandonare. In terza media, poi, ero alto più o meno come adesso con qualcosa come quindici kg di meno. Il fisico a quell'età conta quasi tutto: ero il più veloce, il più resistente e il più forte fisicamente in quasi tutti gli sport che facevamo (ad onor del vero eravamo due classi sfigatissime e non era così difficile eccellere).
Ripensandoci mi stupisce che la psicologa abbia trovato la predisposizione per l'insegnamento.
Ma non volevo parlare di me e dei miei irrisolti.
O meglio: un paio d'anni dopo avevo già buttato nel cesso i consigli della cara psicologa (so che è morta pochi anni dopo, in fondo ancora giovane, di un tumoraccio dio sa dove) perché, siccome a scuola andavo così così, preferii lasciare calcio e nuoto per essere almeno mediocre in Italiano, Latino e Matematica. Gettai così in modo abbastanza irrimediabile (per lo meno poi non ho mai completamente rimediato) le basi per la mia futura obesità in cambio di un paio di rinvii a settembre.

Al liceo con me c'era Nicola Zanini. La Juve lo prese a 15 anni assieme a Del Piero. Anche lui era bravo a scuola ma ha mollato tutto ed è partito. Nicola non ha avuto la stessa fama, ma ha sempre vissuto di calcio in modo dignitosissimo, facendosi apprezzare ovunque sia andato.
 
Adesso c'è questo ragazzino al nostro paese che andrà alle nazionali di nuoto. Pare che sia un gran talento e le voci dicono che i suoi sarebbero pronti a trasferirsi in un'altra città per permettergli di coltivare meglio le sue abilità. Pare che sia bravissimo anche a scuola, tra l'altro.


Adesso porto i miei figli a nuoto, fanno allenamenti e garette del settore Propaganda. Io specifico sempre che si tratta della vecchia pre-agonistica, perché Propaganda mi fa tanto ventennio fascista. Comunque loro si divertono tanto a queste gare e sono pure bravini.
Li vedo sognare ad occhi aperti quando mi chiedono di vedere un video su Federica Pellegrini o su Phelps ma non so fino a che punto poi sia giusto assecondarli. Metti che domani salta fuori il ct della nazionale che mi dice: portameli a Roma. Che facciamo? Li portiamo? E se uno si e gli altri no? Avere un fratello che eccelle in che modo può minare gli altri?
Ah, stronzatine, film che mi faccio io, preventivamente quanto inutilmente.
Forse non dovevo mollare lo sport in prima liceo. Mi sarei tolto le mie voglie, mi sarei scontrato con i miei insuccessi e adesso non sarei anche io lì, di nascosto, a guardare i filmati di Phelps sognando di essere io ad arrivare in un tripudio di folla.

mercoledì 13 febbraio 2019

Moha e la nostra evoluzione contromano

Mohà non c'è più, già da qualche anno.
L'ho scoperto per caso, o meglio, l'ha scoperto Silvia che era in classe mia a liceo: "Non era stato in classe tua Mohà?"
"Si"
"Ho visto la sua lapide di fianco a quella di mio padre".

Porca miseria!
Non è che posso dire che eravamo amici, Mohà ed io. Avevamo condiviso la prima liceo, poi a lui era toccata la sorte che a me sarebbe toccata tre anni dopo: la bocciatura. E tanti saluti.
Quando mi bocciarono io un po' sperai di tornare in classe con lui. Era l'unica persona che conoscevo, un anno indietro. Invece no.
Non l'avevo nemmeno più rivisto finita la scuola e non eravamo nemmeno "amici" su facebook.
Come me amava l'hard rock ma era più coerente di me nel portarlo avanti come stile di vita.
Dopo che Silvia mi ha detto che era morto ho fatto qualche ricerca ed ho scoperto che la vita non era stata generosissima con il povero Mohà ma non è che abbia capito tanto.
A parte che, cosa vuoi capire? Uno che muore a quarant'anni, di per sé, non è che riesci poi a spiegartelo.
Ho scritto alla mamma, che ancora tiene viva la sua pagina facebook.
"Buongiorno signora, sono stato a scuola con suo figlio, volevo solo dirle che mi dispiace tanto".
Mi sono sentito come quando, proprio al Liceo, dovevo chiamare qualche compagno a casa e c'era sempre il disagio di dire chi ero e cosa volevo.
Avrei anche voluto scriverle che mi sarebbe piaciuto essere stato un po' più amico di Mohà e magari avrei potuto essere più vicino, più d'aiuto. Ma poi non gliel'ho scritto perché, alla fine, anche a molte persone a cui invece ero davvero vicino e avrei potuto, non sono comunque riuscito ad essere di alcun aiuto. E così mi sono sentito ancora più merda per averle scritto. Lei mi ha risposto, formale e semplice, come forse si è abituata a fare per domare un po' il dolore.

Non volevo parlare di lui, ma mi torna in mente, ogni tanto, il vecchio Mohà.
Chissà cosa penserebbe di tutti questi "prima noi" che si sentono in giro. Chissà cosa direbbe dei "italianissimo nonostante il nome" attribuiti a chi, come lui, nasceva dall'unione di culture diverse. Chissà se anche a lui, come a me, suonano ancora come "Non proprio italiano vero".
Quando ero ragazzo mi vantavo di avere in classe Mohà. Mi piaceva raccontare agli amici di come parlasse in dialetto veneto come me, di come amasse la mia stessa musica, girasse in motorini scalcagnati e facesse fatica a scuola esattamente come me. Mi sembrava l'inizio del futuro: la società meticcia, culturalmente ricca, come negli USA. Ma forse io l'evoluzione l'ho imboccata contromano.
Adesso gli USA sono passati anche loro ai "Prima noi" dopo aver avuto Barack Hussein Obama. Americanissimo anche lui, nonostante il nome.

lunedì 26 marzo 2018

La pesante Eredità

Stamattina ho appreso della morte di Fabrizio Frizzi.
Devo dire che la notizia mi ha scosso molto più di quello che pensavo e credo che sia per due motivi:

Il primo è che i miei figli da circa un mese guardano l'Eredità. Un mese è poco, no? Eppure già lo chiamavano Fabrizio; "Ma quanti anni ha Fabrizio?" "Quanto è alto Fabrizio?" "Ha figli Fabrizio?". Come fosse uno zio.
Certo, aiuta il fatto che l'Eredità è proprio il giochino a misura di famiglia, piacevole da guardare tra la preparazione della cartella e la cena in tavola. 
Stamattina non ho avuto cuore di dir loro che Fabrizio Frizzi è morto. Eravamo pronti, vestiti e calzati per andare al piedibus. Non ero pronto.
Pensare che mi vanto sempre di come riesca ad affrontare con loro tutti gli argomenti difficili: l'olocausto, ad esempio. O la morte di qualche amico, è capitato.
Però penso ci sia anche un altro motivo: Frizzi era uno di famiglia, anche se non lo conoscevo. Di lui ricordo i sabati sera a guardare Europa Europa con i miei e poi Domani Sposi, che facevano ad ora di cena (a casa dei miei c'era sempre la tv accesa, altro che Orwell).
A volte mi urtava un po' questa aria da lillone imbranato, pure adesso che aveva sessant'anni. Però ci si abitua volentieri al garbo e alla misura. Non è un caso che piacesse ai bambini.
Poi adesso sono anni che non seguo più, che in tv vedo solo film, però boh... mi sento come le vecchiette quando è morto Mike Bongiorno.
È brutto invecchiare e diventare più fragili. Così fragili che pure la morte di una persona sconosciuta ti provoca quel senso di mancanza che non diresti mai.
È brutto invecchiare. Tant'è, pare che l'alternativa sia peggiore. Non so chi l'avesse detto ma aveva ragione.
Buon viaggio Fabrizio.

venerdì 2 febbraio 2018

Il colloquio

Manco da una vita.
Scrivo poco in generale, a dire il vero. Mi sono fissato che una volta a settimana, in pausa pranzo, se tutti gli astri si allineano, vado a nuotare. Era la volta che scrivevo. Ma fisicamente mi dà qualche soddisfazione in più e allora pazienza se scrivo poco.
Ma non volevo scrivere che scrivo poco.
Siamo entrati nel tunnel della scuola.
Capirai, Maria è in terza, ormai dovremmo essere lanciati.
Invece qua ogni mese che passa pare più dura. Sembra quando faccio qualche corsa lunga: all'inizio faccio sempre fatica. Poi so che entro in temperatura, ci metto tanto, a volte più di venti km, ma poi ho quei due tre km di serenità. Poi inizio ad essere stanco ma tengo duro, arriva la crisi e passa. A volte.
A volte non passa e peggiora e allora ti fai prendere dallo sconforto. A volte passa lì, altre no.
Ogni volta il dilemma: continuo sperando che passi? E se poi non passa? Nel frattempo vado avanti.
La scuola dei figli è simile. All'inizio abbiamo fatto fatica ad ingranare. Parlo dell'inizio della prima di Pee e Jack, che Maria è così brava che quasi non ce ne siamo accorti. Poi verso la fine della prima meglio. Quest'anno boh, siamo continuamente nel vortice e non capiamo nulla. Alle volte pare tutto bene. Altre tutto male.
E andiamo in confusione e sbagliamo a mettere i quaderni nelle cartelle e vanno senza le posate per il pranzo e con la merenda umida perché la bottiglietta perde.
Poi, guarda un po', non sono tutti uguali. Hanno tempi diversi, capacità diverse, passioni diversi e a volte mi viene il dubbio che non siamo abbastanza bravi a tenerne conto.
Non riesco a dare un nome a questa sensazione, ma penso che somigli a quella di mamma, che quando andavo male a scuola entrava in camera e si sedeva sul letto: "Ma di preciso, cosa ti ha detto la prof?"
Non le ho mai risposto.
Adesso capisco che sbagliavo. 

martedì 14 novembre 2017

Mondial Casa

Il mio problema, riguardo al calcio, è che ho cominciato a seguirlo nel 1982.
Avevo 8 anni, uno in più dei miei figli adesso, e i ricordi, per quanto un po' confusi dal tempo, sono scolpiti nella memoria.
La mattina dopo le tre piotte al Brasile di Zico e Falcao fu il momento della svolta.
In realtà la partita io non l'ho vista. Avevano giocato di pomeriggio e, perdio, d'estate al pomeriggio si giocava fuori in strada, altro che calcio in tv.
In più era quasi scontato che avrebbero perso, nemmno valeva la pena mettersi a guardare. 
Poi, poco lontano da casa, un bellimbusto aveva dato fuoco alla susa esposizione di mobili che aveva all'interno di una villa del settecento o cose così.  Per per l'assicurazione. Comunque c'erano i pompieri in paese e tanto bastava. Quando sarebbe ricapitato?

Fatto sta che il mattino dopo dovevo andare a prendere il giornale. Il minimarket che faceva anche da tabacchino era chiuso per ferie (all'epoca i due piccoli esercizi commerciali del paese si mettevano d'accordo per i turni di chiusura) e per il Giornale di Vicenza toccava passare davanti alla villa ancora fumante dalla sera prima.
Fu lì che Fabio, che poi sarebbe stato un grande amico, oltre che il batterista del mio primo gruppo, lesse la prima pagina e se ne uscì con un: "Ah, Rossi Rossi, che ha mandato a casa il Brasile..."
"Ma come?" dissi "Ma allora non ci hanno eliminati?"
No.
E da lì un trionfo.

Chissà, magari se fossimi usciti, in quell'estate calda del 1982, forse non mi sarei mai appassionato di calcio e forse nemmeno di sport in genere (anche se il nuoto che un tempo mi faceva schifo adesso lo amo) e adesso davvero potrei dire che non me ne frega niente. 


martedì 10 ottobre 2017

10 10 2015

Il 10 Ottobre del 2015 a Spello pioveva.

Mi piace sempre l'esercizio che si fa quando c'è qualche grande ricorrenza; dov'eri tu l'11 settembre 2001, quando il primo aereo entrò nella Torre Sud? 

Io, per dire, ricordo che stavo lavorando e abbiamo acceso la tv un attimo. Poi spenta subito e abbiamo iniziato una delle solite riunioni. Di quelle che paiono fondamentali; in qualche modo non avevamo capito la portata dell'accaduto. Pareva un'aereo che è finito addosso ad un palazzo e basta. Come se non fosse stato già grave di per sé.
Un'ora dopo la riunione accendo il mio panasonic, il primo cellulare nuovo nuovo comprato perché Silver a Padova non aveva più il fisso. "Attentanto al WTC, Migliaia di morti".
E allora di corsa a casa, incollati alla tv, fino a sera. 

La storia di ciascuno di noi ha dei fili sottili. Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo all'11 settembre come un mero esempio, invece mi accorgo ora che l'amico che mi ha scritto quel messaggio è lo stesso a cui il post poi è dedicato.
Di fatto non volevo parlare del World Trade Center e neppure del mio amico, non direttamente.
Volevo dire che mi colpisce sempre il "Tu dov'eri? Ti ricordi?"

Io il 10 ottobre del 2015 ero a Spello ad un congresso di lavoro e mi ero alzato per andare a correre. Però pioveva ed ero appena riuscito a constatare che la punta delle mie Leadville, lasciate fuori a prendere aria la sera prima, era fradicia.
Buio da nuvoloni, di quello che non passa con il giorno, niente corsa tra gli ulivi.
Pazienza, tornare a letto non è mai una brutta alternativa. Tra l'altro la cena della sera prima, con miliardi di assaggi portati da tutta Italia dalle cooperative aveva regalato una dormita, diciamo, piccante.

Non ricordo di preciso l'ora.
Però ricordo che il giorno prima, con il collega Alessio avevamo parlato proprio di quel nostro amico e collega psicologo (anche se nessuno dei tre esercita in quanto tale): come sta? Lo hai sentito?

E così mi viene in mente ogni anno che mentre un mio amico si suicidava io ero lontano e tutto sommato stavo scegliendo tra due cose belle: correre o tornare a letto.

E fatalità nei giorni scorsi mi trovavo a correre in mezzo agli stessi ulivi all'alba e mi chiedevo se quella stessa pace fosse ora anche la tua pace e se quel sole, che allarga il cuore quando sorge, faccia lo stesso effetto anche a te, dall'altra parte.
E questo perdono che mi concedo da solo, attribuendomi una importanza relativa nella tua vita, chissà se davvero, in qualche modo, arriva anche da te o se, semplicemente, ho bisogno di pensarlo. 

mercoledì 6 settembre 2017

Lo sport spiegato (male) ai miei figli

Lo scorso anno lessi su facebook un bellissimo post scritto da Francesco Rigodanza, golden boy del trail running italiano, che faceva gli auguri al suo papà per la Trans D'Havet, che tra l'altro avrei corso anche io, seppure qualche bella posizione dietro.
La cosa più bella di quel post era la descrizione che Francesco faceva della sua storia sportiva in famiglia. Il padre, verosimilmente un appassionato di sport anche da (più) giovane, aveva sempre accompagnato le scelte sportive del figlio senza mai sconfinare nelle aspettative ma incoraggiandolo, principalmente, a divertirsi e a continuare a praticarlo. Immagino, da uomo intelligente quale mi pare essere, non può non aver notato il talento del figlio e nonostante questo c'è riuscito.

Poi c'è un'amico che mi parla del libro di Agassi. Non l'ho ancora letto, ma è molto centrato sulla figura del padre che, in qualche modo, gli ha rovinato l'esistenza (che magari fa un po' sorridere, perché è meglio triste e ricco che triste e povero), comprendolo di aspettative.

Mi è tornato in mente in questi giorni, tipicamente dedicati alla pianificazione scolastica ed extrascolastica della vita dei figli.
Cosa facciamo fare a questi benedetti ragazzi?
Uno potrebbe dire: quello che vogliono, chiedete a loro.
Bella lì! Pare facile.
Un giorno uno vuole fare Hockey, l'altro calcio e la bimba danza.
Il giorno dopo uno atletica, l'altro calcio (Jack in effetti è piuttosto coerente) e la bimba ginnastica artistica.
Il terzo giorno tutti calcio a parte Maria che è ferma sulla ginnastica ma l'ha fatta diventare ritmica.
Il che sarebbe nulla, se ci fosse:
a. Almeno uno dei due che potesse/volesse non lavorare o lavorare part-time in modo da scorrazzarli in giro tutta la settimana.
b. Dei nonni che, oltre al classico "Ma fategli fare calcio, poveri, che ve lo chiedono", fossero disponibili a prendere su la macchina e scarrozzarli in giro
c. Essere così ricchi da avere il maggiordomo.
Che poi l'ultimo che ho sentito avere avuto il maggiordomo di notte si vestiva da pippistrello e direi che anche no.

Un ginepraio, insomma.
E questo, per tornare al discorso di Rigodanza fatto all'inizio, senza voler a tutti i costi ascoltare quelli che, qui e là, ti buttano ideone sul piatto: "Ma tu hai visto come corre Pee? Non ti pare che potresti fargli fare atletica?"
Ma se manco corre alle garette paesane, che non le vuole fare. Devo pure sentirmi in colpa?
"Ma non vedi che bene che batte le gambe Mary? Non la vedresti bene nella preagonistica di nuoto?"
"E Jack? Guarda che non è proprio male a calcio, in più c'ha un gran fisico"
E via discorrendo.

In tutto questo finiremo per fare, come sempre, tutti e quattro nuoto nella stessa ora. Facile da organizzare, sano e quasi a km zero (nel senso che la piscina la gestisce il nonno ed è come essere a casa).

Tutto a posto, tutti d'accordo.
Nel frattempo in una garetta per beneficienza Mary va a podio e arriva prima delle bambine.
Però atletica non la vuole fare.
In tutto questo mi sento molto più affine al padre di Agassi che a quello di Francesco.
Un gran casino.
E tutto questo non era specificato nella brochure